E' incredibile come, da un po' di tempo a questa parte, le cose migliori, in poesia, arrivino da àmbiti e personaggi che, fondamentalmente, alla poesia dovrebbero essere estranei o distanti. Così accade che l'album Medicina buona del gruppo it.hop La Comitiva racchiuda in sé un discorso metrico straordinario, che Frankie Hi NRG, a colpi di sdrucciole e immagini fluorescenti, si pappi buona parte dei giovani e anemici poeti nazionali, e che un autore di romanzoni, tutto sommato neanche bellissimi, come è Michael Ondaatje, scriva un capolavoro che sta a metà tra il poema e il libro lirico come questo Manoscritto, uscito nella storica collana di poesia Garzanti. Viene da ridere, perché Il paziente inglese faceva ridere, mentre questo straordinario testo poetico fa meditare: meglio, fa ricordare. Che tipo di ricordo evoca Manoscritto? In una civiltà che ha fatto, della memoria, un culto, Ondaatje sovverte le gerarchie gnoseologiche di questa dottrina del ricordo: se normalmente si cerca di militare ricordando, l'autore canadese, originario di Ceylon, milita dimenticando e ritrovando, tutto d'un colpo, un mondo che gli era trapassato nel sangue e nel cervello: quello dell'originaria Ceylon, appunto, che diviene patria di elezione del desiderio, della speranza tradita, di uno ieri fraterno al domani e scavalcante l'oggi, radura piatta dove le superfici sono erose dalla corrosività salina di una memoria del consumo. Ha scritto, sul Corriere, il vecchio Giovanni Giudici che Manoscritto è un libro denso di "riferimenti di cultura radicalmente altri e alternativi rispetto alle nostre dominanti ideologie dell'accumulo, della competizione, del profitto, del sovvertimento dei limiti naturali, della sfida senza fondo alle barriere del tempo e dello spazio". E ha anche citato alcuni versi di Ondaatje, che valgono più di qualunque recensione. Provate a leggerli e a dire che non è grande poesia...
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Michael Ondaatje, Manoscritto, Garzanti, 32.000 lire
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