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  OSCAR FIRMIAN di ENRICO BRIZZI

brizzi Il titolo dell'opera di Brizzi, l'ultima fuoriuscita dalle stremate rotative bolognesi dell'autore di Jack Frusciante, è, per esteso, Elogio di Oscar Firmian e del suo impeccabile stile. Per non strafare ed essere accusati di partigianeria, lasciamo che la parola sia presa da un giornalista del Corriere che, a nostro parere, ci azzecca spesso e si chiama Giovanni Pacchiano. Recensendo quest'assurdo nuovo intruglio brizziano, che segue uno stinto romanzetto di poco tempo fa, di cui non ci ricordiamo il titolo (e non abbiamo davvero voglia di sforzarci di ricordarlo) ma ci ricordiamo che dava l'impressione che Brizzi fosse invecchiato di colpo e diventato un coetaneo di Prisco o di Sgorlon, scrive il buon Pacchiano (oh! lo scrive sul Corriere, mica su Clarence...): "E'scontato che, dopo la prova d'esordio e il riscontro del successo, un giovane narratore faccia fatica a identificare la via da seguire per il futuro, col pericolo di cadere nello scimmiottamento di sé o nella forzosa apertura a tutti i costi di nuove prospettive. Nel caso di Enrico Brizzi, al quarto romanzo in cinque anni e dopo non poche oscillazioni di percorso, è meno scontato che tale ricerca non appaia in qualche modo approdata a un suo centro. Perché, nonostante la non indifferente mole del suo ultimo libro, il risultato non c'è. Opaco di una sua avvolgente e spessa opacità, inconcludente, divagante, prolisso, l'«Elogio di Oscar Firmian e del suo impeccabile stile» sembrerebbe puntar alto, guardando - come ci dice il risvolto di copertina - al «romanzo internazionale» e risultando «gremito di fatti», «di viaggi e interrogazioni e dubbi». Tant'è, a volersene convincere. Senonché, di questo libro da piccola provincia compiaciuta della propria verbosità - altro che «romanzo internazionale»! - non prende la storia dei due giovani protagonisti. L'uno, il giornalista e cacciatore di celebrità Oscar Firmian, specializzato in clamorosi libri-intervista; l'altro, il suo agente e amico Gabrio Spichisi, voce narrante della vicenda, ingenuo e malizioso biografo dei «memorabilia» dell'amico. L'ultimo compito - e finanziariamente ghiottosissimo - dei due: rintracciare (e far parlare) il mitico Evander Deltoid, leader del famoso gruppo rock dei «Normals», misteriosamente scomparso nel nulla. Il tentativo fallisce (sarà qualcun altro a riuscirci...) ma, in cambio, Oscar incontrerà l'amore. Da chiedersi perché tanta enfasi e tanto manierismo nello stile di Brizzi; con una processione di cliché di scrittura: dal vocativo «avvertìti lettori» - con la variante «miei avvertìti», reiterato nel corso della trama -, all'aggettivazione magniloquente: «oneste parole», «oneste boutique», «onesti vaffanculo» (sic)... Per raccontare una storia «con intensità e grazia», «servono gli strumenti», ci ricorda con calore un personaggio di Brizzi. Idem per riconoscere che «è degna d'essere raccontata» e per «smascherare l'autocompiacimento». Già, servono gli strumenti".

Enrico Brizzi, Elogio di Oscar Firmian e del suo impeccabile stile, Baldini & Castoldi, 26.000 lire

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