Una parte della tua letteratura sembra nascere dallo sterminato archivio che rappresenta la cronaca nera. Usufruisci di racconti orali, raccogli un archivio giornalistico oppure effettui vere e proprie ricerche?
La cronaca come la realtà è un eccezionale archivio di storie: si presentano una serie di suggestioni che un romanziere non potrebbe immaginare. Penso che sia negativo quando un romanziere o un narratore tenta di immaginare le storie da solo perché finisce per uniformarle alla sua esperienza, alla sua vita. Esistono tante storie realmente accadute dalle quali se ne possono inventare altre. Consulto prevalentemente fonti d'archivio: un tempo era un impegno superficiale, mentre adesso opero in maniera quasi scientifica. L'archivio può essere usato in vari modi: per un periodo ho rivisitato ‹‹Il Resto del Carlino››, partendo dal 1956 in avanti, in altre circostanze invece capita di avere un rapporto diretto con la fonte orale. Frequento per conoscenza i poliziotti e gli ambienti dei sindacati che raccontano episodi che non potrei mai conoscere diversamente. È quasi la figura di un bibliotecario: le notizie si trovano, ma in gran parte si conoscono indirettamente. Ma anche la gente comune è propensa a raccontarmi direttamente vicende e casi a cui ha assistito. In passato proprio da ‹‹Il Resto del Carlino›› ho tratto notizie utili per una traccia di narrazione: si raccontava di un gruppo di cinesi costretti a lavorare in uno scantinato. Il giornalista privilegiava questo aspetto del loro destino contro il fatto che avrebbero potuto invece spacciare l'eroina. Ho personalmente indagato sul caso, anche se non fino in fondo, toccando successivamente l'immigrazione clandestina cinese, la mafia cinese e quella italiana, e ne ho tratto Febbre gialla. Il miglior archivio è quello orale, cioè l'archivio di quelle persone che possiedono queste storie nella loro memoria. La cronaca nera è un fatto traumatico ed enorme quale può essere un omicidio che colpisce una famiglia che per questo motivo si espone all'informazione pubblica. Quando avvengono questi fatti, pur essendo un fatto privato, diviene di dominio pubblico e questo può rappresentare uno spunto per raccontarle: il racconto vale non perché realisticamente riprodotto nella sua estensione, ma come suggestione generale, come per il caso del gruppo di cinesi.
I delitti compiuti nel passato e quelli di oggi sono differenti?
Per me sono uguali, cambiano le modalità e l'identità degli assassini, tutto qui. Oggi la malavita è multietnica e più organizzata di una volta. Ma esistevano i serial killer anche negli anni Trenta esattamente come quello che ho raccontato nel "Giorno del lupo". E bande simili alla Uno Bianca hanno agito anche negli anni Trenta.
E giusto dire che nella sua produzione si possono individuare due filoni?
Sì, certo. Uno più classico, legato a "Carta bianca", "La via delle oche" e "Guernica", e uno più noir con romanzi duri come "Almost blue". In questo momento il giallo classico ha degli autori bravissimi ma è più che altro un fatto di culto, perché va di moda l'hard boiled di Patricia Cornwell e Kathy Reichs.
Come mai il romanzo giallo italiano si è sempre mantenuto in posizione marginale, ha avuto pochi autori (potremmo citare Scerbanenco o Fruttero e Lucentini) che hanno saputo imporsi, che hanno dimostrato di valere?
Secondo me il filone giallo italiano ha avuto, sì, raramente romanzi che si siano imposti all'attenzione, ma non per questo non sono esistiti. Bisogna forse andarli a cercare, bisogna scavare. È vero che alcuni dei grandi autori di romanzi gialli erano ancora impegnati con le regole, soprattutto con una concezione un po' ibrida e bastarda: sto scrivendo un giallo, non sono uno scrittore, però scrivo un giallo e devo seguire delle regole, se le seguo mi considereranno. Persino Scerbanenco, che ha scritto romanzi bellissimi, ogni tanto dimostra questa "trama". Qualche bel romanzo tuttavia c'è. La donna della domenica, ad esempio, le opere di Scerbanenco, appunto, alcune belle cose di Macchiavelli che vanno oltre il giallo tecnico.
Ma perché il filone italiano di narrativa gialla si sta sviluppando in questi ultimi anni e conta adesso numerosi autori?
P erché il giallo italiano è giovane, anche se non è vero del tutto. Noi siamo gli autori giovani del giallo italiano, quelli che stanno aprendo le nuove vie, ma al tempo stesso, in realtà, siamo anche vecchi autori. Io vengo dopo tutte le sperimentazioni di Macchiavelli, di Olivieri, del povero De Angelis degli anni del fascismo che da una parte scriveva delle gran belle cose e dall'altra aveva a che fare con queste regole maledette che doveva per forza seguire...