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  BREVI INTERVISTE CON UOMINI SCHIFOSI
DFWEcco il testo dell'intervista rilasciata da David Foster Wallace al Corriere della Sera. L'autrice, Livia Manera, si è sottoposta all'estenuante lavorio ai fianchi di un autore risaputamente schivo e multinevrotico. Prima di lei, Fabio Zucchella, direttore della rivista "Pulp", si era prestato a una seduta giornalistica nel medesimo fast food. Del resto, come sottolinea l'autrice dell'intervista, non è soltanto l'idea della pubblicità a infastidire DFW. Di fastidi, il Nostro, ne ha da vendere...

Sta per uscire la raccolta di racconti "Brevi interviste con uomini schifosi" scritta da un autore di 38 anni che è considerato l'erede di Pynchon. Lo abbiamo incontrato

WALLACE Il sorriso nero della nuova America

di LIVIA MANERA

"Non mi piace la nostra cultura basata sulla vendita"

DFWDWIGHT (Illinois) - L'appuntamento con David Foster Wallace è nel parcheggio semivuoto di un McDonald's a circa un'ora da Bloomington, Illinois, dove vive e insegna questo giovane scrittore idolo della sua generazione. "Non è colpa sua, ma le interviste mi stressano" dice entrando nervosamente nel locale al neon, alto, grosso, in bermuda e bandana rosa annodato sulla testa. Lo innervosiscono a quanto pare anche le edizioni straniere dei suoi libri. "Tutto quello che scrivo è molto idiomatico, molto americano. Diffido delle traduzioni". Non serve rassicurarlo che nel suo caso certi traduttori fanno miracoli. "E poi non potevo farla venire fino a Bloomington, perché sapevo che si sarebbe persa e sarebbe stata uccisa, e sarebbe stata tutta colpa mia".
Ci sediamo a un tavolo di formica, e per fortuna dopo un po' la tensione cala. Dopotutto non può sfuggirgli l'ironia del fatto che siamo qui per parlare del suo nuovo libro "Brevi interviste con uomini schifosi" che racconta l'avventura di un'intervistatrice alle prese con una serie di uomini di ogni età e ceto sociale, il cui comune denominatore è un'ansia paranoica, specchio delle storture della cultura americana contemporanea. "Sono quattro gruppi di interviste che in realtà appartenevano a un altro progetto ma poi hanno preso la loro strada. Stia tranquilla, sono completamente inventate. Ci sono elementi autobiografici, ma non riguardano i casi più perversi. Volevo mettere a confronto il femminismo con la misoginia dei maschi americani in una gamma di situazioni che va dal molto banale al molto sordido. Sarà capitato anche a lei qualche volta di uscire con un idiota. Beh, la gran cosa degli idioti è che non vedono l'ora di mostrarti quanto sono idioti, e più profonda diventa la tua percezione di avere a che fare con un idiota più rumore fanno e meno capiscono quello che stai pensando".
Il fatto è che avendo eliminato le domande della donna, Wallace ha costruito in realtà una serie di monologhi spezzati che riflettono il modo in cui secondo lui gli uomini americani "pensano" alle donne. In questo catalogo di mostri, tra l'uomo che muore di vergogna perché nel momento dell'orgasmo non riesce a trattenersi dall'urlare "Vittoria per le Forze della Libertà Democratica!", quello che cerca di scaricare la fidanzata convincendola che lo fa per il suo bene, e quello che riflette "chi siamo noi per dire che subire un incesto o un abuso o una violenza alla lunga non può avere anche i suoi lati positivi?", il barometro della prosa di Wallace oscilla tra la comicità più sardonica e la depressione più nera. Non ci vuol molto a rendersi conto che sono tutti degli stupratori. In qualche modo "Brevi interviste" rappresenta un seguito di "Infinite Jest", il romanzo di Wallace che nel '96 gli diede la notorietà e che ora Fandango si è assunto l'onere di tradurre (più di mille pagine di formidabile prosa in libertà), dopo che anche in Italia Wallace ha raggiunto lo status di sommo scrittore di culto. Séguito, dicevamo, nel senso che il paesaggio interiore di questi uomini "schifosi" riflette, come in "Infinite Jest", quello esteriore di un'America tossica nei valori e nello spirito. E questo vale anche per i protagonisti dei racconti che Wallace ha intercalato nel suo libro alle interviste, come la moglie ingenua del masturbatore compulsivo di "Mondo Adulto", o la ragazza di "La persona depressa" intrappolata nella circolarità ossessiva della propria nevrosi, o il diciannovenne di "Non significa niente", che di colpo recupera la memoria di un abuso sessuale subito (o forse no) da bambino.
Perché tanti psicopatici in questo libro? "In questo?" si stupisce. "Forse perché non mi piacciono certe cose dell'America: la cultura che abbiamo inventato e il modo in cui ci trattiamo l'un l'altro, sempre a venderci reciprocamente delle cose. Oggi si tende a pensare alla letteratura americana come divisa in due filoni: quello commerciale e quello che rappresenta l'opposizione al capitalismo post industriale, e nella fiction vuol dire personaggi cinici e nichilisti. Anche questa è arte scadente. E' la fiction del vuoto, degli epigoni di Carver, che non fa che ripetere che l'America è l'inferno".
Per lui, piuttosto, che è nato nel '62 a Ithaca, figlio di due insegnanti universitari di sinistra, e ha scelto di vivere in modo a dir poco appartato, si direbbe che il demonio abiti nell'ambiente letterario di New York, "dove tutti ti raccontano pettegolezzi editoriali e ti chiedono quanto è grande la tua quota di mercato, con un ego da liceali. Come: chi esce con la ragazza più carina? Così almeno era al liceo dove sono andato io, prima che nelle scuole cominciassimo a spararci l'un l'altro". E se evita i critici che lo paragonano a Pynchon ("non li leggo più"), altrettanto vale per i colleghi scrittori. "C'è troppa gente che scrive in America ed è piena di risentimento per la scarsa attenzione che riceve. So solo che non voglio far parte del giro. So rendermi infelice da solo senza bisogno degli altri".
Eppure non è il riconoscimento a mancare a questo trentottenne mite e ansioso, a cui persino i critici più ostili riconoscono un talento smisurato, anche se lo accusano di trarre più piacere dall'atto di distruggere che da quello di creare. E il fatto che Wallace dimostri di aver trovato una terza via a quei due stereotipi, commerciale e nichilista, della narrativa americana è testimoniato dalla profonda tensione morale che accomuna tutti i suoi ultimi racconti, dai più irritanti e meno riusciti ("non sono uno scrittore molto chiaro, le cose per me sono sempre molto complicate"), ad assoluti capolavori di sensibilità come "Per sempre lassù", cronaca interiore di un undicenne che sta per tuffarsi per la prima volta dal trampolino di una piscina pubblica.
Circa cinque anni fa, racconta, si è trovato a dover decidere se continuare a vivere qui o no. Si guarda intorno: plastica, neon e patatine unte. "La cittadina dove vivo è piena di questa roba. Ma c'è un significato qui, in qualche modo. E la letteratura che mi interessa è quella che affronta i possibili significati di questa vita americana così criticata e disprezzata dal resto del mondo. Anche se è un disprezzo che, mi creda, ci meritiamo fino in fondo".

  di Giuseppe Genna
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   data: 3 apr 2000 protezione contenuti: assente Aiuto  

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