Con La fine delle illusioni di Arundhati Roy è finita l'illusione che Arundhati Roy fosse un'intellettuale. E' talmente banale il messaggio sociale che esce dalle pagine atmosferiche o pseudogiornalistiche di questo libro che, come al solito, non si può fare altro che piangere sul perduto mondo dell'editoria, perché un editor normale avrebbe detto alla Roy che era bellissimo il fatto che pensasse questi pensieri e sentisse questi sentimenti, ma non era il caso di ricamarci sopra un libretto modesto e smilzo (in tutto, 142 pagine).
Siccome la Roy è furba, come era desumibile dalla lettura de Il dio delle piccole cose, perfetto meccanismo narrativo al servizio di una melensaggine accortamente distribuita, si poteva immaginare tutto, tranne che questo quadernetto di doglianza per il pianeta che muore e per la povera patria indiana.
La Roy, in un empito di impegno civile (che ha una sua altissima tradizione: non studiarsela è uno dei maggiori torti della neosaggista indiana), si occupa del nucleare e della costruzione di grandi dighe. Giungendo a questa sconcertante conclusione: "Magari, chi lo sa, è questo che il ventunesimo secolo ha in serbo per noi: lo smantellamento delle Grandi Cose. Grandi bombe, grandi dighe, grandi ideologie, grandi contraddizioni, grandi Paesi, grandi guerre, grandi eroi, grandi sbagli. Magari sarà il Secolo delle Piccole Cose. Forse proprio adesso, in questo stesso istante, c'è una piccola dea, lassù in cielo, che si sta preparando per noi". Tra la New Age e l'automarketing per rilanciare Il dio delle piccole cose. In realtà fotografandosi nei panni della Piccola Scrittrice.
Andrà meglio la prossima volta, forse.
Arundhati Roy, La fine delle illusioni, Guanda, 18.000 lire
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