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  SONNY LISTON ERA MIO AMICO: IL LIBRO
Thom Jones Il libro
Speciale Thom Jones Il libro Intervista Dal libro Da Foster Wallace
Sonny Liston era mio amico - di Thom JonesE' abbastanza difficile, a Clarence, recensire un libro di racconti in cui ci si imbatte nella battuta: "Non ti immischiare, Clarence". E' invece tanto più facile recensirlo se il libro in questione ha i caratteri esplosivi e strabilianti di Sonny Liston era un mio amico. L'impressione è che ci si trova davanti a uno scrittore vero e a una letteratura, finalmente, vera. Poco ci importa che al suo esordio Thom Jones - l'autore di cui stiamo parlando - sia stato salutato come Carver e che invece, di Carver, non abbia nulla. L'importante è che Jones sta dicendo qualcosa di nuovo e lo stia dicendo con modi nuovi, anche se assomigliano pericolosamente - pericolosamente per la stabilità psichica dell'inerte lettore globale - a modi già cristallizzati in una tradizione specifica: che è poi la grande tradizione americana. Leggendo i racconti di Jones, i primi nomi che saltano alla mente sono quelli di Hemingway, di Bukowsky, di Mailer. Sono gli psicopompi della narrativa vitalistica e dissoluta che - lo si voglia o meno - ha fatto da controcanto all'esistenzialismo malatticcio e alla perniciosa concettuosità della tradizione prosastica europea durante il Novecento. Però va detto onestamente questo: Thom Jones non ha la grandezza di Hemingway né l'eruttività narcisistica di Mailer. In cambio, questo ex pugile convertito al racconto breve scrive molto meglio di Bukowsky e parla di cose ben più interessanti di quelle di cui parla Mailer.
Sfrontatamente veloci, nervosi fino al parossismo, slogati nell'accatastare in poche pagine almeno venti piani narrativi diversi, i dodici racconti di Sonny Liston colpiscono allo stomaco e al cuore, all'anima e al cervello. Aprite una pagina a caso e controllate: c'è di tutto: sudore, sangue, sperma, corpo, carattere, aneddoto, mito, cronaca quotidiana, guerra, amore, morte, schianti, carezze, noia, gioia e dolore. Davvero, Thom Jones è impressionante: è una macchina narrativa: ma una macchina con l'anima.
Thom Jones scrive racconti in cui parla di sé in prima persona, altri in cui parla di sé in terza persona e altri ancora in cui non parla di sé. Questi ultimi sono i migliori. E' pazzesco come Jones riesca a intrecciare molteplici piani di visione nel giro di due pagine, in situazioni poco dinamiche (in questo, davvero, assomiglia a Carver). Ed è abbastanza incredibile che riesca a parlare di oggi, di questo allucinante oggi che definisce "l'American Life dei morti viventi", parlando di ieri; e viceversa. Non si è in grado di localizzare il tempo interno al racconto: quello che accade nell'oggi è identico a quello che accade ieri. Il che è un segno inconfondibile di letteratura allo stato puro. Da questo punto di vista, le vicende di Kid Dynamite nel racconto che dà il titolo alla raccolta risultano un autentico miracolo della narrativa contemporanea. Di più: della narrativa breve americana, l'unico spazio narrativo in cui gli italiani potrebbero dire qualcosa, mentre vengono schiacciati dalla complessità noradrenalinica di questo talento assoluto che è Thom Jones.
Il miracolo è una sospensione unica delle leggi di natura. Tuttavia, a volte, i miracoli si ripetono. E Thom Jones ripete il miracolo e si supera nello stupirci. Accade col racconto La cocca di papà. Prendete I miserabili di Victor Hugo e condensateli in una decina di pagine: il risultato sarà questo colpo di genio di Jones. Anzi: questi colpi di genio di Jones. E' un labirinto di umanità in transito, un Mulino del Po in formato pocket, un caleidoscopio di registri narrativi compressi e fatti impazzire, mentre si snodano le storie di una suora miscredente che finirà a votarsi a Satana, di una mediaborghesia destinata a crepare vomitando, di una famiglia archetipica e dolente che fa da specchio - a questo punto - all'intero mondo industriale. E' Dickens declinato in un polinomio, è Mandel'stam lasciato scorrazzare libero per dieci pagine in cui deve riassumere la sua esistenza.
Thom Jones non è profondo. Non lo è se si prende a parametro la cerebralità. Ma poiché lo spirito fluisce libero soltanto laddove il pensiero non gli si oppone - come nel caso delle pietre o del sistema nervoso - possiamo ben dire che Jones è un grande narratore perché è un narratore spirituale: ben oltre le mitologie bukowskiane o epicovitaliste.

Thom Jones, Sonny List era mio amico, Minimum Fax, 26.000 lire

  di Giuseppe Genna
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   data: 30 nov 2000 protezione contenuti: assente Aiuto  

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