Mondadori rialza prepotentemente la testa e pubblica uno dei libri più belli di questo stentoreo decennio. E' Un uomo vero di Tom Wolfe, quello che il bizzarro scrittore del Falò delle vanità, vestito di bianco e gilé come Francis Scott Fitzgerald, sperava essere il grande romanzo americano di fine millennio. Non gli è andata bene, anche per l'opposizione critica di romanzieri grandi ma - come spesso capita - invidiosi, come Mailer e Updike, che lo hanno ripetutamente stroncato, col risultato di aizzare le collere velenose del viveur Wolfe e di dare vita a una delle più scoppiettanti polemiche letterarie di questi anni. Eppure, Un uomo vero può non essere quello che si aspettava Wolfe, ma di sicuro è un romanzo eccezionale, corale e intenso, perlomeno di una statura identica a Mason & Dixon di Pynchon e a Underworld di DeLillo.
La grande capacità di Wolfe è quella di riuscire a ritrarre, come in uno spietato quadro iperrealista, la nudità del re. Il re è, ovviamente americano, e la prosa impietosa di Wolfe, al solito brillantissima e acuta come una stilettata diretta al cuore del lettore, mette in scena una saga orizzontale: una finta vicenda singola, quella del decaente Charlie Croker, ex campione di football al college e attualmente proprietario terriero, nasconde in realtà una folla di storie e di personaggi che calcano i residui rovinosi del nostro oggi. Il nostro oggi, per inciso, Wolfe lo ambienta ad Atlanta, città eletta nucleo del Sistema, sgargiante e bidimensionale come un cartone animato dopo le celebrazioni delle Olimpiadi firmate Coca-Cola e resa ancora più disumana da quell'organismo placentare e terrifico che è la CNN.
Complimenti a Mondadori che rivitalizza, con A man in full, una essangue collana di letteratura cosiddetta alta. E complimenti anche al traduttore, che ha compiuto un mezzo miracolo.