Ha ragione Nicola Gardini (direttore del mensile Poesia e curatore del libro di Hughes) a osservare che "l'universo di Hughes, così come quello della Dickinson ai suoi occhi, è del tutto privo di fine e di ragione" e a richiamare, a proposito di questo splendido Fiori e insetti, "uno dei suoi più formidabili emblemi, lo squalo di una lirica originaria (Thrushes), il quale, attratto dal sangue di una sua ferita, si mette ad addentare se stesso per pura istigazione dell'ingenium predatorio". Questa, in nuce, è l'esperienza poetica di Ted Hughes, ed è il miraggio spettrale su cui l'intero Novecento poetico si è eretto: una primarietà biologica, priva di linguaggio e per questo dicibile attraverso il regime delle allegorie e delle metafore di natura antropomorfa. Essenziale, scabra o ridondante a seconda del fenomeno che si sta sprigionando sotto il suo sguardo assoluto, la poesia di Hughes è la ricostruzione di un universo che fa a meno dell'esistenza dell'uomo. I due ragni di Eclissi si divorano in un amplesso in cui - deità primordiale, Lilith del mondo disumanizzato - la femmina è sempre sul punto di divorare e fagocitare il maschio. Nemmeno al termine del rapporto amoroso - un amore specie-specifico, privo di ogni ascendenza mistica e per questo ancora più impressionante - la calma e la tenerezza del mondo oggettivo costituiscono una requie universale: "Sono nascosti / probabilmente insieme nel buio muffito, / stringendosi gli avambracci, ascoltando la pioggia, godendo / mentre l'orlo del sole, dietro le nuvole, / si profila senza la nostra ombra".
Maestra di storia è la natura che, quella storia, la crea, la agisce, la scompone e ne disperde le membra. L'uomo non può osservare questo fenomenale accadere del tutto, al modo stesso in cui l'occhio è incapace di vedere se stesso. Però la poesia riesce nell'impresa: la poesia non è psiche, ma mente: che si mineralizza in psiche quando si incarna in forma umana, ma che resiste a ogni contingenza proprio perché la sua energia fondatrice ed essenziale è la medesima da cui origina la natura. Se fosse possibile ancora un'ascesi occidentale, se ancora l'iniziazione facesse ascoltare il suo remoto richiamo in Occidente, essa parlerebbe una lingua edenica ed eschilea assai simile a quella che governa i versi di Hughes. Non si pensi a una poesia alchemica, non si sospetti che Hughes utilizzi tematiche ancestrali per agire un esoterismo morto. La poesia di Hughes non soltanto figura, ma realizza l'atto iniziale con cui una coscienza sorgiva si struttura poi in coscienza psichica, in pensiero pensato.
"Una trappola / aspetta sul sentiero. // Un marchingegno di vimini, funzionante, / pronto a scattare. // Di fattura così lieve, d'erba / (di steli, di nodi, d'aride erbacce). // Fa da esca un soffice bruco, / un ventre di tenera vita, pulsante di segni". Questa animalità disanimalizzata, questa natura che condivide con la tecnica gli esiti della sua ultima metafisica, questo secco e morbidissimo convolvolo che è il linguaggio costituiscono l'eredità che Hughes trasmette ai poeti dell'oggi. E' la radicale, imperiosa lezione del classico, quando questo sia praticato e non ridotto a categoria critica.
Ted Hughes, Fiori e insetti, Oscar Mondadori, 13.000 lire
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