Nel web è in corso di costruzione, per seguire un'espressione efficace di Ray Ascott, la Cyberception. Che cosa dobbiamo intendere con questo neologismo? Dobbiamo cominciare a pensare il secondo passaggio da fare dopo la creazione del Cyberspace. In altri termini qual è l'orizzonte percettivo del cyberspace? Abbiamo ricordato prima che siamo in un ambiente che non può essere identificato né come fisico né come mentale, benché coinvolga in modo, talvolta estremo, lo sforzo sia del corpo che della psiche.
Mentre nel rapporto percettivo tradizionale. Almeno a partire da quello edificato con la costruzione dello spazio prospettico, come ha mostrato efficacemente Derrick de Kerchove, il soggetto che guarda rimane sempre distante ed estraneo all'oggetto che osserva, nella realtà virtuale viene abolita tale distanza, e il soggetto si "immerge" nell'oggetto. Muoversi nel cyberspace significa avere delle percezioni del tutto differenti rispetto a quelle che dominano nel mondo fisico, o rispetto a quelle di natura introspettiva. Per questo motivo si è parlato di un rovesciamento del primato dello sguardo, cioè del visivo, sul tattile. L'intrusione del cursore del mouse che penetra nel monitor è il sensore che guida lo sguardo. In apparenza, davanti alla schermata del monitor è l'occhio che determina l'apprendimento dei contenuti presenti nella pagina. Ma a ben vedere è l'azione del mouse che mostra come la mano sia a dettare l'azione dello sguardo. Il mondo della Cyberception è, perciò, un mondo tattile, nel quale lo sguardo è toccato e manipolato. Lo sguardo non è più prospettico, perché è immerso nel cyberspazio.
A partire da queste considerazioni possiamo comprendere perché la fenomenologia dell'esperienza del Sacro sia sovvertita dalla Rete.
Innanzitutto la trascendenza della coscienza nei confronti dell'oggetto rappresentava il fulcro dell'antropologia tradizionale. Se pensiamo al monoteismo Cristiano e alle giustificazioni teologiche della Fede, bisogna ammettere la necessità delle sviluppo di una riflessione teologica sulle nuove tecnologie che approfondisca le ragioni del rapporto tra uomo e Dio nel cyberspace. Naturalmente il nostro scopo è solo di evidenziare le condizioni poste dai cambiamenti che stanno emergendo nel contesto dei new media, e non certamente di entrare nel campo difficile e complesso della riflessione dottrinale. L'aspetto importante della rivoluzione digitale, sul quale le religioni istituzionali dovranno riflettere, perché saranno inevitabilmente coinvolte in questo processo, è che non si tratta di un semplice miglioramento delle tecnologie comunicative.
Si può parlare di una rivoluzione digitale perché non si tratta di avere a disposizione degli strumenti migliori per condurre le nostre pratiche abituali, ma di una trasformazione intensiva e qualitativa del nostro ambito di esperienza. Abbiamo indicato come la tecnologia oggi rappresenti una seconda natura, ovvero come l'ambiente artificiale si possa sostituire funzionalmente alle necessità del mondo fisico. Per cui la specie umana si trova "immersa" in questo ambiente e dipendente funzionalmente dall'evoluzione del sistema tecnologico col quale interagisce. In pratica, come già la filosofia heideggeriana degli anni cinquanta aveva visto con grande lucidità, non è la specie umana, e nemmeno la mente degli scienziati, a guidare il processo tecnologico. Anzi, è il contrario. La specie umana deve "adattarsi" all'evoluzione tecnologica.