Alla domanda "che cos'è la Chiesa?", la maggior parte degli educatori preposti all'indottrinamento dei cristiani in erba è solito rispondere con due metafore: un altoparlante e una comunità di persone.
Tutto qui. Non c'è bisogno di nient'altro per capire l'essenza della Chiesa e soprattutto per rendersi conto di quanto sia naturale la sua progressiva confluenza con l'impiego delle nuove tecnologie di comunicazione.
"E' un altoparlante - proseguiva di solito il catechista - perché ha il compito di diffondere il più ampiamente possibile l'evangelo, la buona novella portata da nostro signore Gesù Cristo. E' una comunità perché è fatta di tante persone, diverse per origine e storia, accomunate da un'unica fede."
La Chiesa è un insieme eterogeneo di persone che comunica costantemente, all'interno e all'esterno. Solo prendendo spunto da questo assunto semplice ma insieme fondamentale, potremo renderci conto di quanto Cristianesimo e comunicazione siano due entità assolutamente inscindibili. E di come la comunicazione neurale resa possibile dalle nuove tecnologie costituisca il fulcro per la naturale evoluzione della religione cristiana cattolica.
Del tutto retriva per quanto riguarda la dimensione morale e talvolta politica, la Chiesa cattolica può essere considerata l'istituzione che, nei secoli, ha meglio saputo costruire e tramandare il sapere attraverso l'impiego dei più moderni e spregiudicati mezzi di comunicazione. Possiamo considerare quest' "ansia mediatica" come uno dei fili conduttori di tutta quanta l'esistenza della Chiesa che, in duemila anni, non è mai venuta meno e, al giorno d'oggi, accenna addirittura a radicalizzarsi.
[...] Per fare qualche esempio, partiamo da chi ha avuto il compito di fondare la Chiesa e di darle un indirizzo ben preciso: Gesù Cristo. Come si esprimeva il Messia? Con metafore, allegorie, ampie perifrasi? Anche. Ma, soprattutto, con le "parabole". Al giorno d'oggi ascoltare una parabola in Chiesa può rappresentare un momento gradevole. Si passano cinque minuti in compagnia di una storiella originale, spesso a lieto fine. Duemila e più anni fa non era così: le parabole (lo sanno tutti, ma qualche pagina fa vi avevamo avvisato che avremmo parlato di ovvietà in questo capitolo) venivano usate da Greci e Latini per affiancare argomenti difficili con questioni più chiare e comunemente note. Lo stesso fece in seguito Gesù Cristo, utilizzando questo rivoluzionario strumento linguistico per dare la massima efficacia alla sua predicazione teologico-religiosa. Ma non sempre il meccanismo funzionava. Anzi, spesso e volentieri si verificavano fraintendimenti e Gesù veniva preso dalle folle come un predicatore a cui piaceva "trobar clùs".
Diamo un'occhiata a quello che racconta il Vangelo di Matteo (13, 3-17).
Gesù parlava di molte cose servendosi di parabole. Egli diceva: "Un contadino andò a seminare, e mentre seminava alcuni semi andarono a cadere sulla strada. Vennero allora gli uccelli e li mangiarono. Altri semi invece andarono a finire su un terreno dove c'erano molte pietre e poca terra: questi germogliarono subito perché la terra non era profonda, ma il sole, quando si levò, bruciò le pianticelle che seccarono perché non avevano radici robuste. Altri semi caddero in mezzo alle spine e le spine, crescendo, soffocarono i germogli. Ma alcuni semi caddero in un terreno buono e diedero un frutto abbondante. Cento o sessanta o trenta volte di più. Chi ha orecchi, cerchi di capire!"
Allora i discepoli di Gesù si avvicinarono a lui e gli domandarono: "Perché quando parli alla gente usi le parabole?"
Gesù rispose: "A voi fa conoscere apertamente i misteri del suo regno, ma agli altri no. Perché chi ha molto riceverà ancor di più e sarà nell'abbondanza; a chi ha poco, invece, porteranno via anche quel poco che ha. Per questo parlo in parabole: perché guardano e non vedono, ascoltano e non capiscono, e si realizza per loro la profezia che è scritta nel libro del profeta Isaia:
Ascolterete e non capirete, dice il Signore, guarderete e non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile:
sono diventati duri d'orecchi,
hanno chiuso gli occhi:
per non vedere con gli occhi,
per non sentire con gli orecchi,
per non comprendere con il cuore,
per non tornare verso di me,
per non lasciarsi guarire da me.
Voi invece siete beati, perché i vostri occhi vedono e i vostri orecchi ascoltano. Vi assicuro che molti profeti e molti uomini giusti avrebbero desiderato vedere quel che voi vedete, ma non l'hanno visto; molti avrebbero desiderato udire quel che voi udite, ma non l'hanno udito".
La parabola è un mezzo di predicazione fulminante, e Gesù Cristo ne è perfettamente conscio. Egli sa di dover diffondere il verbo in mezzo a un pubblico sordo e da cui difficilmente potrà ricevere dei feedback positivi. Allora, l'unica soluzione che gli rimane è rischiare, provocando chi lo ascolta con un genere letterario famigliare e insieme rivoluzionario: la parabola offre al destinatario della combinazione un enigma e insieme la sua soluzione. E' un mezzo comunicativo coinvolgente e, soprattutto, avvolgente, anche se molto rischioso perché potrebbe facilmente portare a dei misunderstanding. Ma è l'unico modo che il Messia ha a disposizione per rendere realmente efficace la sua predicazione. Gesù non esita a farlo suo (come dimostrano le 49 parabole contenute nei vangeli sinottici), innovando radicalmente le modalità di diffusione dell'insegnamento religioso. Da questo punto di vista, è sintomatico il fatto per cui la stessa iconografia religiosa abbia cercato, nei secoli successivi, di trasporre graficamente il messaggio che Gesù aveva cercato di veicolare tramite le parabole.
Quando i moderni soloni del circo mediatico criticano con estrema facilità le scelte comunicative della Chiesa contemporanea, dovrebbero tenere conto di quanto sia stato rivoluzionario l'operato di chi la Chiesa l'ha fondata.