Il tennis è più che una passione, per David Foster Wallace. E' stata un'ossessione della pubertà. E' arrivato a classificarsi negli indici competitivi regionali degli States. Ha verbalizzato angosce di competizione su terra rossa in due scorci di quel capolavoro che è la raccolta Tennis, televisione, tornado. E anche Infinite Jest inizia sotto il segno di questa allegoria dell'esistenza contemporanea che è il tennis secondo Foster Wallace. Hal Incandenza è, esattamente come il suo autore, una giovane speranza locale della racchetta. Ma Hal non è soltanto questo. In realtà, il giovane racchettaro Hal (la citazione, sviluppata nel corso delle mille pagine, è ricavata dal 2001 di Kubrick) è figlio di James Incandenza, regista di culto, morto suicida infilando la propria testa in un forno a microonde ("Che profumino!" esclama Hal, al momento del ritrovamento). A sua volta, Jim Incandenza non è soltanto questo. E' molto di più. E' il regista di Infinite Jest: film di avanguardia che gira clandestinamente su cassetta, la cui visione porta lo spettatore a uno stato di deliquio simile a un orgasmo prolungato per ore, determinandone la morte. E' proprio lo snuff movie girato da Jim Incandenza al centro del pluricomplotto e della cerca da Graal spettacolare che impegna, in Infinite Jest, una ridda di personaggi improbabili e allegorici (secondo la declinazione avantpop dell'allegoria): gruppi terroristi canadesi in sedia a rotelle, patrigni vicerettori, ex tossici ricattati e ricattatori, l'accademia tennistica ETA dove il giovane Incandenza vive il suo personalissimo videogame esistenziale, spazzolini da denti usati per ripulirsi le ragadi anali.
Ovviamente, siamo nel futuro: un futuro prossimo e al tempo stesso remoto, in cui le multinazionali imperano spalmando incantamento mediatico su tutto il pianeta, e l'umanità non è più composta da uomini ma da spettatori, sempre in attesa del "Nuovo Grande Evento". Gli anni non si contano più per numeri, ma assumono il nome dello sponsor dell'anno (la storia di IJ inizia nell'anno Glad: l'assorbiodori, e non la felicità a cui allude la radice etimologica). L'America non esiste più: è un immondezzaio del Canada, che lancia formidabili quintalate di spazzatura direttamente sul New England, trasformato in discarica - il tutto grazie a catapulte immense e spettacolari a loro volta.
Fiumi di droga e alienazione corrono per le pagine di IJ, rendendo impossibile distinguere l'una dall'altra. Eppure il nichilismo di Foster Wallace è, oltre che corrosivo, l'agente protettivo che preserva la pelle e il cervello dai rischi connessi al buco dell'ozono nella letteratura contemporanea. Basti ricordare l'ossessione privata del povero Hal, che cerca sempre di dimostrarsi "di essere qui", per osservare che i minimalismi della X-Generation sono stati definitivamente eiettati grazie un'alta opera di defecazione narrativa.
Sublime ipostasi del delirio post-strutturalista già consumatosi nei racconti e nelle non fiction di Una cosa divertente che non farò mai più, IJ si compone di un libro nel libro: un apparato di note allucinanti, dove un'erudizione filologicamente precisa - allo spasimo, davvero - informa del paratesto e dell'extratesto originati dagli eventi della narrazione (imperdibile capolavoro, che starebbe in piedi come racconto a sé stante, è la febbrile filmografia completa di Jim Incandenza).
Impressionante diluvio dopo il diluvio della modernità (e dopo lo spruzzo della postmodernità), Infinite Jest è l'erede di Gravity's Rainbow, l'acceleratore di particelle di una letteratura che ricomincia sempre da dove si era gloriosamente esaurita. Il capolavoro di Foster Wallace disegna la figura di un autore rabeleisiano, un epico che arriva sulla scena quando ogni epica sembrava inaccessibile. Esattamente come si è configurata l'esplosione epico-alchemica dell'Uomo che ride di Victor Hugo, o come venne maturando la devastante distruzione della Natura per mano di Melville, Infinite Jest riassume totalmente il tempo in cui appare e profetizza l'avvento di un nuovo tempo: letterario, s'intende, ma questa è stata sempre la funzione più autentica della grande letteratura.
David Foster Wallace, Infinite Jest, Fandango, 48.000 lire
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