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  FURIA di SALMAN RUSHDIE
FURIA di SALMAN RUSHDIE"Divorami, America!" è il grido non disperato, ma furibondo, del professor Malik Solanka, presule negli States avendo abbandonato la famiglia (seconda moglie e piccolo pargolo) nelle perfide lande dell'altrettanto perfida Albione. Non sarà l'America a divorare Solanka, bensì la sua stessa rabbia a divorare New York, e poi il pianeta, e poi il messianico figliuolo non tanto prodigo, e poi il presente tutto, e infine se stesso, in un crescere di esplosioni sempre più orchestrali, quasi un conato di vomito collettivo che prende l'uomo nel tempo dell'Alta Ambiguità. Eccezionale ritorno alle origini, esattamente il contrario dei Figli della mezzanotte (un contrario che è però pari quanto a intensità emotiva, visionaria e stilistica), l'ultimo romanzo di Rushdie ci restituisce a pieno il genio di questo scrittore angloindiano che, negli ultimi anni, ci era parso sempre più stanco, imbecille, riottoso all'invenzione, furbetto e distratto (del resto, ne aveva ben donde). La composizione in soliloquio corale di questo capolavoro della letteratura americana (non sapremmo definirlo altrimenti: questo è un libro americano, non europeo o tantomeno asiatico) manifesta una capacità di trascinamento emotivo impressionante, al pari della strabordante energia che Rushdie impegna nel distacco e nella valutazione dell'identificazione emotiva medesima. Questa è superpsicologia: la fenomenologia in azione che Solanka compie su di sé e sulle esplosioni di iracondia a cui va soggetto (e con lui, il nostro presente tutto) individua un veleno della Mente più che della mente, intercetta uno psichismo collettivo che, a oggi, sembra sprigionarsi dalle cose, oltre che dagli umani. Di pari e deflagrante forza è lo stile: le frasi con cui Rushdie intreccia questo affresco in letteratura sono ampi giri che fanno il giro del mondo e del tempo, fondendo in un'unica e tracimante vibrazione Shakespeare e la pubblicità, la banalità della lingua parlata e il frammento orfico, l'apologia realista e l'assalto barocco. La lingua inglese tutta abbandona il suo ruolo di mater certissima e ascende a uno stadio successivo: di colpo, a fronte delle pagine di Furia, l'inglese sembra invecchiato, la poesia messa fuori gioco, la prosa altrui scadente e passata (meglio: passatista, meccanicamente rivolta al recupero di ciò che sta dietro). È una riprova ulteriore che la traslazione novecentesca della tradizione anglosassone non è ancora terminata, e che i protagonisti di questo immane processo evolutivo non sono fedeli alla Regina: sono gente delle colonie o di zone che stanno fuori dal raggio protettivo e paralizzante della Corona, o esuli belli e buoni, dallo stesso Rushdie a Walcott, da Heaney a Brodsky. Però, con Furia, Rushdie imprime un'accelerazione irresistibile alla secrezione degli acidi che metabolizzeranno la letteratura anglofona. E segna una tacca memorabile della narrativa mondiale, colpendo l'immaginario l'orecchio e la pelle di chi oggi mette a disposizione tutto di sé pur di recepire il grande spreco che i nostri Grandi stanno facendo della propria intelligenza e della propria capacità di amare.
Solanka odia, anzitutto il suo tempo. Un tempo in cui la sua geniale invenzione, la bambola Cervellino che dialoga in tv con i filosofi della storia dell'occidente, è stata trasformata in oggetto di culto e di consumo: quindi, violentata e prostituita. Dalle trasmissioni intellettuali di Solanka, anziché la Voce della Coscienza è stata partorita una Lara Croft dell'Imbecillità. Saremmo nei paraggi del moralismo più bieco, se Solanka non vivesse (e bene) dei proventi che Cervellino, grazie alla sua metamorfosi antialchemica, garantisce a questo accademico piombato nelle secche del disincanto. È un disincanto furibondo, che si appropria del controllo psichico, che fa temere al professore di essere un serial killer, che gli fa vivere una stagione nabokoviana, impraticabile dall'automatismo identitario a cui non soltanto Solanka era abituato. Zone oscure emergono, narrazioni di formazione putrida e morbosa si allacciano al racconto apparentemente coerente allestito da Rushdie, sesso e amore si rovesciano in esperienze notturne e trasudanti verità e menzogna, indistinguibili nella bruma di una psiche decentrata anzitutto dallo slittamento del mondo che le assale. Che è un mondo popolato da idioti i quali conversano per strada con un auricolare, o si voltano ad ammirare la Letterina di turno (che, si dà il caso, è la nuova fidanzata del professore), mentre sulla scena di efferati delitti a sfondo rituale e sessuale appaiono personaggi disneyani. Misteri che si aggiungono misteri, proliferano su misteri, mentre niente accade e la suspence si fa sempre più intensa e irresistibile. Macchine dialogano con macchine, cartelloni pubblicitari rompono matrimoni, rabbuianti personaggi di Star Wars fanno il loro ingresso messianico in vite ridotte a nulla, marionette parlano agli uomini e diventano umani che parlano a marionette. Una rappresentazione dei Vizi e delle Virtù, che sembra tratta di peso da un manuale di Baltasar Gracián, non dà scampo al narcisismo di cui Rushdie si autoaccusa con scientifica e autoptica efferatezza. Non c'è compiacimento dell'"adesso" e nemmeno della critica all'"adesso", che è la discarica della letteratura in cui sono piombati gli Eggers, i Franzen, le Bender. Non si salva nulla, al punto che non si condanna nulla: stare su questo piano è segno di grandezza, e Rushdie ribadisce al mondo intero di essere un grande.
Il povero palpebruto romanziere è stato in Italia, ospite di un indecente gossipparo qual è Vespa. Si è reso conto, Rushdie, di quanto melmosa sia la situazione culturale (e sociale e politica) del nostro Paese. Non che fuori dall'Italia si stia meglio: piccatissimi, gli inglesi, che si sono sentiti maltrattati dagli insulti di Solanka e che ricordano i miliardi spesi per proteggere Rushdie dai fanatici khomeinisti, hanno scatenato una campagna di denigrazione criticoletteraria contro Furia. Capita sempre così, quando si dice in faccia al proprio tempo che è il tempo dell'apocalisse. Del resto, qualunque grande scrittore ha compiuto esattamente quest'ingrata opera, facendo anche di meglio: mettendo sotto accusa, oltre che il proprio tempo, il tempo tutto, quale atto di amore verso l'umanità che si sconfessa mentre la si protegge. Rushdie è in questo solco, insieme a Roth DeLillo Pynchon Palahniuk Moresco Houellebecq e pochi altri. La sua letteratura è una forma voltairiana di preghiera: per questo doppio salto mortale, che gli è riuscito perfettamente in Furia, Rushdie va letto e custodito, come se fosse un lare dei nostri giorni.

Salman Rushdie - Furia - Mondadori - 17,00 euro

  di Giuseppe Genna
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   data: 15 mag 2002 protezione contenuti: assente Aiuto  

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