E' tipico degli ingrati e dei cazzoni sputare nel piatto in cui non solo hanno mangiato, ma stanno tuttora mangiando. Infatti, gente come Luttwak o Soros, che sono ingrati e cazzoni e anche qualcosa d'altro, sputano nel piatto della globalizzazione, che loro hanno voluto (verrebbe da dire: perpetrato), e da cui inesaustamente traggono sangue umano per i loro appetiti vampireschi.
George Soros è uno che non vorreste mai in famiglia. Presule misterioso, plurimassone, speculatore di borsa, è invece il genero ideale dell'italiano medio: tanti soldi, poca morale, aura da benefattore. Della sua filantropia portano il peso i milioni di diseredati che, un po' in tutto il mondo, hanno scontato gli effetti delle sue politiche finanziarie piratesche e scellerate.
Mai pago e mai colpito da un accesso di pudore, Soros trova spazio nel gruppo Longanesi per raccontarci la crisi del capitalismo globale, rubando le tesi di gente come il gruppo della Executive Intelligence Review, che da anni predica nel deserto per un nuovo riallineamento monetario e supplica perché si metta fine al mercato dei derivati. Adesso, dopo avere spremuto lo spremibile dal Pianeta, questo baronetto dei Servizi Inglesi, con la sua prosa monotona degna di un eremita ungherese rifugiato a Wall Street, ci fa la morale, ci dice che il mondo è sbagliato, che bisogna introdurre un po' di chili d'etica nel mercato.
Verrebbe da dire a Soros: "Alla faccia!". Non diteglielo: la faccia di Soros sta tra l'epidermide di un batrace e la complessione fisionomica di Franco Sensi, presidente della Roma.
George Soros, La crisi del capitalismo globale, Ponte alle Grazie, 25.000 lire
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