Povero Simon Dykes, artista un po' bohemien, che si ritrova in una sorta di mondo parallelo, all'improvviso: lui crede di essere un uomo, quando la razza dominante è quella delle scimmie e gli uomini sono animali inferiori, probabilmente incapaci di pensare. Dykes entra in casa di cura: riusciranno a farlo rinsavire? Riusciranno a guarirlo, a convincerlo che non è un uomo, bensì una normalissima, benpensante scimmia?
Come già nei suoi titoli precedenti, Misto Maschio e Cordiali saluti da un mondo insano, Self, ex geniale ragazzotto con conflitto tra due identità ugualmente operanti in lui, quella americana e quella continentale, si conferma "figlio del socialismo utopico di tradizione inglese, fieramente anti-establishment". Con tutte le contraddizioni del caso: siccome il socialismo utopico di tradizione inglese, al giorno d'oggi, è l'establishment, risulta un po' ridicola una presa di posizione tanto ingenua da non sapere riconoscere la mano che muove il bastone sulla groppa dello scrittore. Meglio dell'impianto, vagamente ispirato a un altro socialista utopico di tradizione inglese come Aldous Huxley, è la trattazione narrativa che, a partire da un già visto e stravisto, corre sul filo del rasoio, rischiando consapevolmente l'anarchismo cognitivo di Sacks e la fiction del Pianeta delle scimmie. Però la sfida è vinta, anche perché, come dire?, Self è soprattutto un bravo scrittore che non ha ancora scritto un grande libro.
Will Self, Grandi scimmie, Feltrinelli, 35.000 lire
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