Fedeltà
Era un posto dove vivere. Gironzolavo
sfaccendato, facendoti la corte,
galleggiando sulla marea del mattino e sulle ebbrezze
del mio venticinquesimo anno. Sventrata, ristrutturata
à la mode, l'Alexandra House
diventò una mensa per poveri. Erano i giorni
prima dell'avant-garde dei caffè.
L'acciottolio del British Restaurant,
uno dei residui spartani della guerra,
era ancora il posto dove aggiustare le notti con la colazione.
Ma l'Alexandra House era il posto dove farsi vedere.
Le ragazze che ci lavoravano abitavano di sopra
con una corte di sbandati che dormivano di giorno,
esauriti dal nottambulismo. Non ricordo come,
rimediai un materasso lassù, in un sottotetto
che dava su Petty Cury. Un nudo
materasso, su nude assi, in una stanza nuda.
Avevo solo quello: un taccuino e il materasso.
Sotto i castagni prossimi a fiorire, appiccicosi di gemme,
fino a giugno inoltrato, dato un calcio al lavoro, mi dedicai con impegno
solo a te, sperperando tutti i miei risparmi.
Libero dall'Università, ciondolavo
nel suo territorio. Ogni notte
dormivo su quel materasso, dividendo l'unica coperta
con una bella ragazza da poco fuggita
dal marito per esporsi al rischio di frontiera
del lavoro nella mensa. Che
cavalleria mi aveva preso? Ci ripenso
come a un tempo che non può passare,
che non usai mai e perciò possiedo ancora.
Dormimmo abbracciati,
nudi e sereni come amanti, per un mese di notti,
e non una volta facemmo l'amore. Una legge sacra
si era auto-inventata non so come per me.
Ma anche lei la serviva, come una sacerdotessa,
tenera, buona e nuda accanto a me.
Col dito seguiva gli strappi freschi che tu mi avevi iscritto
sulla schiena, sembrava unirsi a me
nella mia ossessione, nella mia concentrazione,
per mantenere intatto il mio pensiero fisso.
Mai una volta mi invitò, mai mi tentò.
E io mai mossi un dito al di là
del conforto sororale. Ero come sua sorella.
Non sembrò mai innaturale. Ero concentrato,
così a fuoco su di te, con una tale luce,
che tutto quello che non era te era un punto cieco.
Ancora mi ci arrovello - incerto, ora,
se invidiarmi o compatirmi. La sua amica,
che aveva una stanza più grande, era più sfrenata.
Ci trasferimmo da lei. Quella stanza alta
diventò un dormitorio e un quartier generale
alternativo a St Botolph. Grassottella e carina,
con un'impudente risata di denti radi, l'amica
fece di tutto per attirarmi dentro di sé.
E tu non saprai mai quale battaglia
combattei per mantenere il senso delle mie parole
conforme al mondo che costruivamo.
Temevo che, se avessi perso quella battaglia,
qualcosa ci avrebbe abbandonato. Sollevando
ciascuna di quelle ragazze nude, che mi sorridevano
poco più che ventenni, le deposi
sotto la soglia del nostro improbabile futuro
come quelli che un tempo, a protezione di una casa nuova,
seppellivano sotto la nuova soglia
un bimbo senza peccato.
Il destino si diverte
Poiché il messaggio si imbattè in un folletto,
poiché i precedenti fecero lo sgambetto alle attese,
poiché la tua Londra era ancora un caleidoscopio
di nomi e luoghi rimescolabili a ogni scossa,
aspettasti e ti sbagliavi. La corriera del Nord
arrivò, si svuotò, e io non c'ero.
Avesti un bell'insistere
e implorare l'autista, con probabili lacrime,
di farmi saltar fuori o ricordarsi d'avermi visto
mancare di un soffio la partenza. Non c'ero.
Le otto di sera: ero disperso
in qualche punto dell'Inghilterra. Tenesti a freno
la tua fiduciosa ispirazione
e non ti buttasti nel traffico che vorticava
intorno alla Victoria Station, con la certezza assoluta
di incrociarmi dove dovevo essere, per strada.
Io non ero per strada né lì né altrove. Ero seduto
placido al mio posto sul treno
che andava dondolando verso King's Cross. Qualcuno,
più calmo di te, ebbe un suggerimento. E fu così che
quando scesi dal treno, pensando di trovarti
in qualche punto all'inizio del binario,
vidi quel maroso e quell'agitazione, una figura
che fendeva di petto la corrente dei passeggeri liberati,
poi il tuo viso liquefatto, gli occhi liquefatti
e le tue esclamazioni, le braccia agitate,
le lacrime sparse
come se fossi ritornato dai morti
contro ogni possibilità, contro
ogni negazione salvo la tua preghiera
ai tuoi dèi. Lì capii cosa significa
essere un miracolo. E dietro di te
il tuo allegro tassista, che rideva, come un piccolo dio,
nel vedere un'americana fare tanto l'americana,
nel vedere la tua folle corsa di bighe -
i tuoi singhiozzi, gli incitamenti, le suppliche
di far accadere ciò che avevi bisogno che accadesse -
così completamente vittoriosa, grazie a lui.
Be', fu una combinazione straordinaria
che il mio treno non arrivasse prima, molto prima,
che entrasse in stazione, in ritardo, nel momento esatto
in cui tu irrompevi sul marciapiede. Fu
naturale e miracoloso, e fu un presagio
che confermava tutto quanto
volevi confermato. E la tua immensa disperazione,
la corsa nel panico per Londra
e ora il tuo trionfo mi piovvero addosso
come un amore ingrandito quarantanove volte,
come il primo fragoroso rovescio che sommerge
la siccità di agosto,
quando l'intera terra spaccata sembra sussultare
e ogni foglia trema
e ogni cosa leva le braccia piangendo.
Febbre
Avevi la febbre. Stavi proprio male.
Avevi mangiato roba guasta.
Giacevi senza forze e un po' farneticante
per la febbre. Invocavi l'America
e il suo armadietto delle medicine. Ti agitavi
sull'immobile galeone spagnolo del letto
nella casa spagnola con le imposte chiuse,
in cui il bagliore esterno ebbro di sole sbirciava
come dentro una tomba. "Aiutami" bisbigliavi, "aiutami."
Deliravi. Sognavi che stavi per calarti
dentro il pozzo e al risveglio volevi
calarti dentro il pozzo - scorciatoia
sgombra verso la frescura dell'acqua,
la frescura del pozzo buio, il posto ideale
in cui trovare oblio dal tuo groviglio ardente
e dal malanno straniero. Gridavi che sicuramente
saresti morta.
Io mi affaccendavo.
Facevo la bambinaia. Mi ci ritrovavo.
Mi piaceva l'emergenza del ruolo vitale. Mi sembrava
che tutto fosse diventato vero. D'un tratto come voce familiare
mi si destò dentro mia madre.
Arrivò con la certezza dell'esperienza. Feci un gran minestrone.
Carote, pomodori, peperoni e cipolle,
un'iridata mistura di elisir fumante.
Dovevi diventare un collettore, una condotta
di pura vitamina C. Ti assicurai
che così Voltaire si era salvato dalla peste.
Dovevo saturarti e spurgarti
con questo sobbollio di essenze.
Un cucchiaio dopo l'altro,
te lo versai nell'inerme bocca spalancata di uccellino, adagio,
con perizia, con pazienza, ora dopo ora.
Ti asciugai il viso pesto di lacrime, un viso esausto,
sfatto di dolore e di abbandono.
Altri cucchiai, e tu inghiottivi come fosse vita,
singhiozzando "Sto per morire".
Nelle pause
tra una boccata e l'altra, osservavo i dati
dei tuoi quadranti. Il tuo grido spinto al massimo
nel rosso della catastrofe
non lasciava spazio al peggio. E pensai:
quanto sta male? Esagera?
E mi ritrassi, solo un poco,
solo per equilibrio, solo per simmetria,
in una pazienza scettica, un poco.
Se è sopportabile, perché agitarsi tanto?
"Su, forza" la calmavo. "Non aver paura.
è un malanno da poco, non buttarti giù."
In realtà dicevo: "Smettila di gridare al lupo".
Altri pensieri, raggelanti, familiari,
avanzarono sulla corda tesa: "Smettila di gridare al lupo,
altrimenti non saprò, non sentirò
quando sarà davvero una cosa seria".
Sembrava facile
guardare quei pensieri affiorare così tempestivi.
C'era tutto il tempo di pensare: "Piange
come se fosse capitata la più impossibile
di tutte le sciagure -
come se fosse già capitata, e continuasse
ancora, e il mondo intero
fosse troppo in ritardo coi soccorsi". Poi il pensiero vuoto
dell'anestesia che aiuta le creature
sotto i ghiacci polari, e il callo
che dà sollievo ai medici sopraffatti. Un pensiero tortuoso
del sovraccarico di dilemma, il biancore abbagliante
che paralizza le planarie interdette
e le fa arricciolare e morire.
Eri sovraccarica. Non dissi nulla.
Non dissi nulla. L'uomo di pietra preparò il minestrone.
La donna che bruciava lo bevve.
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