Praticamente ogni rivista americana che si rispetti ha pubblicato tuoi racconti, da Esquire al NYT Literary Supplement.
Sì, vogliono tutti racconti. Si aspettano che ne produca a ciclo continuo. Quasi quasi ne ho abbastanza...
C'è un'ossessione letteraria o meno che ti spinge a scrivere?
La notte prima di iniziare qualcosa di nuovo, solitamente, sogno una donna bionda, angelica, elusiva. Sogno di incontrarla in posti chiusi, poi lei se ne va, di solito non prima di avere compiuto qualcosa di crudele nei miei confronti. Allora mi sveglio e ho un'idea su cui lavorare per un racconto.
Hai anche terminato una sceneggiatura.
Sì. Ormai i racconti non bastano. Avverto - e abbastanza pesantemente - la responsabilità di scrivere un libro che i lettori vogliano leggere e rileggere.
Sogni nel cassetto?
Davvero: scrivere un romanzo. Ma mi rendo anche conto che devo staccare per un po'. Rischio di diventare trito e ritrito. Vorrei mantenere abbastanza talento per trasportare il lettore fuori dalla sua esistenza ordinaria e aiutarlo a conoscere una verità seppur minima.
Hai uno stuolo di fan, ormai?
Sì, è abbastanza sorprendente. Ci sono un sacco di donne che vengono alle mie letture e mi dicono che i miei racconti sono straordinariamente icastici. Questo mi sorprende. E mi sorprendono anche certe telefonate di fan impazziti, alle quattro del mattino. Sia detto per inciso, questi ultimi vengono tutti dal Maine.
Formule particolari per diventare un grande scrittore?
Nessuna in particolare. Vorrei solo vivere fino a cento anni, chiuso in una stanza, e vedere che mi viene in mente...