Di M31, il romanzo di Stephen Wright edito da Fanucci, pubblichiamo il capitolo iniziale (si ringraziano Sergio Fanucci e Mattia Carratello per l'autorizzazione).
"Ma che cos'è?"
"Che cos'è cosa?"
"Quella."
"Quella? Quella là?"
Le facce verdi stavano sospese come palloncini sullo schermo caldo del radar. Lo strumento obsoleto scoppiettava e friggeva.
"Quella massa enorme."
"Leva il dito."
"Guarda, si sta spostando."
"Ma dove?"
"Sta aumentando."
"Questa?"
"Sarà grande chilometri."
"Questa qua?"
"Che cos'è?"
"Prova a indovinare."
"Non saprei."
"Prova."
"La nave madre?"
"Sí, che viene a prenderci per portarci a casa, dove tutti i trapassati, e pure i loro bagagli, sorridono, fanno ciao e ciancicano zucchero filato."
La bocca di Edsel si chiuse di scatto come quella del pupazzo di un ventriloquo e lui si girò sulla sedia, piantò i gomiti ossuti sullo schermo e si sporse in avanti in una mimica esagerata, le mani a tappare le orecchie, le scarpe da ginnastica consumate a dondolare sopra il pavimento in pendenza, ti odio, ti odio, ti odio.
"Temporali, fessacchiotto, ricordi? Stronzissimi temporali."
Aghi sottili giravano negli ovali lucidi dei suoi occhi.
Dallas accostò le labbra al dorso della piccola mano lentigginosa del fratello e si mise a sibilare oscenità. Poi si spinse lontano dal tavolo; la sedia pieghevole di legno raschiò le tavole nude e crollò con uno schianto esplosivo quando lui si alzò. Il suo profilo, il naso rotto, il taglio di capelli alla elettroshock, si stagliavano contro una vetrata colorata che riproduceva delle buffe figure in abiti da Fra' Tuck con gli occhi inespressivi e sproporzionati sollevati verso una fiamma nel cielo violetto. Dallas posò lo sguardo sul cranio di Edsel, un uovo di struzzo impiastrato di capelli secchi e sbiaditi. "Okay" disse. Guardò le magre spalle strette. "Continua pure a sgobbare. Io vado a cercare Poly." Lo schermo emetteva uno stridio come di gomme sull'asfalto fresco.
Silenziosamente i piedi nudi scesero per la stretta scala a chiocciola dalla galleria del coro fino a un pavimento butterato da grappoli di buchi di vite sul quale l'uso aveva tracciato il disegno netto di una griglia. Al centro di questa lunga stanza spaziosa, tra le file prospicenti di alte finestre senza tende, c'era una struttura metallica ellissoidale piú grande di una campana subacquea e chiaramente assemblata nel tempo da mani diverse con l'utilizzo di tutto il materiale disponibile, lastre di zinco, lamiere, rivestimenti in rame e altri avanzi da cantina. Dall'interno rabberciato arrivava un mormorio di voci femminili:
"La luce?"
"Sí."
"Brillante e forte, è successo spesso ultimamente."
"Quindi quando sono riuscita ad aprire gli occhi l'ho visto proprio bene, lí, aggrappato al davanzale, col culo di fuori e la bocca spalancata verso la luna, come se fosse sul punto di trasformarsi in qualcosa di orribile. Mi ha fatto cagare sotto dalla paura. Aveva la pelle cosí strana. Era come se la luna e il suo corpo fossero fatti della stessa materia."
"Da bambino aveva crisi di sonnambulismo quasi ogni notte. Qualche volta papà lo legava al letto."
"Non mi sembrava addormentato."
"Davvero?"
"Ce l'aveva dritto."
Dallas andò dietro un tramezzo di cartongesso dove una pentola bolliva sul fuoco. Prese una lattina di birra dal frigo ronzante e tornò quatto quatto verso l'altra stanza, l'attenzione catturata per un attimo dallo schermo del televisore muto nell'angolo, sul quale alla faccia arrabbiata di una donna si alternava la faccia arrabbiata di un uomo in un appartamento pieno di piante e mobili di design. Stappò la lattina. "Ti ho sentito" disse una delle voci femminili. Maryse. Aveva la testa impacchettata in un kapok. Lui sgattaiolò di corsa fuori dalla porta aperta sul pomeriggio morente. Il vento cominciava ad agitare i gambi del granturco nei campi, che si piegavano sotto l'incudine del fronte di un temporale estivo. Il sole, già sepolto dietro la tempesta che avanzava, continuava ad affacciarsi sui gradini di pietra sotto i suoi piedi in ondate lievi e regolari; pulsava nella ringhiera di ferro sotto la sua mano. Guardò giú. Piedi. Buffa parola, buffe estremità: troppo strette, troppo lunghe o troppo distanziate. Le vene ci strisciavano sopra come ghirigori di vermi azzurri. Tutto restava uguale troppo a lungo o si trasformava in qualcos'altro troppo in fretta. All'improvviso un posto era tanti posti. Questo granturco era anche rosa e il cielo uno scintillio di poliuretano sospeso sopra i fili d'acciaio lampeggianti che si allungavano tesi e paralleli nell'orizzonte da ponte di plastica e i suoi piedi? i suoi piedi erano pinne. Lui era già lí: dove tutti volevano essere.
Si trascinò fin nel mezzo di un arruffato quadratino di prato, lame di sanguinella puntuta gli solleticavano le caviglie, e stette lí, a grattarsi l'ombelico e a bere, nella spettacolare perturbazione, lunghe sorsate di birra fredda. Da ovest si avvicinava un aratro di nuvole alte, scure come la terra che pareva sollevare. Spacchi bianchi si aprivano e chiudevano sulla superficie in movimento. Il vento lo rendeva consapevole della forma della sua faccia e gli portava fin dentro le narici l'aroma ricco della merda calda. Dio, se amava la campagna. Giú verso est, dove gli aratri si scontravano con il cemento, Dash e Dot stavano camminando per le stesse strade, mangiando lo stesso cibo, respirando la stessa aria! come Vic and the Vectors. E lui stava qui. Qui. Piegò indietro la testa e lasciò che la birra gli scendesse in gola, poi si raddrizzò e gettò la lattina vuota che rotolò giú per la strada di ghiaia grigia. Dietro di lui si affacciava la chiesa di un nero compatto dalle fondamenta al campanile, sul quale girava il piccolo riflettore parabolico, una sagoma nera e spigolosa all'apparenza piatta come l'ombra gettata da qualcosa di invisibile nel cielo lontano.
Come si aspettava, trovò Poly sul retro, nel vecchio cimitero, a ruminare la sua squisitezza preferita - erba di camposanto. "Forza Poly, andiamo" - la mano sollevava nuvole di polvere sulla groppa ossuta. La capra si scostò un poco, occhi spalancati, bocca impegnata. Le lapidi, storte, scheggiate e rotte, erano sparse in giro come denti che dondolano, i nomi e le date sbiaditi sulle pietre scolorite e muscose. Dallas sapeva soltanto che tutta questa gente era morta da un bel pezzo. In alto, i rami grossi e pesanti dell'albero del cimitero cominciarono a ondeggiare, le foglie a frusciare avanti e indietro come le carte di un prestigiatore. Alla base del tronco trovò una bomboletta di vernice rossa. L'agitò rumorosamente, provò l'effusore in aria e, piegandosi in avanti, scrisse di traverso su
ALPHEUS PAGE
1821-1872
Il 3 aprile il tuo sole scese giú
Dove oh dove papà sei ora tu?
le parole VECCHIO SCORREGGIONE. Scarabocchi del genere decoravano altre tombe: MANZI, OI, RINO. "Hey" - puntò la capra con la bomboletta - "ti va di diventare un setter irlandese?" Poly continuò a masticare, ignara. Dallas fece ruzzolare la bomboletta giú dall'albero. Uncinò con le dita il collare per cani di Poly e trascinò il suo corpo belante fino alla porta sul davanti - l'aria adesso era carica di ozono - e su per gli scalini fin dentro la chiesa, gli zoccoli incerti che esplodevano sul pavimento come miccette.
Una testa femminile saltò fuori dalla cima dell'uovo di metallo come un pagliaccio da una scatola, e strillò, "Ma che cavolo!" nel tono ben noto a qualsiasi fratello minore. Trinity. Sua sorella. Tanto tempo prima, quando lei aveva quattro anni ed era una bellissima principessa che viveva in una Torre Incantata, un folletto fastidioso aveva lasciato sulla porta del castello un cesto di lacrime e puzze che mamma e papà trovavano proprio carino, e per piú notti di quante le dita di mani e piedi ne possano contare lei aveva chiesto alla stella fuori dalla sua finestra di farle trovare al risveglio bimbo ancora addormentato e che bimbo dormisse per sempre. Di questo non si ricordava assolutamente. Aveva capelli neri e occhi grigi e portava giorno e notte un rossetto color rosso camion-dei-pompieri, uno squarcio di colore che da quelle parti era impensabile come una Porsche in un campo di fagioli.
"Sta per piovere" disse Dallas. In televisione le stesse facce adesso stavano schiacciate l'una contro l'altra in un atto che comportava chiaramente l'uso di entrambe le lingue.
"Non me ne fregherebbe niente neanche se piovessero mattoni."
Era affascinato dalle labbra protese di lei, sul punto di spiccare il volo.
"Che cosa ti è stato detto a proposito di quell'animale in casa?" Non era una domanda.
"Bla-bla-bla. Maryse" chiamò. "Hey, Maryse." La rabbia era una nuvola che si avvolgeva a spirale.
Spuntò fuori una seconda testa, troppo sciupata anche per poter sembrare un qualunque pupazzo, l'unico colore sulla faccia la mezza luna pesto-vellutata sotto ogni occhio.
"Hey, Maryse, mi ricordo il sogno."
"Non lo voglio sentire." Capelli flosci dietro orecchie a sventola.
"C'eravamo io e te, no, su questa strada - anzi, in questa stanza vuota, solo che io non c'ero, ero al turno di notte allo scannatoio e..."
"Dallas, non lo voglio proprio sentire."
"C'erano altri corpi lí dentro, con te, nel buio, ma tu eri l'unica che non fosse..."
"Porta quella dannata bestia fuori di qui!" gridò Trinity.
Poly stava mangiando una foto staccata dal muro, ficcandosi metodicamente in bocca l'immagine lucida di un coprimozzo sfocato che veleggiava al di sopra delle cime ispide di un paio di pini.
"E poi non so come c'ero anch'io e trovavamo una lampadina rotta e ci accovacciavamo in un angolo per dividercela, un morso a te, uno a me, uno a te e uno a me."
La testa di Trinity scomparve alla vista, lasciando Maryse e le sue otto dita aggrappate al bordo del portello come qualcosa che spunta fuori da un barattolo. Sbucò da dietro, muovendosi bruscamente e brandendo uno schiacciamosche di plastica. Dallas protese un braccio. "Lasciala stare." Lo schiacciamosche gli colpí la testa di lato. Al rumore Poly saettò in cucina passando dallo spazio tra i tramezzi, gli zoccoli che tintinnavano sul linoleum. "Non ti muovere" ordinò Trinity inseguendola. Dallas sentí un urlo, uno schianto, un breve interludio di tip tap frenetico, un colpo, uno schiocco, un'imprecazione, prima che una massa di pelliccia e zampe in accelerazione uscisse dalla cucina a una velocità e con una traiettoria tali da non dargli il tempo di far altro che proteggersi la testa con le braccia mentre la forza di un tappeto arrotolato gli frustava le costole e gettava il suo corpo esanime sulle tavole nella scia del moncherino di coda di una capra terrorizzata che scappava fuori dalla porta aperta come una gazzella.
"Tutto bene?" chiese Trinity, chinandosi su Dallas che si esibiva nel suo numero del pesce-sulla-terrasciutta.
"Mi ha tolto" ansimò, le guance che si riempivano e svuotavano, "tutto il fiato." Pur tra i suoni che emetteva gli riusciva di sentire qualcuno ridere all'interno dell'uovo.
"Penso che tu abbia perso conoscenza per un paio di secondi" disse Trinity. Si stava strofinando un'enorme chiazza di sugo sulla camicia con una spugna blu.
"È grossa come una casa" sentenziò Edsel, braccia corte abbronzate che penzolavano dalla balaustra sopra le loro teste. "Che succede? Dallas prima ha detto le parolacce."
"Cristo." Ovviamente, piú forte lei strofinava, piú la macchia si allargava, era assiomatico. "Tanto varrebbe che gestissi un asilo a tempo pieno qua dentro, giusto per cavarci qualche profitto da tutto questo maledetto star dietro ai mocciosi. Ma ve lo dico io, la prossima volta che mamma e papà se ne vanno si possono portare pure voi due, che so, magari per dare una mano a lucidare il casco da football di Zoe. Perché se fare la sorvegliante mi fosse piaciuto, mi sarei fatta suora. E comunque, quante birre ti sei scolato oggi?"
Le stelle lassú si rifiutavano ancora di significare alcunché. Suo padre non aveva rivelato a nessuno se e quale costellazione avesse in mente quando le aveva dipinte sul soffitto. Sottosopra, le bocche mute alla televisione si aprivano e chiudevano come occhi di ciclopi con i denti. "'Fanculo" borbottò Dallas.
"Visto?" proclamò Edsel mentre spariva dietro la balaustra.
"Poppanti." Accovacciandosi, Trinity cominciò a raccogliere i pezzetti masticati di fotografia. "Questa famiglia bisognerebbe portarla in giro su un carrozzone per esibirla alle manifestazioni abortiste."
Dallas si girò su un lato a caccia di qualcosa da tirarle e spostò d'istinto lo sguardo verso la porta. C'erano due facce bianche sospese lí tra gli infissi, che li osservavano. Il sorriso dell'uomo scintillava dietro un'ipotesi di escrescenza barbuta che sembrava muffa nera sfilacciata. Quello della donna era metallico e fissato con gli elastici. Dietro di loro il cielo scorreva denso come roccia fusa.
"Dovrei numerare le lattine" stava dicendo Trinity, le spalle alla porta "e cominciare a razionartele una alla volta come facevano sulla Dewey Dell o sulla Rat Fink o dove accidenti era che papà" - e voltandosi - "oh."
"Salve" disse l'uomo con un'affabile voce radiofonica, il braccio semisollevato in un timido saluto. "Io sono Beale. Questa è Gwen." Il sorriso di Gwen si allargò in uno scintillio di ortodontia ed elastici tesi che sembravano agganciarle la mandibola al resto della testa. "Ha avuto cinque contatti." Aveva due fossette talmente profonde da poterci infilare dell'uva passa.
"Salve" disse Trinity, la mano a coppa a coprire la camicetta. Cercò lo sguardo di Dallas, e in un secondo: Sono due babbei.
Di prima scelta.
Liberiamocene.
Divertiamoci un po'.
Beale s'infilò dentro con la testa irsuta ed esaminò l'interno con la proficua, avida curiosità del turista. "Ommioddio, L'Oggetto!" esclamò indicandolo. La sorridente Gwen sorrise in silenzio. "Il vero Oggetto, proprio come lo descrivono Dash e Dot. Non ci posso credere. È come un museo vivente. E voi ragazzi dovete essere i figli."
"Le loro creature" confermò Trinity. "Sí."
Dallas osservava i visitatori da una posizione prona. Sembrava che portassero in spalla unità di sopravvivenza da astronauti. "Io sono Dallas" disse. "Quello brutto."
Trinity allungò un braccio, aprí una mano e cosparse la testa del fratello di coriandoli lucidi. "Se entrate godrete sicuramente di una vista migliore."
"Grazie" disse Beale. "Non vorremmo disturbare." Attraversarono la soglia tintinnando, un assortimento di oggetti metallici che gli pendeva dalle cinte. Beale fece un cenno a Dallas. "Ecco qualcuno che sa come rilassarsi." Contorse le spalle per liberarle dalle cinghie e lasciò cadere l'attrezzatura sul pavimento. Appuntate alla tasca della sua camicia di plaid marrone c'erano diverse penne e matite gialle pronte per l'uso. Sotto le ascelle aveva aloni di sale. I pantaloni erano di una sfumatura strana tra il verde e il blu. Ai piedi portava scarponi da lavoro bruniti. "Non ero per niente sicuro di trovarvi."
"Non ho fatto altro che immaginare questo posto" disse Gwen. Impilò ordinatamente la sua roba accanto alla porta. Uno alla volta i finestroni si riempirono di un grigio deciso, come se qualcuno avesse steso un filtro sui vetri.
Trinity guardò il fratello che guardava i jeans di Gwen.
"L'ultimo passaggio ci ha lasciati a una chiesetta bianca alle porte di Albert" spiegò Beale. "Quando abbiamo sbirciato dalla finestra ero talmente eccitato che ho preso le panche per postazioni di volo muffite. Poi un ragazzino con un aquilone ci ha spediti giú per questa strada, ha detto che non era lontano e che ci avrebbe portati dove vivevano i tizi dei dischi volanti."
"Senza offesa" disse Gwen.
"Vuoi una coperta?" chiese Trinity al fratello. Non si era mosso per niente. Forse non si sarebbe mosso piú. Se fosse svenuto non se ne sarebbe accorto nessuno. I piedi avrebbero dovuto scavalcarlo per entrare e uscire dalla cucina e gli avrebbero rovesciato sul petto nachos e fiocchi di patate. La visuale della patta.
Tutte le finestre lampeggiarono d'argento e scoppiò un crepitio come quello di un cuneo che penetra dentro enormi solidi asciutti.
"Oh." Gwen sobbalzò.
"È proprio sopra di noi" gridò Edsel, comparendo alla vista e scomparendo di nuovo come la figurina meccanica di un vecchio orologio di paese.
Beale all'apparenza sembrava non vedere né sentire altro che la mole massiccia dell'Oggetto verso il quale stava scivolando come in trance. Allungò le dita per accarezzare con rispetto la superficie ossidata. Un gesto comune. Lo zelante visitatore da Akron era caduto su ginocchia vellutate per baciarne la base squamata. Gli uomini svenivano, le donne ammiravano. Estasi da ferramenta. Lo sguardo di Gwen tornava continuamente alla balaustra. "Quel ragazzino," chiese "che cosa fa lassú?"
"Insegue tornadi" rispose Dallas. Si tirò su, spolverandosi le mani sul sedere dei pantaloni. "Nessuno vuole una birra?"
Ma Beale aveva scorto i grossi pezzi di tectite sparsi lungo un davanzale scorticato e in un accesso di entusiasmo afferrò la mano di Gwen e si precipitò a osservare ogni pezzo alla luce morente come a caccia di sfaccettature perfette. "Incredibile" sentenziò. "Veri frammenti di Marduk."
Un pop! arrivò da dietro il tramezzo.
"Hei, Maryse" chiamò Trinity.
"Che c'è?" rispose una voce dall'interno dell'Oggetto.
"Oh" fece Beale, girandosi. "Un'altra. Fantastico."
"Ti va di unirti al giro turistico?"
"Tra un minuto, forse. Sto allattando." Sedeva all'interno, al posto di pilotaggio, e non si perdeva una parola. Quando il bambino succhiava la pervadeva tutta, labbrucce e linguetta che si leccavano via tutti i suoi recessi.
Dallas tornò trascinando i piedi nella stanza, stampando una scia di impronte nel sugo appiccicoso. Si sedette di peso al tavolo contro la parete in fondo e cominciò a mescolare un mazzo di carte bisunte. Le gambe di Gwen erano raccolte in equilibrio davanti alla cartina sbiadita di Sharpsburgh, Maryland, attaccata sulla parete opposta, nel mezzo di un garbuglio di ritagli di giornale, pagine di riviste, riproduzioni a pastello di navicelle spaziali e mostri hollywoodiani a forma di carota e decine di foto dilettantesche che immortalavano il miracolo del volo. Vene azzurre strisciavano sul dorso delle mani di Dallas. Alla televisione tutti correvano qua e là velati da maschere.
"Queste foto" dichiarò Beale. "Alcune sono proprio quelle reali."
"Della reale realtà" spiegò Trinity.
Il vento cominciò a far muovere la porta sui cardini, poi la sbatté con violenza. "Vediamo di chiudere le finestre" disse Trinity. Dallas guardò la sorella e ruttò. "Fallo fare al fessacchiotto." Metodicamente si apparecchiò un solitario.
Gwen si passò le dita tra i capelli sporchi, che rimasero dritti proprio come quelli di Dallas dopo che ci aveva armeggiato intorno per circa un'ora. "C'è un bagno?"
"Sul retro." Trinity indicò una porta di legno. Osservò il fratello che guardava Gwen camminare.
"Immagino che Dash e Dot al momento non siano in casa" disse Beale, piegando la testa verso l'altare sul fondo, separato dal resto della stanza.
"Infatti" disse Trinity.
"In giro a parlare o roba del genere?" carezzando pensosamente il mucchietto di muschio nero che gli penzolava dalla base della guancia.
"Già."
"E per caso non sapresti..."
"Domani."
"Domani" ripeté lui, dita ossute che massaggiavano alacremente.
Dallas batté bruscamente il lato del mazzo sul tavolo.
"Be', ci farebbe molto piacere conoscerli, se a voi non dispiace."
"Pensavo li conosceste già" disse Dallas, assorbito dalle colonne sempre piú lunghe di semi rossi e neri.
"No, no, stavamo semplicemente tra il pubblico, a Yellow Springs, parecchio pubblico, ad ascoltare."
Nel bagno, che era un ripostiglio angusto con un serbatoio dell'acqua sopraelevato e un cesso macchiato avvitato a una piattaforma di legno, Gwen si sciacquò la faccia con un'acqua dal sapore strano e si guardò negli occhi allo specchio chiazzato, i suoi occhi, quelli attraverso cui guardava fuori, e fu troppo tardi, le domande ripresero il loro circolo e, con le mani inchiodate al lavandino elettrificato, lei entrò nei buchi neri: chi è questo tipo? dove siamo? perché siamo qui? chi è quel ragazzo? quando cercherà di violentarmi? come ne esco? perché ci sono venuta? chi sono io quando dico chi? Alla fine le riuscí di scollarsi dallo specchio, di scollare la parte che sta davanti e che aderisce alle cose, la staccò dallo specchio e crollò sul sedile, a studiare delle mani sentendo per alcuni lenti minuti che altre presenze oltre alla sua stavano usando i suoi occhi.
"Potete buttare i sacchi a pelo per terra" disse Trinity.
"Sempre se non è un disturbo." Beale si tirò la barba in una punta rigida. "Gwen ne sarà estasiata. Abbiamo seguito i vostri genitori per tutto il paese, Buffalo, Albuquerque, Forth Smith, proprio come una coppia di fans, ma ovviamente loro sono molto piú importanti di qualsiasi gruppo rock, cosa che la figlia senza dubbio saprà. Guarda qui." Si inginocchiò, sciolse le cinghie e sollevò il lembo di uno zaino strapieno, ingolfato, traboccante di carte.
"Ho letto tutte le loro opere. Quelle ancora in circolazione, beninteso." Cominciò a caricarsi le lunghe braccia - superavano di parecchi centimetri le maniche logore della calda camicia fuori stagione - di libri, riviste, opuscoli, bollettini e volantini, dato che i genitori si erano impadroniti di qualsiasi mezzo stampato se si escludono i tovagliolini e le scatolette di fiammiferi. "Di tanto in tanto mi pesano, ma qualche volta le parole sono piú importanti del cibo."
Allo scopo di celebrare la sete di conoscenza, Dallas rivagolò verso la cucina. Pop!
"Questo non mi sembra di averlo mai visto" disse Trinity, prendendo una copertina sfocata a due colori, che annunciava Notizie da Etheria.
"L'ho letto tre volte" dichiarò Beale con entusiasmo. "Tutto è invisibile e agisce in assoluta libertà esattamente qui tra di noi e il cielo è pieno di creature gigantesche a forma di ameba che fluttuano spinte da questa strana energia e irradiano istruzioni."
"Certo, noi le abbiamo viste" si intromise Dallas, entrando dalla porta, la lattina sfacciatamente aperta nel pugno.
"Ma dai!"
"A piú riprese. La prima volta papà ha cercato di comunicare con loro, la seconda ha cominciato a scattare foto."
"Ma non era l'inverso?" disse Trinity.
Quel libro era un casino.
"No, gli specchi stavano a Circleville."
"I tubi e i tondini sopra quella collinetta?" Il lavoro tipografico era tipico: righe su righe di grassi scarabocchi assottigliati fino a parole leggibili, che normalmente riuscivano a mantenersi tali per un paio di paragrafi prima di sbiadire in pallide ipotesi di decifrabilità, a malapena visibili. Una colonna di caratteri ubriachi pendente a sinistra si ergeva contro una colonna pendente a destra.
"Benton, giusto. Quello è successo dopo."
"Chi se ne frega? All'epoca io ero già un bel po' andato." Pubblicato solo due anni prima, il volume non stava invecchiando bene; la luce aveva già disegnato intorno al bordo di ogni pagina una cornice marroncina che strisciava inesorabilmente - l'orologio non smetteva di ticchettare - verso la sempre piú ridotta nebulosa bianca che sta al centro di ogni libro economico. Il padre Fuoco furoreggiava ovunque.
Gwen emerse dal bagno, il rosa della faccia strofinata adesso si intonava agli occhi.
"È tutto a posto" la rassicurò Beale. "Possiamo restare finché tornano Dash e Dot."
"Avevo proprio la sensazione che questo fosse un bel posto."
"Stavamo parlando di Etheria. Hanno davvero visto gli Occupanti."
"Di sfuggita" ammise Trinity.
"Io in uno ci ho viaggiato" disse Gwen con calma, come se stesse annunciando l'ora esatta.
La donna dello spettacolo di prima giaceva in televisione tra lenzuola di scariche statiche con dei tubi infilati nel naso e quando ebbe finito di dire qualcosa all'uomo entrò un'infermiera sorridente e le fece una puntura.
"Sta coprendo tutto lo schermo!" gridò Edsel in un soprano affannato.
Le finestre si erano tragicamente rabbuiate. Le nuvole bollivano al di là dei vetri come soluzioni chimiche. L'aria fresca si riversava all'interno dagli infissi deformati. Il granturco barbuto si piegava e ondeggiava. Fuori tutto scorreva e, mentre stavano a guardare, sembrava che si muovessero anche loro, passeggeri affacciati al parapetto che si staccano scivolando dall'ultimo molo sicuro. Poi il lampo frantumò il flusso, e le loro facce divennero inanimate, piatte lune di un bianco calcificato, ridotte al silenzio nell'istante in cui il tuono risuona, imperlate di paura.
"Pensa un po'," disse Beale allegramente "se fossimo sperduti là fuori con questo tempo."
"Da inzupparsi" commentò Trinity e allontanò i visitatori dalle finestre troppo esposte per ricondurli in cucina, alla cena da ripulire e a quella da preparare.
Dallas rimase indietro, a guardare lo scafo grigio del temporale passare maestosamente lassú, ad aspettare che i tubi a spirale calassero dondolando e risucchiassero campioni dal suolo del pianeta. Ma il cielo ridimensionò velocemente le creste minacciose e i rigonfiamenti sospetti trasformandoli in un soffitto basso, piatto e inoffensivo, cosí si allontanò, facendo scivolare silenziosamente le pinne agili attraverso la stanza vuota in direzione del malloppo involtolato e ammuffito di Beale, le dita furtive a frugare: la collezione ammucchiata di Dash e Dot, una maglietta verde scuro avvolta intorno a una radiolina rotta, un berretto da baseball blu schiacciato e senza stemma, diversi pacchetti di alluminio con spuntini disidratati per escursionisti, una fialetta di profumo o estratto di vaniglia, un'altra camicia a scacchetti, un paio di tutoni consumati, poi uno sguardo veloce alle spalle e giú a tuffare il braccio fino a tutto il gomito in questa confortevole oscurità privata e una palla di ruvidità, forse lana, forse calzini; elastici di... biancheria intima, senza dubbio; il rotolo flessibile di una cintura di cuoio; un barattolo di metallo di lucido per scarpe? tabacco da masticare? qualcosa nel cellophane; qualcosa di lungo e duttile... il braccio saltò fuori nell'aria stupefatta, la mano tremante attaccata - adattata dall'uso, a dire il vero - alla realtà trita, al peso fallico, al piacere mortale di una Saturday Night Special cromata.
Quando la grandine colpí il tetto fu come un chiacchiericcio di insetti.