A Segrate hanno tirato un sospiro di sollievo. Le vendite di Hannibal sono andate bene, per cui anche quest'anno il bilancio regge. Venderanno il piano dei libri un altro anno: a Bertelsmann.
Ma che dire di Hannibal? Innanzitutto che Thomas Harris ha perso la testa. Negli ambienti del thriller non si leggeva qualcosa di così improbabile e ridicolo da decenni. Hannibal è un'accozzaglia disorganica di cazzate in libertà, di luoghi comuni che solo un pirla può essersi gestato nel corso di una vita, e che solo lo stesso pirla - se animato da velleità letterarie o di guadagno - può mettere per iscritto e spacciare per un temibile sequel del Silenzio degli innocenti. E' tutto sbagliato, tutto assurdo, tutto cialtronesco: dalla nomina di Hannibal a Firenze (con lezione filologico-gastronomica su versi danteschi) al cattivo della storia, un pastore cappelluto che dà in pasto a maiali affamati i suoi nemici, calati in una puteolente porcilaia di servizio. Trascorrono figure memorabili sullo schermo della nostra mente: dallo sfigurato, bilioso per desiderio di vendetta, al regista romano che deve riprendere il massacro di Hannibal e finisce massacrato a sua volta.
Chicca finale. La traduttrice, Laura Grimaldi, persona solitamente affidabile, non si rende conto di avere tradotto "stuzzicadenti" con "dente di porco". Il risultato è da fare sganasciare anche un depresso come Erri De Luca: il cattivone se ne va in giro, per tutte le pagine del tomone, masticando incomprensibilmente il dente di un maiale.
Non leggete Hannibal. Leggete Harnibal, la parodia che ne ha fatto Clarence.