Per quanto un lettore ricerchi una coerenza definitiva e un filo d'oro a cui attaccarsi durante la perigliosa transoceanica a cui lo sottopone un libro, alla fine tutto ciò che viene unito e compreso (e quindi si trasforma in alimento, in qualcosa di comunicabile) sta in lui (o in lei, ovviamente): la saggezza del racconto è estranea alle parole: una lezione che, da Shakespeare a Victor Hugo, la nostra letteratura non si è mai stancata di ripetere, monotonamente, ossessivamente, come se fosse il cuore più puro della sua mitologia votata allo scacco. Che la narrativa sia uno scacco (e il romanzo il suo pedone incapace di riscattare la regina) può indurre ad atteggiamenti sconsiderati o disonorevoli (gran parte delle volte è così), oppure a imprese eroiche. Allora, in quest'ultimo caso, ci troviamo di fronte al pralabda, all'helter skelter, al salto di ciclo della letteratura. Di fronte a una simile e disumana prospettiva, servono eroi ed eroine. Euridice fa parte di questa dissennata e talentuosa schiera.
f/32 non è un romanzo: è l'essenza stessa della grande letteratura. Entrate in f/32: è un girone infernale dove i corpi, i gesti, le parole si confondo, si uniscono come mucillagini, flirtano come amebe, cozzano come vecchie armi od ossa sbiancate dal sole. f/32 è un momento preciso: quello in cui una letteratura sceglie la propria tradizione (stilistica, retorica e tematica) e la mette impietosamente in scena. La storia, a questo punto, impazzisce ed esplode: ed è ciò che capita alla trama del libro di Euridice. All'inizio furono in due ("numerus infamis", a sentire San Tommaso d'Aquino): Ela e la sua fica, il corpo e lo spirito, le donne e gli uomini. Partendo da questa separazione (fatta di storie: Ela ha un amplesso per ogni notte e ogni amante è una storia diversa e, al tempo stesso, la stessa storia), Euridice mette in scena un'infinita teoria di personaggi (un teatro umano che ricorda da vicino la profusione di icone di Gravity's Rainbow di Pynchon). Inizialmente senza nome, questa folla è composta da anonimi amanti, tutti maschi, che negano a se stessi la propria liberazione e negano a Ela di godere della sua identità. In un delirio di intimità, Ela non ne ha. I muti dialoghi coi suoi amanti sono un profluvio di parole che - come si conviene a questo tempo - riedificano con fatica un'epica. L'epica in questione - l'unica plausibile oggi - è un'epica "genderista", e va dato atto a gente come Euridice, la Cadigan, Pat Califia e Kathy Acker che l'intuizione che hanno avuto (un'intuizione di genere epidermico, totalmente preclusa agli uomini) è destinata a cambiare il senso stesso della letteratura. Provate a leggere e chiedetevi se non è epica, questa: "«Sei l'amante divina. Il tuo amore è eccessivo. Schianti ogni resistenza. Premii una vita di devozione e disciplina liberando da costrizioni e precetti. Concedi il nullaosta alla gioia. I tuoi amanti subiscono ferite amorose inflitte da unghie e denti. Se i pori del corpo non traboccano di delizia, se la mente non si dissolve, se lacrime di beatitudine non iniziano a scorrere, se la bocca non esplode in un canto fragoroso, allora la purificazione sfugge al tuo amante e al mondo intero», così gli uomini elogiano Ela"; ma anche: "All'altro capo della città, in questo stesso momento, la sua fica sta progettando di invadere il mercato".
Kafka (il divino amante "K"), Pynchon (il complottista che fa parte a sua volta del grande complotto imbastito dalla V, lettera e simbolo che travolge l'occidente intero), lo stesso Victor Hugo (chiamato direttamente in causa dall'autrice), Rilke (l'impressionante sequenza di cose viste mentre Ela cerca la sua fica è un richiamo esplicito dell'incipit del Malte), Ginsberg (che compare a un party: ma non è lui, ovviamente) sono soltanto alcune vertebre del flauto spinale modulato con dolore estremo e gioia intensa da Euridice. Mentre Ela si disanima, la sua fica si anima: e viene persa. Ricerca di un graal impossibile da trovare perché già posseduto, l'indagine noir di Ela che si trasforma in seguigio della sua fica scomparsa (e nel frattempo trapassa nel lesbismo) è un'immensa, articolata allegoria che ha ben più da dirci sui rapporti e sull'essenza dell'uomo di questo tempo di quanto faccia Daria Bignardi (il che, di per sé, è già un miracolo, e del tutto letterario per di più). E va ricordato che la problematica della "magnifica assassina" potrebbe risultare, alla lunga, un knock out formidabile alla poetica mercantilista dei nuovi generi (gli ex generi sfigati, ora incensati dall'editoria e ricoperti d'oro: noir, giallo, thriller e fantascienza).
Un'ultima notazione. La lingua di Euridice (lessicale e, in originale, ricca di un ritmo straniante che ben si attaglia alla condizione di paria linguistica dell'autrice) è un miracolo. Non va dimenticato che la cialtroneria non è di casa nelle schiere dell'AvantPop. Meritoria, quindi, la funambolica traduzione di Giacarlo Carlotti. Tra le parole si insinuano trame, e viceversa.
Questo libro è un miracolo e fa sorgere un'irresistibile tentazione: quella di toccare il lembo del mantello, per sentire che, anche oggi, partecipiamo tutti, nuovamente, di un tempo letterario.
f/32 di Euridice, Shake Edizioni Underground, 25.000 lire
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