El Monte, dintorni di Los Angeles, 1958: un bambino dall'aria inebetita, il volto
grassoccio, una lima in mano, gli occhi che non esprimono nulla - o
esprimono un nulla assoluto. Poi una seconda immagine: un uomo dalla
struttura massiccia, i capelli cortissimi, occhialini dalla raffinata
montatura inforcati sul largo viso, che esprime una nuova forma di
perplessità - la stessa perplessità del bambino, ma invecchiata ed esperta
e, se possibile, disincantata.
Per i lettori continentali, questo è
James Ellroy. E' il bambino che lo sceriffo della contea mette in posa per
una foto che ossessionerà l'autore vita natural durante: l'immagine viene
scattata qualche secondo dopo l'annuncio del ritrovamento di Geneva, la madre di
Ellroy. Violentata e uccisa. L'immagine di Ellroy adulto è la prova
concreta di quanto impietosa sia stata la dialettica del tempo, che si
supera conservandosi, nei confronti di questo grande scrittore americano.
E' passato attraverso gli orrori psichici di un'infanzia inesistente e
dilatata: la convivenza con un padre sfaticato e nichilista, che lo
abbandona a se stesso; le droghe, tutte; l'alcol, tantissimo; e poi:
furti, frequentazioni di nazisti, feticismo, lavori occasionali, overdosi,
ricoveri. Fino alla disintossicazione ultimativa: la scrittura. Il
percorso esistenziale di un maledetto che cresce nei Settanta e negli
Ottanta e forma negli anni del Grande Vuoto il proprio apprendistato a una
verità mefitica, che emergerà solo nel suo morboso I miei luoghi oscuri
(Bompiani, 1997): la scrittura di Ellroy non è che l'unico mezzo per
ritornare ad avere quella lima nella mano, di fronte alla morte della
madre, per capire, per conoscere i profili e i vortici di un amore che si
è trasformato violentemente in disprezzo, e in oblio. Ci sono voluti
vent'anni per riconnettersi al Principio. E per svelare, definitivamente,
che Ellroy è uno dei massimi scrittori di questi anni.
Lo stile è potente, nervoso, spiraloidale,
cioè: coinvolgente. Le materie sono autentiche. I delitti, gli
squartamenti, le vittime: tutto è celebrato o è stato celebrato dalla
pubblica opinione. Ellroy comincia con un referto per giungere al romanzo.
La Dalia Nera è il prototipo di questa sequenza compositiva che I miei
luoghi oscuri erigeranno a scavo straordinario, iperfreudiano, assoluto
della propria verità.
Ma non basta. Perché Ellroy non è solamente
quest'ossessione. Non è soltanto un tentativo, quello di giungere
all'agnizione di un volto e di una verità intima. Nulla sarebbe più
scorretto di un'analisi tanto riduttiva e tanto vicina alla critica
“fiction” che domina i nostri tempi. Ellroy è molto di più. E'
l'ultimo grande epico della nostra civiltà metropolitana di fine
millennio. La sua ossessione è sì storica, radicata nei giorni,
verificabile sui giornali. Ma non è semplicemente una verità storica
interiore. E' l'ossessione per quanto di violentemente passionale, cieco,
dissoluto, perverso e sacralmente gioioso si spende ovunque e si è
consumato dappertutto negli ultimi trent'anni. Che siano le stanze del
potere, i casinò baluginanti, le farloccate stroboscopiche dei locali in
voga negli Eighties, o le case della media borghesia americana fine
Cinquanta, o le catapecchie degli immigrati cubani, o i loculi sciatti dei
single - tutto ciò non importa. Importa che qui, in queste immagini, nel
ritmo sincopato della vanga stilistica di Ellroy, ciò che si salva è
l'autenticità di una colonizzazione: quella dell'uomo nei confronti di un
ambiente titantico e trascurato, stravolto dai piloni sbrecciati che
reggono ponti incancreniti dalla ruggine e dallo smog, dagli angiporti che
fanno da terminal dei destini di ogni sozzura e di saltuari cadaveri, di
homeless senza passato o di puttane che si sono messe troppo rossetto,
di casalinghe con l'alito che odora di sherry o di portoricani puzzolenti
nelle loro canottiere sudate. L'ambiente di Ellroy è lo sfondo corale di
un'epica anonima e splendidamente sordida, o incredibilmente illuminata
dai riflettori della storia, come accade col Kennedy di American
Tabloid, il capitolo iniziale della sua trilogia americana e,
probabilmente, la cattiva coscienza che il grande scrittore ha avuto
sempre - in ogni tempo e luogo - il cattivo gusto di incarnare.
Le maschere di Ellroy sono sempre
eccessive, come i volti sotto i neon violenti della notte statunitense,
tra i bagliori fastidiosi delle sirene mute e rosse dei peep show sui
boulevard della perversione di massa a L.A. Eppure nessuno dei caratteri -
gli 'io' che narrano, i comprimari di lusso o quelli occasionali - stonano
rispetto all'ambientazione in cui, naturalmente, si trovano a recitare la
loro patetica parte. Poichè il patetico, nei romanzi di James Ellroy,
gioca un ruolo fondamentale e molto più importante del tragico. Anzi: il
patetico è il naturale prodotto della degenerazione della tragedia
americana, che è la tragedia di tutti noi, asserragliati - come i
personaggi di Ellroy - nelle dimore anonime di dormitori in cui spendiamo
tutta la mediocrità di cui siamo capaci, o incapaci: il che, dal punto di
vista di Ellroy, è lo stesso. Ed è lo stesso per un motivo semplice:
tornare nell'anonimato, non concedere il fascino di una prospettiva
futura, bensì solo di un eterno, dissoluto e affascinante presente, è
l'unico destino totale a cui è soggetta la fiumana messa in scena dallo
scrittore americano. Che si sia JFK o Pete Bondurant non conta. Si torna
nell'anonimato dopo essere stati invasi dalla luce dell'attenzione e dagli
inchiostri di Ellroy. La sua empietà livellatrice che disegna una sorte
comune, fatale, greve e oscura, è il controcanto dell'effetto che fa la
scrittura dell'autore del Grande Nulla: un diorama a spettro infinito,
una frenesia di luci e buio inesausta, che si vorrebbe continuasse per
sempre. E, incredibile, continua per sempre: di libro in libro. Come
accade per il Marlowe di Chandler. Ma Ellroy non è capace del sarcasmo e
della corrosione di Chandler. Anzi, si potrebbe formulare un'equazione
corretta: "CHANDLER - UMORISMO = ELLROY". E il motivo è semplice: Chandler
è un moralista, un puritano in un'America che sta smettendo di esserlo.
Ama gli uomini e per questo li giudica e li condanna al suo sardonico e
isterico sberleffo. Ellroy, invece, non ama gli uomini e li condanna senza
giudicarli, li chiude in una gabbia senza fare nemmeno la fatica di
costruirne le sbarre. Ellroy, per sua stessa ammissione, è un grande
narcisista, un egoista perduto nel vortice dell'attenzione di sè e di
quanto interessa a lui. Che la madre di Ellroy sia additata dalla critica
quale figura finale del suo ciclo narrativo è sintomatico: la trappola del
vanesio è scattata, e tutti ci sono caduti. Bisogna fare fatica, per
cogliere impreparato un attento osservatore di sè quale Ellroy. E la
fatica, a detta di Ellroy stesso, è il baratro e l'ossessione a cui
l'umanità contemporanea cerca di sfuggire. Con gli stordimenti e gli
anestetici di cui James Ellroy è stato maestro. Ma senza quel rivolo di
autentica debolezza che è, invece, il vero maelstrom in cui finisce la
"finzione Ellroy" e comincia la sua capacità di amare gli altri: la
scrittura. Perchè è davvero questa la grande offesa perpetrata nei
confronti di questo scrittore che fa "pubblicità a se stesso" (per usare
un titolo di Mailer): Ellroy è semplicemente un uomo che scrive.
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