E venne il momento in cui anche Isabel Allende decise di non dormire più sugli allori. Dopo una serie di produzioni stranianti, qualitativamente discutibili, anche l'autrice di origine cilena (attualmente vive negli Stati Uniti) si è resa conto che la sua fortuna letteraria era in grave declino e che per tornare in alto nei cuori dei lettori bastava una cosa semplicissima, di cui la scrittrice de La casa degli spiriti non sembrava più capace: scrivere un bel romanzo.
La figlia della fortuna è anzitutto questo: un romanzo bello, che riconcilia il lettore di Isabel con la sua autrice prediletta. Perché, in effetti, la Allende ha un pubblico affezionatissimo, che è rimasto più volte deluso dagli esercizi banali delle ultime prove scritte. Qui, invece, si ritrova il fiato, la trama, lo struggente crepuscolo dei ricordi di cui l'autrice, nipote di Salvador Allende, è maestra.
La storia. Eliza, trovatella che riceve un'educazione inglese in terra sudamericana, non corrisponde propriamente ai sogni di gloria borghese della sua famiglia adottiva. Si innamora del fervente Joaquín, e nutre per lui una cieca passione che la porterà ad abbandonare la patria per mettersi sulle orme del suo amato, che nel frattempo è emigrato negli Stati Uniti per partecipare alla corsa all'oro. Segue Eliza un medico cinese, Tao Chi'en, che la aiuta a cercare, in una folla di disperati allo sbando e in mezzo ai residui umani della frontiera, l'amatissimo Joaquín. Qui ci fermiamo: da questo momento inizia una serie di colpi di scena avvincenti, e il romanticismo della Allende si tinge di nera inquietudine. Basti però, per capire la grana del libro, la frase finale, un'enunciazione che ogni lettrice della Allende vorrebbe pronunciare almeno una volta nella sua vita: "Finalmente sono libera".