Più intenso, più ellittico, più intricato che mai: l'Ellroy di Sei pezzi da mille è un'iperbole alla Ellroy, martellante e nervosa, estenuante e ipnotica, debordante e furiosa. Seconda tappa di Underworld USA, la trilogia sulla storia americana che va dal '57 al '72, Sei pezzi da mille prosegue linearmente il racconto di American Tabloid, connettendo - in un labirinto impressionante di storia, sottotrame, gossip e grande scrittura - la morte di JFK a quella di Bob Kennedy. Un labirinto di malcostume, complotti politici e militari, corruttela a più livelli, degenerazione morale, perversione sessuale, interessi economici incrociati, massonerie varie, sottorazze, caste impazzite, persuasori occulti: è l'America che - come sempre e da sempre - Ellroy restituisce con la sua prosa nervosa e sincopata, irresistibilmente ritmata da spezzature e ripetizioni, aggrovigliata e crepitante in parole che ribollono ed esplodono - autentici proiettili mentali con cui il re del noir assale e sconquassa i suoi lettori.
Qualcosa di Ellroy trapassa dal suo fisico ai suoi libri - e in Sei pezzi da mille più che mai: colossale, gelidamente tormentato dopo le isterie maledette della giovinezza, Ellroy è uno scrittore-energumeno che produce romanzi-energumeni. 792 pagine mozzafiato: un risultato che soltanto i grandi scrittori hanno raggiunto e che si radica nella generosità crudele con cui Ellroy affronta i suoi plot e dirompe nella pagina. Ellroy è il Victor Hugo del nostro tempo. In Italia non conta sulla schiera fluviale di appassionati che, in Francia, hanno cercato di toccare il lembo del suo mantello alla Fnac parigina. Ma la sua popolarità è oceanica. Chiunque lo legga ne attende il prossimo libro con la sete di sapere che aveva investito le masse ai tempi dei Miserabili. Come Hugo, Ellroy finge di essere moralista e non lo è. La sua morale è l'azione, al di là di ogni significato espresso dall'azione. I suoi uomini sono, indifferentemente, creature pietose o pezzi di merda (e anche qui: piccole cacche o letame in grande). Il suo approccio alla storia è, al tempo stesso, particolare e universale. La lezione shakesperiana è il timone della navigazione di Ellroy tra il continente della vita e quello della letteratura.
In Sei pezzi da mille ricompaiono Ward Littell e Pete Bondurant (abbiamo fatto "ciao ciao" a Kemper Boyd in American Tabloid) ed emerge, contraddittoria e potente, la figura del giovane agente Wayne Tedrow Jr., che giunge a Dallas da Las Vegas in un giorno assai particolare: il 22 novembre 1963, quando sparano a JFK. I seimila dollari di cui nel titolo sono la causa occasionale per raccontare un complotto di complotti: quello che costituisce l'autentica tramatura degli anni Sessanta americani. Nel libro, esattamente come in AT, svettano le Icone della storia a stelle e strisce: JFK, Bob Kennedy, Martin Luther King, Watts, il Vietnam, la protesta giovanile, Jimmy Hoffa, Edgar Hoover, Sonny Liston, Jack Ruby, Lee Oswald, Sirhan B. Sirhan. Non siamo di fronte a un manuale di storia, tuttavia. Stiamo leggendo un romanzo: un grande romanzo. La Storia viene stravolta, reinventata, raccontata dai margini che, una volta, tanto coincidono col cuore della Storia stessa. Non è davvero un caso che Ellroy citi il DeLillo di Libra a modello d'ispirazione. DeLillo ha impiegato parecchi anni a passare dal complotto di Libra ai complotti di Underworld. Ellroy ha compiuto la stessa parabola nello spazio di un solo romanzo.
Un'ultima notazione. Complimenti al grafico mondadoriano che ha confezionato la copertina: il trancio dell'inquadratura sfocata e drammatica del filmato Zaprueder è un colpo di genio che spingerebbe all'acquisto del libro anche una vacca sacra indiana.
Un ultimo imperativo: comprate e leggete Sei pezzi da mille se volete vivere sapendo che cos'è la grande letteratura del vostro tempo. Perché questo è Ellroy: la grande letteratura del nostro tempo.
James Ellroy - Sei pezzi da mille - Mondadori - 39.000 lire
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