Passano gli anni e Sergio Flamigni non demorde. Forse, la dicitura dell'appartamento di via Gradoli come "covo di Stato", una volta tanto, non cadrà nell'indifferenza generale, come già accaduto in occasione dei precedenti testi dell'ex presidente della Commissione Moro, quando, falsando le aspettative del notabile diccì trucidato, il sangue, anziché cadere su di Loro, si è fermato in stato aereo, sospeso, una spada di Damocle sulle testoline di chi sapeva e di chi voleva.
Il covo di Stato affronta, esamina e risolve uno degli aspetti più intricati ed enigmatici dell'affare-Moro. Una fittissima rete di coincidenze, omissioni, mezze rivelazioni, infatti, avrebbe fatto convergere e, al tempo stesso, avrebbe distolto la pubblica attenzione su via Gradoli. A partire da quella scelleratissima bufala della seduta spiritica di Bologna, dove, al tavolino traballante sotto le mani di Romano Prodi e del suo ex ministro Clò, le buonanime avrebbero spifferato dall'aldilà il nome della via in cui Moro era custodito. Non c'è soltanto questa triste e grottesca appendice della vicenduola di via Gradoli a rendere vibrante e storicamente preciso il libro di Flamigni: c'è soprattutto la decrittazione dell'incredibile trama che lega la proprietà del covo ai Servizi Segreti, con le solite Ombre che si allungano, oggi come sempre, sull'esistenza travagliata e complottarda della nostra Repubblica.
Sergio Flamigni, Il covo di Stato, Kaos Edizioni, 28.000 lire
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