Nel mezzo della turba francofortesca, tra giovani pupponi che brandiscono webcam digitali, editor italiani e giornalisti teutonici, riusciamo a intervistare Alberto Bevilacqua. E' un faccia a faccia serrato, dove a fatica riusciamo a contenere l'appassionato scrittore. Dagli acidi induttori ai capelloni calvi, eccovi il Bevilacqua-pensiero.
Bevilacqua, che le succede? Sta vivendo una nuova giovinezza?
A dir la verità la mia giovinezza è cominciata quando mi sono finalmente levato dalle palle il matrimonio, che ormai non aveva più ragione di esistere. E' stata la mia gioventù, piuttosto, a volarsene via in un lampo. Quando avevo diciott'anni facevo già l'inviato speciale per il Messaggero, quindi figuratevi voi...
Eppure, nel suo nuovo libro "Gli anni struggenti", lei tenta di approcciare l'universo giovanile come se lo vedesse dal di dentro.
Ho cominciato a interessarmene anche prima, quando ho scritto "L'universo dei sensi incantati", dove mi avvicinavo ai ragazzi col mio metodo di colloquio psicologico. Adesso ho scelto di parlare nuovamente di loro perché versano in una situazione sempre più tragica, bersagliati come sono dalle droghe e dagli acidi.
Sta parlando degli "acidi induttori"?
Proprio così. Ai tempi del Vietnam si somministravano ai marines prima di mandarli in battaglia, ora li producono persino in Congo. Sono sostanze che i giovani assumono involontariamente, ma che creano una forte dipendenza. Alcune possono essere attivate da codici prestabiliti, come un suono o una parola.
Mi faccia un esempio.
Penso a quello che hanno combinato quei ragazzi di Lecce. Il loro raptus feroce e ingiustificato dev'essere stato causato per forza dagli acidi induttori. Non è ipotizzabile nessun'altra speigazione plausibile. Da quando la struttura mafiosa si è riorganizzata e ha spostato le sue principali attività in Russia, queste sostanze hanno assunto una diffusione sempre maggiore.
Lei ne ha mai fatto uso?
Le dico solo che sono talmente diffuse che si possono persino fabbricare in casa.
Nel suo nuovo libro a un certo punto si scaglia contro quelli che definisce capelloni calvi. Ma chi sono?
Sono quella classe di trenta-quarantenni che cerca in tutti i modi di farsi portavoce dei giovani, intrufolandosi nella loro vita con un'ansia tale che non può non nascondere una disperazione assoluta. Li troviamo soprattutto nella musica e nell'editoria; sono cantanti famosi e scrittori affermati, tutti tesi a sostenere le cause del momento solo ed esclusivamente per il proprio tornaconto.
Nello scorso luglio è uscito La polvere sull'erba, il suo primo libro scritto nel '55 che Sciascia si rifiutò di pubblicare per i contenuti che giudicava troppo scandalosi. Cosa sarebbe cambiato per lei se invece il libro fosse uscito a quei tempi?
Sarei andato incontro a una gran quantità di grane. Allora, giovane e squattrinato com'ero, sarei stato coinvolto in un mare di polemiche per quanto avevo scritto sulla Resistenza e sul periodo Repubblichino. Adesso, passati quarant'anni, l'impatto è stato diverso. Quel libro, trovato per caso da mia sorella in un cassetto polveroso, nasce dal sentimento lirico di un ragazzo ventenne che ne ha passate di tutti i colori e che cerca di raccogliere le idee. Non c'è volontà di raccontare razionalmente, c'è solo espressione di idealismo e sensibilità.
Sono in molti a pensare che La polvere sull'erba sia il suo miglior libro.
Il migliore no, senz'altro uno dei più belli che io abbia mai scritto. Lì dentro c'è disegnato il mio ritiro dal vagabondaggio dal mondo e il dolore provato per la morte di mio padre. E' un libro che parla del rapporto di un uomo con se stesso, tutto qui. Talvolta si avverte una fuoriuscita dell'io. Confesso che, nel rileggerlo dopo tanto tempo, ho trepidato. E' come se avessi sempre avuto dentro di me una vaga coscienza dell'importanza di quel libro per la mia vita di scrittore.
Senta Bevilacqua, mi dica la verità: qui a Francoforte si è fatto accompagnare da dieci ragazzini esperti di Internet e pochi mesi fa Mondadori ha lanciato il suo sito ufficiale. Eppure io sono convinto che a lei di Internet non freghi un bel nulla.
Assolutamente no! Sono stato sue anni in Tibet a meditare sull'utilità di un sistema di comunicazione così potente. Magari non uso la Rete tutti i giorni, ma sono convinto che l'umanità intera abbia da sempre dentro di sè il bisogno di comunicare in questo modo. Internet è la realizzazione più completa delle nostre facoltà. La possibilità di parlare con chiunque e in qualsiasi momento. E questo non è niente di nuovo, basti pensare al faraone Akhenaton...
Akhenaton? Scusi, non è un paragone un po' azzardato?
Tutt'altro. Akhentaton fece di tutto per sviluppare una politica di comunicazione reticolare tra i sudditi del suo regno. L'unico difetto della sua idea era che a quei tempi il web non esisteva ancora.
E allora perché l'editoria teme tanto Internet?
Gli editori non sono mai stati così tanto in confusione come in questo periodo. E' un po' che manco da Francoforte, e tornando qui devo confessare di aver trovato un mortorio. Se l'editoria va avanti così, va incontro a un disastro sicuro. Qui son tutti morti. Siamo a Redipuglia.
Accidenti. E allora?
E allora viva Internet, il futuro sta dentro lì. Non so ancora in che modo, ma prima o poi i libri dovranno trasferirsi sulla rete. La rete è un mondo nuovo adatto all'umanità. La rete è il futuro.
Grazie Bevilacqua. Alla prossima.
Grazie a Clarence. Alla prossima.