Dopo avere sondato, con l'epica metafisica di Moby Dick, le profondità del volo dell'angelo necessario che Wallace Stevens avrebbe ripreso in pieno Novecento, Herman Melville decise di iscrivere la propria narrativa proprio nell'orizzonte dello scavo metafisico: ogni volta negata, la prospettiva della trascendenza viene da Melville appiattita sul mondo, nel biancore agostiniano del confine tra cielo e terra. Per motivare e praticare quest'atto di trivellazione filosofica e letteraria, Melville impegnò il linguaggio. In Benito Cereno approdando quasi alla "perduta lingua degli uccelli", il linguaggio simbolico e sottile a cui fa riferimento l'esoterista Guénon, in Bartleby lo scrivano elaborando direttamente un punto di non ritorno del linguaggio che, secondo la traiettoria del genio narrativo di Melville, deve trasmutarsi nel buco nero che inghiotte non soltanto le parole, ma tutte le forme: cioè il mondo.
Bartleby - come apprendiamo dalla narrazione via via sempre più attonita del suo datore di lavoro - è un fac totum che viene impiegato in uno studio legale avendo come mansione finale la copiatura di lettere, per lo più commerciali. Già a questo punto l'allegoria di Melville dichiarerebbe in pieno l'intento di fare ascendere la letteratura a letteratura sulla scrittura. Ma non è sufficiente. La prerogativa di Bartleby, infatti, risiede in una risposta che, nella sua disarmante semplicità, ha fatto impazzire i traduttori e i filosofi di tutto il mondo e si è rivelata degna della missione assegnatale dal suo creatore: richiesto di esplicare compiti a lui non strettamente dovuti, infatti, Bartleby utilizza una formula che sospende tutto (etica, giudizio, azione): "I would prefer not to" è l'intraducibile originale, che da noi vale un "preferirei di no" o "preferirei che no", laddove si perde la complessità universale dei compossibili totali fuoriuscenti da questo tic nervoso della nominazione del mondo. La formula, nel corso del racconto melvilliano, si renderà sempre più fitta nelle pagine che preludono alla fine di Bartleby: una fine walseriana, sospesa, nella totale e sostanziale permanenza dell'uomo in un limbo bianco dove ogni possibilità (e ogni possibilità contraria) potrebbe realizzarsi e si trattiene dal concretarsi, dando vita a un intermondo che, secondo Agamben (autore insieme a Deleuze di un memorabile saggio sullo scrivano di Melville, edito per i tipi Quodlibet), è il lascito più autentico della vecchia tradizione metafisica e l'universo fondante un nuovo tipo di comunità umana.
Non si spinge tanto in là Gianni Celati, curatore di questa edizione feltrinelliana, che comunque spende molto nel definire le ragioni della propria particolare traduzione dell'irresistibile e metafisicamente irridente formula ideata da Melville.
Herman Melville - Bartleby lo scrivano - Feltrinelli - 11.000 lire