Nel nuovo libro, con lo strutturarsi di una
trama - o di un'occasione narrativa - più complessa rispetto ai tuoi titoli precedenti, viene meno la potenza dell'impatto stilistico ed emerge maggiormente
l'attenzione a contenuti isolati (dal Calippo ai Kraftwerk, per fare solo due esempi). Non pensi che questo spostamento sia, essenzialmente,
antinarrativo? Che, cioè, il lavoro fantastico e immaginativo a cui il
romanzo geneticamente si vota, venga sostituito da un lavoro mnemonico (con
tutte le proiezioni affettive del caso), più meccanico e meno incantatorio?
Spero di no (ehm... ho un'avversione fortissima per l'opposizione
poesia/prosa, romanzo/non romanzo, e comunque sento proprio un bisogno
fisiologico di "inventarmi" uno stile che ribalti le categoria e le
confonda. Il motivo è che sono una persona confusa, in senso etimologico
spero anche)!!!!!!!!!!!!!!
Ritieni che ancora non si sia chiusa la fase letteraria del ricordo
consumistico dei Settanta/Ottanta?
Non lo so. Sul piano mio personale c'è una coincidenza tra oggetto e
esperienza. Diciamo che il luogo della mia memoria, cioè il pozzo da cui
attingo per scrivere, è collocato in uno spazio che va dagli anni Settanta
ai Novanta (e infatti in Amore Mio Infinito passo attraverso quelle tre
decadi). Non credo nemmeno sia esistita una "fase letteraria" tale (forse è
più propriamente un fenomeno mediatico, e mi riferisco a Fazio o a
operazioni di puro merchandising tipo Che Guevara sugli Swatch o "One shot
'80"), se non per contaminazione di suggestioni (insomma, quegli anni sono
stati davvero "consumistici": sono legati a dei "prodotti" o "merci", in
senso molto vasto e ancora tutto da verificare, cosa "innovativa" perché
chiaramente non presente nella letteratura che si fa a scuola, tanto per
dire).
A proposito dei limiti della tradizione narrativa italiana (quella che si fa
a scuola, per l'appunto), c'è chi predica un lavoro sulla struttura più che
sulla lingua, chi punta sui temi, chi crede ancora che si debba operare
sullo stile. Tu che ne pensi?
I temi emergono inevitabilmente dallo stile, che è una manipolazione
autoriale, consapevole o meno, della lingua e degli idioletti che lo
scrittore incorpora e trasfigura nel suo lavoro. Penso che si debba
approcciare il testo da tutti i punti di vista possibile, magari con una
certa anarchia, magari con tanta passione.
A proposito di Aldo Nove spesso si citano le contaminazioni. Vorrei chiederti quindi cosa pensi dell'esplosione della poetica dei generi
incrociati: noir metafisici, fantascienza sociologica e thriller
situazionisti.
Tutto buono fino a che non si crea un canone (cioè una moda. E' come per la
vicenda ormai insostenibile dei "cannibali". Anche se in qualche modo "mi
ha fatto comodo" non ne potevo davvero più! E' terribile vedere maldestre
"imitazioni" nate perché "adesso tira così", anche considerando che "i
cannibali" non hanno mai venduto davvero molto)
Come poeta, promettevi bene. Pensi di pubblicare versi in un prossimo
futuro? Con quali autori dialoga la tua poesia?
In fase di realizzazione c'è un lavoro a "sei mani" con Montanari e Scarpa:
una riscrittura/imitazione di canzoni inglesi francesi o tedesche dagli
anni Trenta al 2000, in versi. La mia poesia dialoga con tutti, spero (a parte
gente tipo i mitomodernisti, che trovo un po' tossici, per il mio spirito)
Infine: c'è, nel nuovo romanzo, un titolo rubato a Milo De Angelis (L'oceano
attorno a Milano). Tu sei stato protagonista - non ancora con lo pseudo
Nove - di un'assurda vicenda editoriale, con il furto di tuoi versi da parte
di Milo De Angelis. Non voglio imbarazzarti né chiederti nulla di quel
plagio di cui sei stato vittima. Mi interessa piuttosto questo furto postumo
e riparatorio: perché? Pensi che la prosa, al di là della metafora, possa
vendicarsi in qualche modo della poesia? Non pensi che sia una costante
della nostra tradizione letteraria la lotta tra la preminenza del gesto
poetico e il tentativo di costruire una moderna filogenesi prosastica?
Mi sono dimenticato di mettere Milo nei ringraziamenti! Adesso lo chiamo al
telefono... Assurdo! Forse è una specie di vendetta inconscia per quella
storia là di Distante un padre, anche se non mi sono mai arrabbiato
veramente perché ho capito che Milo l'aveva fatto per amore (e mi sono
chiesto il perché di tutto quello, io come tanti altri: l'operazione era
scoperta, e non certo "furba" ma anzi autolesionista!). Per concludere la
domanda, la poesia in Italia "se la tira" troppo (e intendo "il pubblico
della poesia", ossia i poeti). Sarebbe bello che il bisogno di poesia della
gente non fosse supplito da blandi abusivi involontari tipo Jovanotti e
Pezzali o, nel caso migliore, Fossati (che ormai ha fatto il salto
dall'altra parte, anche per quanto riguarda il tirarsela). La prosa mi
sembra sempre un ottimo antidoto al sublime (e magari fosse tale,
quest'ultimo! Ci sono scorie di crocianesimo puzzolentissime, nella poesia
italiana).
Una domanda postuma: chi farai prossimamente nella collana InVersi?
Boh. In Bompiani dicono che vende poco (ma: trattandosi di poesia in realtà
ha venduto tantissimo). Ora esce Houellebecq (Quello delle Particelle
elementari). Poi mi piacerebbe fare Antonio Porta. Ho ricevuto delle vecchie
registrazioni inedite di sue performance davvero strepitose! Meritano la
pubblicazione e in questo caso il supporto sonoro è preziosissimo. Per un
lavoro di questo tipo, Inversi è l'ideale.