Per gentile concessione dell'editore Mondadori, Clarence pubblica in anteprima il primo capitolo del romanzo di Ferruccio Parazzoli.
Sembrava - era immortale, sembrò infatti fosse vissuto tanto che non fu possibile ricordare quanto a lungo fosse realmente vissuto il giorno in cui ne venne ritrovato il corpo - nudo, immenso, in cui la carne, sovrabbondante, si era già abbandonata, riverso sul greto della baia nascosta dove ad alcuno, indigeno o straniero, non era lecito penetrare, steso di fronte al mare che entrava e usciva risonando tra gli scogli e allungava la lingua schiumante dell'onda fino a lambirgli i piedi, la faccia rivolta al cielo, le braccia e le gambe allargate, il ventre gonfio e livido, non lordate le membra dal sangue di alcuna ferita da taglio o da fuoco, soltanto il tondo segno di una trafittura, come di pungiglione, buco nero e penetrante nella schiena adiposa, sotto le ricadenti pieghe del collo - quando i porcari di Eumeo ne rovesciarono a stento il corpo, attoniti, indagando la causa di quella morte. Si avvicinarono piano, con timore, increduli come dinanzi alla morte di un dio - accovacciati sul greto osservavano quel corpo senza vita in attesa che si rialzasse con il consueto grido di scherno e di trionfo, battendosi irridente le natiche per averli ingannati con l'arte di mimo in cui era maestro, e sbeffeggiandoli per la loro paura, come aveva più volte fatto fingendo la propria morte dopo aver sostenuto a mani nude l'attacco di un cinghiale braccato, o essersi sparato per gioco un colpo con la pesante pistola dal calcio intarsiato di argento e madreperla, di cui amava appoggiarsi la tonda bocca brunita alla tempia, gustando il contatto di quel buio orifizio sulla pelle del volto, per sfida a se stesso e a ogni certa quanto invisibile presenza.
Dai porcili, appoggiati al fianco del monte, la cima tondeggiante e spelata circondata da lecci e quercioli che affondavano i tronchi cresciuti ritorti e piegati dal vento nell'intrico di scopeti e di eriche, seduti attorno alle braci dei fuochi, i fedeli porcari osservavano, oltre la macchia buia del villaggio, le stanze illuminate della reggia deserta, profili diroccati di mura e di colonne - indicandosi l'un l'altro, in silenzio, quella che ciascuno credeva fosse l'ombra compatta e insonne di Ulisse eclissare per qualche istante la luce oscillante delle fiaccole e quella immobile e risplendente del lampadario, predato a mercanti del nord, pendente dalla catena di bronzo, al centro della sala del trono, dal trave di maestra che sostiene quanto ancora resta del soffitto sfondato da cui entrano stridendo i rondoni.
A volte, nella notte, giungeva fino ai porcari insonnati la voce dello strumento venuto dal mare insieme con il lampadario di cristalli, con gli archibugi e le pistole incrostate d'argento, con le casse trafugate dalle stive di navi di passaggio, stoffe e vesti, stivali e cappelli, sciarpe e nastri e gioielli e arnesi il cui uso restava spesso ignoto - il suono accorante, di una dolcezza che dava lo stordimento e la smemoratezza del vino, errava sull'infido pelago dei ricordi, come la nostalgia di immensi beni perduti, come la visione di paesi lontani e senza nome dove la vita prende sapore, in cui l'uomo è felice del giorno che lo consuma, in cui il corpo è compagno di godimento e di sofferenza, chiuso come un pugno chiuso, sprezzante del bene e del male, gareggiante in astuzie e crudeltà contro un dio incognito e scostumato.
Di questo caos schiumante che spadroneggia nel cranio possente - completamente rasato di Ulisse, i porcari del monte non sanno nulla. Esperti nello scannamento abile e silenzioso, hanno giurato nei loro cuori semplici e feroci obbedienza esultante e cieca al re fin dal giorno in cui, povero lacero macilento, ricalcò la terra di Itaca - per primo l'accolse Eumeo, il guardiano dei porci, nel recinto alto che aveva eretto con le sue esperte mani ammassando pietre e rami spinosi e circondandolo di robusti pali di quercia - egli stesso vegliando di notte nel cavo di una rupe, al riparo dal vento, il corpo avvolto nel pesante mantello, la spada affilata sospesa alle spalle, affinché nessuno degli ingordi stranieri gozzoviglianti alla reggia, allora ancora intatta di atri e colonne, ardisse rapinare i porci del suo signore e farne carne da orgia. Per Eumeo, l'insegna di fedeltà sull'isola aveva per emblema un muso di porco. Soltanto Eumeo conosceva le storie di malinconia e di innamoramento narrate dalla musica che ogni notte saliva dalla reggia illuminata - ma anche le storie di sangue e di morte, la schiera di fantasmi che assediava il re vagante insonne per le sale deserte e che quei suoni tentavano di esorcizzare.
Nel villaggio - case di pietra e calce appiattite tra il monte e la reggia all'estremità del braccio di mare che penetra profondamente la costa, porto sicuro nelle tempeste se la nave in preda ai venti riesce a doppiarne l'imboccatura prima bordeggiando poi, una volta al riparo dai flutti tra le pareti strette e rocciose, calando di colpo la velatura e lasciando che il vento spinga lo scafo fino al pontile di travi - i sudditi dello sparuto reame vivono un'esistenza chiusa e imbelle allevando scarni bovini e cavalli dall'occhio stralunato a causa di un'erba malefica che nessuno ha mai potuto identificare, spingendo pecore e capre a brucare sull'orlo dei dirupi, disdegnando la pesca e il commercio e accoppiandosi tra loro di generazione in generazione, rifuggendo ogni contatto con i popoli vicini. Li accomuna il sentimento di timore e di rancore verso quel re del quale non osano sbarazzarsi, che spiano notte e giorno attendendone la morte e del quale temono l'allegria crudele, complici i fedeli porcari e i poteri nascosti di cui favoleggiano nel chiuso delle case. Ulisse li ignora, non dà leggi né ordini e solo nei tempi stabiliti riceve gli anziani del villaggio che gli recano doni e dai quali ascolta impassibile l'elenco delle nascite e delle morti, i danni causati dalla siccità, quante e quali navi siano approdate al pontile, le sommesse lamentele contro le scorrerie dei porcari che rubano impunemente donne e pecore, e li congeda promettendo una giustizia che non verrà mai. Gli anziani tornano perplessi, scuotendo il capo, sommessamente confabulando tra loro, non sanno con chi hanno parlato, chi sia veramente il re senza età che li riceve nell'atrio diroccato, a cielo aperto, seduto su un blocco di pietra istoriato, quanto resta dell'architrave crollato che sovrastava le colonne d'ingresso alle sale, indossando vesti delle più svariate fogge, sgargianti tuniche di seta, un accappatoio bianco, calzoni e casacca coloniali, torace e pancia traversati da una triplice cartuccera e la pistola appesa al fianco, il capo riparato dal casco di sughero oppure lasciato nudo sotto il sole, il volto nascosto da occhiali a lenti abbrunite oppure interamente ricoperto da una maschera di gesso. Ulisse non attraversa mai le strade del villaggio, eppure si dice che di notte - quando le stanze della reggia rimangono silenziose e il suono del misterioso strumento non attraversa l'aria - sia stato visto penetrare nelle case, il volto nascosto dalla bianca maschera di gesso, a volte vestito dei suoi strani abbigliamenti, a volte interamente ignudo, accolto dalle femmine sue amanti, le madri come le figlie - perfino alcune tra le più vecchie donne dell'isola vantano di avere goduto del suo amplesso in gioventù.
Vive in completa solitudine, non si nasconde, non ha guardie a protezione della sua persona né della reggia, non teme niente e nessuno - la vita come la morte, sperdute creature che un giorno, non ricorda più quale, o non lo ha mai saputo, si sono messe a camminargli sfacciatamente al fianco - idiote bambine, vita e morte lo tengono per mano, lo seguono ovunque vada, sprofondano con lui nel sonno, con lui galleggiano nella veglia.
Chiunque potrebbe seguirne i vagabondaggi tra i boschi o lungo i costoni a picco sul mare, penetrare fin dentro le sale della reggia che non hanno porte, ma non c'è abitante dell'isola che osi farlo per l'invincibile timore che incute quell'uomo terribile e incomprensibile come un dio, preferiscono spiarlo - i più arditi o i più vanagloriosi raccontano storie di violenza e di magia di cui dicono essere stati occulti testimoni. In verità tutti sanno chi sia, è il re tornato dal mare - dieci anni c'era stato per ritrovare la strada di casa dopo altri dieci anni rimasto ad assediare una città di nome Troia che non si sapeva bene dove fosse né perché andasse assolutamente distrutta, storie di donne e di corna, futilità come per ogni guerra che si ricordasse, tutti in combutta, lui e gli altri re venuti da ogni dove, un fottìo di navi e di armati, cadaveri a mucchi finché quella città pare fosse stata interamente messa a ferro e a fuoco, a beneficio di chi non si sapeva, non di loro certo che stavano bene e male prima come bene e male stavano adesso. Ulisse era il suo nome, questo lo ricordavano bene coloro che erano ancora vivi al suo ritorno, anche se aveva proibito a ciascuno di pronunciarlo dopo che, rientrato in casa, aveva fatto quel repulisti totale di cui non c'era uomo o femmina che, pur ricordandolo, osasse farne parola tanto orrendo e rapido era stato - con quei porcari che per primi lo avevano accolto, Eumeo e i suoi, con lui calati dal monte per dargli una mano anche se non ne aveva affatto bisogno - e lo dimostrò perché il macello lo fece tutto da solo, con le sue stesse mani. Non che loro avessero niente a ridire - era il re, era nel suo diritto, ma, se non altro, quella combriccola di mangioni era pur gente spensierata, era pur gente allegra, farabutti e approfittatori, come no, chiavatori di femmine anche, ma buoi e pecore da macello ce n'erano per tutti, e le femmine, poi, non si facevano pregare a prestare i loro servizi alla reggia - era sempre baldoria lassù tanto che si era sparsa la voce oltre mare di quell'isola dalla vita godereccia, e i mercanti e le navi non aspettavano di essere costretti ad approdare per trovare rifugio dalle tempeste, entravano in baia ogni giorno recando merce sopraffina da paesi lontani che quelli, i gaudenti, pagavano con moneta sonante - erano i forzieri reali che venivano svuotati, ma tant'è, questa è la potenza del commercio, del libero scambio, vita facile e casse vuote. Chi se ne dava pensiero? Quanto a lei, la regina, la sposa del re lontano, non si faceva vedere, se ne stava chiusa nella reggia, qualcuno diceva in fedele attesa dello sposo, prigioniera in una stanza alta da dove scrutava il mare - altri giuravano che non si lasciasse pregare a prendere parte ai festini e ben altro ancora. Fatto il repulisti, e si sapeva fin troppo bene di quanta e di quale feroce natura, il re, quando ricomparve, dopo giorni e giorni che se ne stava rinchiuso nella reggia sprofondata nel silenzio che era seguito alle urla e ai pianti, parve rinsavito dall'ira e dalla follia, tuttavia mostrava un aspetto strano come chi si risvegli da un sonno di incubi, tutto lordo di sangue, con uno sguardo e un sorriso dolce che mettevano i brividi - annunciò di avere deciso di cambiare nome, d'ora innanzi non si sarebbe più chiamato Ulisse ma Nessuno, proprio come chi non esiste - come chi non c'è. Va bene, come il re comanda, che poteva importare a quei villani spauriti se lui voleva cambiarsi il nome? Facesse pure a suo comodo, non l'avrebbero mai chiamato né con il primo né con quest'altro nome - tanto più che a chiamarlo in quel modo insensato era come non chiamarlo per niente, c'era di che far nascere equivoci, nessuno chiamerebbe mai nessuno. Così, tra loro, quando ne parlavano, continuarono a chiamarlo Ulisse, come ne parlavano prima, quando lui non c'era. Non aveva bisogno di nulla, ogni cosa gli era offerta, carne già macellata e rosolata, anfore ricolme del vino asprigno delle uve maturate sotto il sole forte sui terreni pietrosi, focacce unte d'olio ancora calde di forno, ceste di fichi con la lacrima zuccherina adagiati su un fresco letto di foglie - li trovava al mattino, sempre al medesimo posto, sull'ultimo gradino, non ancora raggiunto dal sole nascente, della scalinata sbrecciata che saliva al portico dalle colonne mutile che un tempo ornavano il frontale della reggia. A volte, insieme con il cibo, una donna stava seduta sul gradino ad attenderlo, e senza osare levare lo sguardo su di lui nel timore di sorprenderlo con il volto nudo - poiché spesso avveniva che non portasse maschera e non sapendo, come nessuno poteva sapere, se in quel giorno gli fosse stato indifferente o no, poiché era di animo mutevole, mostrare quello che alcuni dicevano fosse il suo vero volto, altri un'ennesima maschera - "Ti ho portato questo miele", diceva "oggi posso restare con te, se vuoi". Lui le rimandava più spesso di quanto non le conducesse con sé all'interno della reggia - senza far caso all'età o alla maggiore o minore avvenenza delle donne. Rientrate al villaggio, quelle tacevano, ma qualcuna aveva riferito di sale interamente distrutte con triclini rovesciati e suppellettili infrante e sparse a terra, di una parete lorda di macchie oscure fino ad altezza d'uomo, da cui pendevano armi di ogni genere e foggia - scudi e cimieri, archi e giavellotti, spade e pugnali, schinieri e pettorali istoriati, archibugi e pistole - di un atrio in cui erano allineati vasi dipinti con figure rosse e nere - di un labirinto sotterraneo, che il re chiamava Biblos, dove, riposti in scaffali, collezionava papiri e pergamene, e in cui le conduceva tenendole per mano e recitando versi fino a farle smarrire per gioco e improvvisamente scomparendo per poi ricomparire, ridendo, per scoprirle, accovacciate in un angolo, atterrite e piangenti. Narravano anche, le donne, di una cassa enorme e risuonante, con una fila di denti bianchi e neri, posta al centro della stanza in cui ancora intatto era il letto nuziale, scavato in un tronco di ulivo, dove Ulisse, un tempo, aveva dormito con la sua sposa - cosa fosse quella cassa non sapevano dire, ma erano certe che da quello strumento uscivano i suoni che si alzavano di notte nell'aria. Erano racconti di femmine in voglia, attratte da quell'uomo che aveva fama di crudeltà leggendarie, dal corpo senza più età né forma, morbosamente obeso - chiacchiere alle quali nessuno prestava fede anche se poi ciascuno continuava a fantasticarci sopra. Era come sapere e non sapere così come un tempo si parlava di questo o di quel dio senza mai venirne a capo, né alcuno lo avrebbe mai voluto, poiché era meglio restare così, nell'ignoranza. Anche il fatto che non fosse poi così solo come si credeva, ma avesse la compagnia di frequenti ospiti coi quali lo si udiva parlare e talvolta discutere ad alta voce fino a gridare - spiandolo dagli sgangherati recinti che nessuno osava sorpassare - non era poi tanto certo. Una donna gelosa, che si era presentata a lui una mattina e senza alcun particolare motivo era stata rimandata, giurava che avesse un'amante fissa con la quale discorreva familiarmente vezzeggiandola e, ancora più sovente, insultandola. Se la cosa fosse stata vera, obiettavano i più anziani, quella sua misteriosa compagna sarebbe di certo stata molto vecchia poiché nessuno, a loro memoria, in tutti quegli anni che non avrebbero saputo dire quanti fossero, l'aveva mai vista entrare.
F. Parazzoli - Nessuno muore - Mondadori, 20.000 lire
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