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  INTERVISTA A PARAZZOLI
Ferruccio ParazzoliParazzoli, ha passato i sessant'anni, finora è stato riconosciuto come uno scrittore mite, amante dell'ombra e sicuramente al di fuori dei clamori delle avanguardie. Cosa Le è venuto in mente di riscrivere l'Odissea e di trasformarsi nella punta di diamante dell'avantpop italiano?
A me di Ulisse e dell'Odissea non me ne importa niente. Io ho soltanto scritto un libro sull'uomo che ho paura di essere. Sulla scena non faccio agire Ulisse, ma il lato oscuro, selvaggio e furibondo che è dentro di noi e che - almeno è quasta la mia esperienza - con l'età e l'esperienza non si assopisce: si accresce ed esplode. L'Ulisse di cui scrivo è non a caso Nessuno: un uomo già morto, forse al di là della morte, uno zombie che esplode in ricordi di ciò che fu e che mai più sarà, in un tempo che non è più un tempo: il tempo in cui sono morti gli dèi e gli uomini.

Con lo stravolgimento dell'Odissea, Lei afferisce comunque a diverse tradizioni. C'è quella epica, omerica e post-omerica. E poi c'è la tradizione narrativa italiana, almeno quella novecentesca. Che tipo di lavoro ha effettuato su queste tradizioni.
Ho dovuto superare la tradizione omerica: quella dell'Odissea e quella dei nostoi successivi. Non cercavo di compiere un lavoro sulla tradizione. C'è un personaggio di Nessuno muore, Johannes: è mimo, poeta, narratore, guitto. Johannes racconta nuovamente e da diverse prospettive le storie che si narrano su Odisseo fuori Itaca, appoggiandosi sulle istoriazioni di quesi vasi egei in cui figure nere agiscono su uno sfondo rosso cupo. Ecco: è come se io avessi fatto cadere per terra uno di quei vasi, raccogliendone cocci, pezzi, frammenti. Non c'è più un universo coerente, ma soltanto cocci tra loro indipendenti o in un rapporto molto segreto.

E la tradizione prosastica italiana?
Non c'entra niente. Non ho guardato a quella tradizione, ammesso che esista. Piuttosto ho lavorato su un elemento straniante che derivo direttamente da Conrad. In Conrad appaiono in continuazione delle cesure in forma di lineetta. L'incipit di Nessuno muore recita: "Sembrava - era immortale". L'elemento conradiano è straniante e corrisponde a pieno a quella frattura di cui il romanzo è l'epica: o Ulisse era immortale oppure soltanto lo sembrava. Invece no: era e sembrava immortale. La cesura mi consente di battere, di incidere, di fissare; ma anche di sottrarre, di levare. E' soltanto un esempio - ma significativo - del lavoro che ho cercato di fare.

Da anni Ferruccio Parazzoli è un'importante eminenza grigia della grande editoria italiana, e quindi conosce perfettamente lo stato della narrativa contemporanea. D'altro canto, Ferruccio Parazzoli è un importante romanziere italiano. Da conoscitore del panorama letterario, come spiega un libro come Nessuno muore? Non Le sembra un'apparizione teratologica nel nostro orizzonte?
Sì, sicuramente lo è. Ho difficoltà a dire dove sistemerei questo romanzo: dovrei pronunciare un'oscenità. C'è anche da considerare il fatto che, in qualità di scrittore, io sono stato e sono nomadico. Non ho coltivato un mio territorio specifico, come molta parte degli scrittori italiani. Non ho riprodotto, via via che gli anni passavano, copie dello stesso libro, col rischio di annoiarmi e di annoiare. Ho cercato di varcare confini, di rompere codici. Forse non ci sono riuscito, ma almeno ho vissuto ogni mio libro come un'avventura a sé.

E come pensa che reagirà il pubblico dei lettori di fronte alla scarica di turpiloquio che si abbatte lungo tutto il romanzo?
Penso che non reagirà. In Italia, la cosa migliore è fare finta di avere uno stomaco da struzzo, capace di digerire tutto. L'ipocrisia è dilagante. Sarà tutto nella norma: le solite lodi misurate, con qualche riserva d'imbarazzo.


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  di G. Genna e S. Porro
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   data: 27 apr 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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