Dopo l'assegnazione del Nobel per la letteratura, a Günter Grass incomincia ad arridere il successo commerciale nel nostro Paese. Gli italiani si sono resi conto, in massa, che Il tamburo di latta è uno dei capolavori del secolo, e corrono a frotte a comprarlo, catapultandolo a sorpresa in una classifica editoriale striminzita e carente di libri belli. Einaudi edita i cento racconti de Il mio secolo, una delle prove più barocche e cerebrali dello scrittore tedesco. Cento racconti perché cento sono gli anni di un secolo. Alla media di un racconto per anno, il Novecento schiera le sue nevrosi, le sue straordinarie voragini, la sua vertigine tecnologica e i suoi orrendi baratri. Grass, osservatore-partecipe d'eccezione, fa esattamente ciò che il suo connazionale (perlomeno da un punto di vista linguistico) Paul Celan chiedeva alla coscienza dello scrittore: testimonia per il testimone. Così l diviene una sorta di teodicea della scrittura, sbalordita di fronte agli eventi allucinanti di un tempo che ha aperto crisi nel soggetto e nelle comunità, e ha esposto l'umanità agli abissi del Male e ai faticosi recuperi delle coscienze normali, assetate di un'etica umana e praticabile, dopo le sbronze metafisiche e assolutistiche dei secoli non nostri.
Ancora una volta sorprende la capacità spettroscopica del letterato Grass, qui forse non al suo meglio: però è un grande scrittore, la grana delle parole è sensibile e pregna di ossessioni storiche e sovrastoriche, la capacità di spostamento dello sguardo è magistrale e la resa non è per nulla retorica. Ci avesse provato un italiano, a compiere un'impresa simile, avremmo ricavato una cazzata neoavanguardista o uno sproloquio enfatico-fassista.
Günter Grass, Il mio secolo, Einaudi, 32.000 lire
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