Che Dario Fo abbia rotto i coglioni, coi suoi spettacoli finto-poveri, le sue scenate isteriche via etere, le sue provocatorie prese di posizione a favore di Sofri e dei diritti delle patate è ormai acclarato. Per una virgola non è finito nel sondaggio di Clarence su chi ha rotto di più le palle tra Baglioni, Fazio, Forattini e Baricco. Doveva entrare al posto di Baricco, poi si è pensato: ma Fo non è uno scrittore! Mettiamo uno scrittore! E abbiamo messo Baricco. Invece, quei barbisa della Accademia del Nobel lo hanno insignito del massimo riconoscimento a cui dovrebbe aspirare, in vita, uno scrittore. Così facendo, gli svedesi hanno creato un ibrido pazzesco e pernicioso che, al confronto, le diavolerie transgeniche con cui se la prende Fo sono caramelline: un incrocio tra Savonarola e un malato di Alzheimer che va in giro dicendo di essere uno scrittore, un clone di Robocop in salsa sartriana, un giullare che sembra Einstein e invece è davvero, come si vanta, un giullare.
Adesso, Fo sale sul carro più equivoco e imbarazzante dell'editoria italiota, Stile Libero, collana einaudiana di argomenti vari e cazzate molte (basta ricordare le divertentissime cazzate di Antonio Albanese). Eccovi sfornata, calda e pulsante, la geniale messa in scena dell'ultimo degli spettacoli di Fo, quello dove l'argot padàn del Nobèl dentuto diviene uno strumento di Potere: come non era prima e come è diventato nel corso di questi due ultimi, estenuanti decenni.
Dario Fo, Lu santo jullàre Françesco, Einaudi, 32.000 lire
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