Marco Cassini, che con Daniele Di Gennaro e Amedeo Bruccoleri sta producendo un mezzo miracolo nell'editoria italiana, ci ha scritto una strana mail. La pubblichiamo riservandoci la possibilità di inviarla anche a uno psichiatra di nostra fiducia (;-D)...
From:
To: genna@clarence.com
Sent: Friday, October 06, 2000 9:00 PM
Subject: perché faccio questo mestiere
Ora, ci sono un sacco di cose romantiche che si possono dire sul mestiere
dell'editore: l'odore dei libri appena stampati, il dare vita alle parole
che ci sono piaciute, e tutte quelle menate lì. Oppure la commozione del sapere che quella cosa su cui hai lavorato tutta
la notte alla folle ricerca di un refuso (forse l'unica ricerca fatta nella
febbrile speranza di NON trovare l'oggetto della ricerca stessa) ora è
diventata un libro che sta nelle librerie, nelle tasche, negli zainetti,
nelle case, sugli scaffali, sui comodini, vicino le tazze del cesso di
qualcuno di cui non conoscerai mai il codice fiscale, eppure sta
condividendo con te un'intimità inimmaginabile.
Vabbè insomma non pretenderai davvero che ora io riesca a dirti in un solo
messaggio spedito per email perché faccio il mestiere che faccio.
Eppure ho deciso di dirtelo, in qualche modo.
In uno dei modi possibili per farlo.
La vera ragione per cui faccio l'editore l'ho trovata quest'estate, nel parcheggio sul retro di un ristorante. A Bloomington, Illinois. Succede raramente che si abbiano le prove del momento in cui ci è successo
qualcosa. Eppure quella volta c'erano i testimoni oculari, e hanno fotografato, hanno
beccato - e ora è qui, su carta fotografica - l'attimo in cui ho capito
perché io un giorno, molto tempo prima, e senza ancora sapere perché, avevo
deciso di fare l'editore. Avevo deciso di fare l'editore in attesa di questo momento.
Ti mando le foto.
Quello che mi infila la sua bandana è David Foster Wallace.
Lui è anche quello che mi ha chiesto di dargli la maglietta rossa che
indossavo, perché c'era disegnata sopra la pubblicità dei cereali che
mangiava da bambino, e si era commosso nel vederla.
Mi ha detto: ti dò qualunque cosa in cambio.
Io, mentre andavamo al ristorante, avevo visto la sua gloriosa bandana sul
pianale del portabagagli, in macchina sua.
Gli ho chiesto quella, in cambio.
Il mio socio, quando sono tornato in Italia con la bandana, mi ha detto che
in cambio avrei dovuto chiedergli i diritti del suo prossimo romanzo,
invece.
Vabbè.
L'investitura è avvenuta alle tre del pomeriggio (circa) del ventidue
agosto del duemila.
Il momento in cui ho capito tutto.