AREA EVANGELISTI NEW UPDATE - Una nuova tappa della serie "Metallo urlante": recensione di "Black Flag", l'ultima avventura di Pantera, l'Eymerich del NO FUTURE creato da Evangelisti. Intervista con l'autore, testi, analisi, hyperlink e multimedia per celebrare il re del fantasy europeo.
Eymerich inciampò per la terza o quarta volta. La luce della luna, di per sé fioca, era resa intermittente dalle nubi che correvano veloci, trasportate da folate di vento impetuoso. Avrebbe dovuto fare come padre Gallus, che con la sinistra teneva la tonaca da domenicano sollevata sulle gambe magre, mentre con la destra si reggeva al bastone. Ma Eymerich giudicava quella postura troppo femminile, e sconveniente per la sua dignità. Preferiva quindi continuare a inciampare sulle pietre aguzze della collina, anche se i suoi piedi erano ormai tutti una piaga.
"Tra breve ci imbatteremo in qualche sentinella del Crudele" sussurrò, anche per vincere il proprio nervosismo. "Lasciate parlare me."
"Le guardie di Enrico non ci hanno nemmeno visto" ansimò padre Gallus, che stentava a mantenere l'andatura del compagno. "Come assedio mi sembra un po' fiacco."
"Non fatevi illusioni. I soldati di Enrico danno per scontata la vittoria. Per questo la loro sorveglianza è così poco rigorosa. Vedrete che gli uomini di Pietro saranno molto più guardinghi." A conferma delle sue parole, dall'oscurità di un tornante uscì una voce secca e minacciosa. "Fermi dove siete! Portatevi al centro della strada e fatevi riconoscere!"
Sebbene si fosse atteso quell'incontro, Eymerich trasalì. Si spostò con il compagno sotto i raggi lunari e rispose, in perfetto castigliano: "Come vedete siamo due frati dell'ordine dei predicatori. Io sono Nicolas Eymerich da Gerona, mentre il mio confratello è padre Gallus di Neuhaus, dei domenicani di Boemia".
Il tono ostile della voce nell'ombra non si attenuò neanche un poco. "Da queste parti preti e frati non sono graditi. Il clero di Montiel lo sa benissimo. Prima che quella nube copra la luna dovete darmi un buon motivo della vostra presenza qui, o sarete trattati come spie, quali forse siete."
Un timbro arrogante e aggressivo era ciò che ci voleva perché Eymerich sfoderasse la sua alterigia. Si drizzò in tutta la sua statura, mentre un colpo di vento gli sollevava il mantello sulle spalle. "Sappi, soldato, che hai di fronte due esponenti della Sacra Inquisizione. E sappi anche che se ci troviamo qui è perché il tuo re, Pietro di Castiglia, ci ha supplicati di venire. Se ostacolerai la nostra missione farai i conti con la sua collera."
Ci fu un lungo silenzio, poi la voce disse, in tono più cauto: "Non ho avuto ordini in merito. Comunque venite avanti. Al castello sapranno se state dicendo la verità".
Fatti pochi passi, da un faggeto uscirono quattro soldati. L'oscurità non permetteva di coglierne per intero i tratti del viso, seminascosti dalla celata, ma li si intuiva grossolani e affondati in barbe nere incolte come cespugli. Indossavano farsetti d'arme gialli e rossi, sporcati col terriccio per renderli meno vistosi. Erano tutti armati di spada, salvo uno che impugnava una balestra, con la faretra alla cintura.
"Inquisitori, eh?" Il più basso degli armigeri, lo stesso che aveva parlato, fece un mezzo giro attorno ai domenicani, scrutandoli con sospetto. "Va bene, seguiteci."
Il vento sferzava la collina con raffiche gelide e rabbiose. Eymerich si strinse nella tonaca e, seguito da padre Gallus, andò dietro ai soldati, cercando di calcare i loro stessi passi. Malediceva i sandali che aveva ai piedi, del tutto inadatti a quella salita. Scarpe con la suola di cuoio, o magari stivali, gli avrebbero consentito un'andatura molto più rapida. Però avrebbero potuto insospettire gli armigeri di Enrico, se mai li avessero intercettati, e farli scambiare per spie.
A un certo punto lasciarono la via principale e si inerpicarono lungo un viottolo accidentato, forse il letto di un ruscello inaridito. In alto, oltre la vegetazione, si scorgeva il profilo delle torri cilindriche del castello di Montiel, e della cinta che rinserrava l'abitato. A parte lo stormire delle foglie dei faggi, il silenzio era profondo. Pareva che ogni creatura vivente avesse abbandonato la collina, salvo qualche civetta che, tra gli alberi, sbarrava d'improvviso gli occhi tondi e luminosi, per poi volare lontano.
"Sono io, sono Fernando!" gridò dopo un poco il capopattuglia, rivolgendosi a qualche interlocutore invisibile.
"Passa!"
La voce che aveva risposto era stranamente nasale, quasi tremula. Eymerich provò un brivido inspiegabile, come se fosse provenuta da una creatura anomala. Respirò con inconfessato sollievo quando capì il perché di quello strano accento. In una radura, ricavata su un terrazzo naturale che forse un tempo aveva ospitato degli orti, era attestato un manipolo di soldati saraceni. Indossavano, sulle lunghe tuniche, casacche di cuoio lamellato, e impugnavano i piccoli scudi rotondi chiamati tariqah. Alcuni avevano sul capo la calotta di maglia detta mighfar, altri dei semplici turbanti. Portavano al fianco sciabole dalla lama curva.
"Sembra che questi due frati siano attesi dal re" spiegò il capopattuglia, sollevando la visiera della celata.
Uno dei saraceni si limitò ad abbozzare un inchino, e ad additare la porta merlata, ricavata nel corpo di un torrione, che sporgeva dalle mura poco più in alto.
Padre Gallus, che sembrava esausto, approfittò di quella sosta per accostarsi a Eymerich. "Ma quelli sono infedeli!" mormorò indignato.
Prima di rispondere, l'inquisitore si assicurò che il vento, ora un poco più calmo, non potesse portare le sue parole ai soldati. "Sì. L'emiro di Granada ha mandato in soccorso di Pietro il Crudele ben settemila cavalieri appiedati, e non so quanti fanti. Ma sembra che non sia servito a molto." Fece una pausa, poi aggiunse: "Penso che Pietro stia scontando anche questa ulteriore dimostrazione di empietà".
La conversazione non poté proseguire, perché i soldati castigliani si erano rimessi in cammino. I due domenicani continuarono ad arrancare lungo la salita, finché il sentiero non si congiunse con i tornanti della strada principale, a poche braccia dal portale del castello.
Ora era possibile scorgere le tracce dell'assedio, fino a quel momento invisibili. Gli orti che, fino a qualche mese prima, dovevano avere alimentato gli abitanti di Montiel erano stati sistematicamente devastati, e adesso ospitavano tende e recinti di cavalli sonnecchianti. Un gigantesco trabucco giaceva sbilenco, con il braccio principale spezzato in più punti. Forse era stato distrutto dagli stessi assediati, quando avevano esaurito i proiettili con cui bersagliavano la valle. In compenso si vedevano spezzoni di recinto, rivellini, barricate e trincee destinati a ostacolare il cammino di eventuali assalitori. Anche a ridosso delle mura si era combattuto. I terrazzini di legno erano bruciacchiati, e così le passerelle sospese sotto la merlatura dei camminamenti.
Eymerich sentì riaffacciarsi la stessa inquietudine avvertita poco prima, quando aveva udito quella voce dall'accento alieno. Il fatto è che il castello aveva un aspetto sinistro, e appariva smisurato. Colpa, forse, delle tenebre che avvolgevano le sue antiche pietre; o magari degli alberi dal tronco contorto, modellato da venti feroci, che chissà come erano riusciti ad attecchire sulle rocce, e si scuotevano quali sagome vagamente umane. Una delle torri, poi, sembrava una grossolana testa umana conficcata nel suolo. Ma non doveva cedere a quelle suggestioni. Era venuto fin lì con uno scopo preciso, e la paura era un sentimento che non poteva permettersi.
Ci fu un veloce scambio di parole d'ordine tra il capopattuglia e gli uomini di guardia agli spalti. Quindi si udì un cigolio acutissimo, e il portale cominciò a ruotare sui cardini.
Quando si fu schiuso tanto da consentire il passaggio, i soldati lasciarono entrare i domenicani, facendo ala al loro ingresso. Eymerich avvertì un gelo umidiccio calargli addosso e avvolgergli le membra come una coperta bagnata. Rabbrividì. L'atrio del torrione era illuminato solo da un paio di torce, che non riuscivano a rischiarare la volta altissima. Alcuni soldati musulmani, addossati alle pareti spoglie, fissarono torvi i nuovi venuti. La loro non sembrava ostilità, ma piuttosto la rancorosa curiosità di chi è preparato al peggio, e interpreta ogni fatto nuovo come un passo in quella direzione.
Padre Gallus si strinse nella tonaca. "L'aria di questo posto trasuda gelo e spavento" mormorò con voce tremula.
"Chi sfida la collera di Dio non può aspettarsi nulla di meglio" rispose Eymerich, torvo. "Re Pietro lo ha fatto, e ora ne paga le conseguenze. Se non avesse..."
Tacque di colpo. In fondo alla sala scura, dove una porta a sesto acuto dava accesso ad ambienti illuminati ancor più malamente dell'atrio, era apparsa una figura piccola e magra, che avanzava con passo incerto. "Padre Nicolas, vi ricordate di me?" chiese fiocamente la sagoma, simulando allegria.
Eymerich attese che il nuovo venuto si trovasse nell'alone di una torcia, poi annuì. "Certo che mi ricordo di voi. Pedro Samuel Ha-Levi, il giudeo divenuto ministro e capo dell'Hacienda, l'amministrazione delle finanze di Pietro di Castiglia" disse senza traccia di cordialità. Pronunciò la parola giudeo con aperto dispregio. "Ci siamo conosciuti molti anni fa, a Granada."
Ha-Levi confermò con un cenno del viso grinzoso, divorato da un'enorme barba bianca. "Eravamo entrambi ospiti dell'emiro Muhammad V. Il solo alleato su cui possa ancora contare il mio re."
Eymerich fece una smorfia. "Alleanze del genere conducono alla perdizione, prima dell'anima e poi del corpo." Indicò il compagno. "Questi è padre Gallus di Neuhaus, un tempo inquisitore generale di Boemia. Si trovava con me a Saragozza quando mi è pervenuto il messaggio di Pietro di Castiglia. Stavamo per partire per Roma, la nuova sede del pontefice Urbano V."
Ha-Levi abbozzò un inchino. "A nome del mio sovrano, vi ringrazio di avere rinunciato ai vostri progetti per accorrere qui." Si risollevò. "Ma immagino che sarete stanchi. Vi ho fatto allestire una stanza, all'interno del mastio centrale. Appena vi sarete sistemati, il mio signore vi aspetta a cena."
"Accetteremo con piacere. Oltre che stanchi, siamo anche affamati."
"Allora seguitemi. Un servo vi condurrà di sopra. Musulmano, ma non ce ne restano altri. Solo i saraceni e gli ebrei si sono dimostrati fidati."
"Accolti da un giudeo, scortati da un musulmano" brontolò piano padre Gallus, tossicchiando un poco. La tosse gli alterava il viso grifagno, dall'espressione bizzosa e vagamente folle. "In questo castello dimora l'empietà più sfacciata!"
Eymerich gli lanciò un'occhiata severa. Approvava, ma trovava sgradevolmente fanatico il tono dell'anziano confratello. Lui odiava il fanatismo di tutti, eccetto il proprio.
Senza rispondere seguì Ha-Levi, che aveva imboccato la porta a sesto acuto. Salirono una scala non troppo alta e percorsero un corridoio disadorno e quasi buio, che nell'ultimo tratto si trasformava in un camminamento stretto e lungo, con molte feritoie sulla destra. Videro così un villaggio irto di tetti aguzzi e di campanili, addormentato sotto il cielo nuvoloso e flagellato dal vento, che faceva ruotare le pale di un piccolo mulino. Evidentemente la cinta del castello racchiudeva un abitato, un'aldea, minuscola ma tanto estesa da coprire la cima della collina, verso oriente. Il profilo spigoloso di una catapulta, col bilanciere già carico di pietre, ricordava l'assedio che si protraeva da mesi, senza mai sfociare nell'urto finale.
Eymerich capì che si trovavano su un corridoio sopraelevato, retto da arcate, non dissimile nella forma da un acquedotto romano a un solo piano. Una larga torre rotonda, quasi un mastio più alto del consueto, chiudeva quel passaggio. Lo stupì notare che camminamenti simili tagliavano i cortili, convergendo verso gli edifici centrali. Era un'architettura molto insolita, forse resa necessaria dalle dimensioni spropositate del castello. Preferì però non fare domande. Del resto, la luce incerta della luna impediva una visione chiara di quelle strutture bizzarre.
La loro destinazione era il mastio. Percorso il corridoio, Ha-Levi fece strada attraverso una porta senza battente, fino ai piedi di una scala a chiocciola male illuminata da torce fumose. Un servo dal colorito scuro, con un turbante sui capelli ricci, si fece avanti servizievole.
"Hamid, conduci questi reverendi padri nella stanza che sai" ordinò il giudeo. Poi, rivolto ai due domenicani: "Non appena sarete sistemati, abbiate la compiacenza di scendere al piano terra. Il mio signore, anche se l'ora è tarda, avrebbe sicuramente piacere di cenare in vostra compagnia".
Eymerich fece un cenno col capo. "Sarà un onore."
"Ah, un'ultima cosa. Se udite…" La voce di Ha-Levi, fino a quel momento tenue ma sicura, si incrinò un poco. Fu costretto a deglutire. "… se udite dei rumori insoliti, non fateci caso. Sospetto che la roccia su cui sorge il castello si stia assestando. Tonfi e scricchiolii sono normali."
Eymerich puntò sul ministro uno sguardo acuto, ma si limitò ad alzare le spalle. "In tutti i vecchi edifici si odono dei suoni di origine ignota."
"Già, ma questi…" iniziò Ha-Levi. Poi si morse il labbro inferiore. "Basta, è tempo che raggiungiate il vostro alloggio. Hamid resterà a disposizione. Vi scorterà fino al luogo della cena, quando sarete pronti."
"Non ci metteremo molto." Eymerich salutò il ministro con un inchino, lanciò uno sguardo significativo a padre Gallus, come per accertarsi che gli venisse dietro, e seguì il servo lungo una scala a chiocciola.
Al piano superiore, immerso nell'oscurità, il musulmano accese una candela al fuoco di una torcia affissa al muro. Poi scortò i visitatori lungo un buio corridoio di forma circolare, fino a un uscio che pendeva sbilenco da cardini arrugginiti. Si fece di lato e alzò la candela. "Questa è la stanza che è stata riservata a lorsignori" disse in perfetto castigliano.
"Bene." Eymerich gli tolse la candela di mano e spinse il battente. La fiammella rischiarò un poco un ambiente umido, dalla volta bassa. Al centro erano allineati cinque pagliericci, coperti da grossolani lenzuoli di tela. Un secchio per le abluzioni e un paio di cassepanche costituivano l'unica mobilia. Si avvertiva il sentore di bagnato che pareva aleggiare ovunque.
"Ci hanno assegnato un alloggiamento del corpo di guardia!" esclamò padre Gallus, indignato.
"Va bene così" replicò Eymerich, brusco. Si rivolse al servo. "Dove sono i gabinetti?"
"In fondo a questo corridoio, anche se di solito ospiti e soldati fanno i loro bisogni fuori dell'uscio. Se volete vi posso accompagnare."
"Non ora. Vattene, e aspettaci in fondo alle scale."
Attese che il saraceno avesse richiuso la porta, poi poggiò la candela su una delle cassepanche e si sfilò la bisaccia che portava a tracolla. La gettò sul pagliericcio più prossimo all'unica finestrella, chiusa da un'imposta di legno scossa dalle raffiche di vento. "Non potevamo sperare che un castello sotto assedio avesse una stanza per gli ospiti" commentò in catalano. "È già molto che ci siano i gabinetti, e che abbiano trovato dove sistemarci."
Padre Gallus si liberò a sua volta della bisaccia e stirò le membra. Si lasciò cadere sull'orlo di uno dei letti, facendolo scricchiolare. "Sono esausto. Che ore saranno?"
"Compieta dev'essere trascorsa da parecchio. Credo che manchi poco al mattutino." Eymerich lanciò al compagno un'occhiata preoccupata. Negli ultimi anni gli era capitato molto di rado di dovere dormire con altri. Era un'esperienza che detestava. Non riusciva a liberarsi dell'idea che il corpo di un estraneo trasudasse chissà quali umori, in grado di invadere l'ambiente e di contaminarlo. Ricordava ancora con orrore l'intimità forzata patita tanti anni prima, durante il noviziato, a Gerona e allo studium domenicano di Tolosa. Per fortuna, il vento che flagellava Montiel e il gelo insolito per quella stagione gli sembravano purificare un poco l'atmosfera dell'alloggio.
Padre Gallus sbadigliò. "Dormirei volentieri."
"Anch'io, ma non possiamo." Eymerich sedette sul pagliericcio accanto a quello del compagno. Squadrò quest'ultimo. C'era stato un tempo in cui aveva nutrito per l'inquisitore boemo, noto per il suo fanatico rigore, una stima quasi illimitata. Ora, però, lo trovava vecchio e fragile. Ed Eymerich detestava ogni forma di fragilità, quasi fosse sintomo di una malattia dello spirito. Per di più, odiava nel vecchio gli occhi dalle palpebre arrossate, torbidi ma vivaci. A suo avviso, era dovere di ogni religioso celare i propri sentimenti, e atteggiare il viso a una maschera fredda e rigida quanto la sua. Uno sguardo impassibile era il requisito minimo.
Posò le mani sulle ginocchia. "Tra breve dovremo dare prova di tutte le qualità che si richiedono a un inquisitore. Astuzia, intelligenza, capacità di dissimulare. Perché il nostro interlocutore non è un uomo qualsiasi."
Gli occhi infossati di padre Gallus ebbero un lampo, che Eymerich non apprezzò. "Sapete bene per quanti anni ho servito l'Inquisizione. Sono stato l'inquisitore generale di Praga. Non è facile ingannarmi, né spaventarmi."
"Lo so, e forse le mie parole sono superflue. Ma voi, a differenza di me, non avete mai conosciuto da vicino Pietro il Crudele. A proposito, sapete perché viene chiamato "il Crudele"?"
"Sì. Per i suoi delitti. Tra cui l'uccisione dei fratelli, Fadrique e Juan."
Eymerich alzò le spalle. "Quanto a delitti, ne ha commessi non più di qualsiasi altro sovrano, incluso il suo rivale, Enrico di Trastamara. Non è quello il punto. No, la colpa principale di Pietro di Castiglia è quella di avere cercato di ridurre il potere della nobiltà. Si contano a decine le casate illustri che ha estinto nel sangue. Su trentasei ceppi nobiliari che esistevano quando ha cinto la corona, ne restano poco più di una dozzina. Le famiglie degli Hara, dei Lara, dei Meneses sono state sterminate dal primo all'ultimo componente. E le casate superstiti le ha fatte torchiare dagli amministratori ebrei messi a capo delle città castigliane, sotto la guida del ministro dell'Hacienda, il nostro Ha-Levi."
Padre Gallus fece una smorfia. "Se non avesse commesso altri crimini, questo solo sarebbe sufficiente. La compiacenza verso i giudei assassini di Cristo."
"E anche verso i maomettani. Da quando ha fatto strangolare il suo ex alleato Abu Said, Pietro il Crudele è in rapporti quasi fraterni con Muhammad V, e nessuno parla più della riconquista di Granada. Pietro ama i costumi dissoluti dei saraceni, e Muhammad li coltivava mandandogli un buon numero di schiave adolescenti." Eymerich fece un gesto vago. "Ma questo, per ora, non ci deve interessare. Tenete sempre presente il mandato che ci ha affidato papa Urbano, quando gli ho comunicato che Pietro mi voleva presso di lui."
Padre Gallus annuì. "Accettare l'invito, studiare la situazione e individuare la soluzione del conflitto più conveniente per gli interessi della Chiesa."
"Precisamente. Proprio per questo..." Eymerich dovette interrompersi. D'improvviso le pareti della stanza avevano vibrato per un suono cavernoso, proveniente dai recessi del castello. Lo si sarebbe detto il verso di un animale gigantesco, se una nota strana, quasi dolorante, non ne avesse distorto gli echi. Fu questione di pochi istanti, seguiti da un silenzio profondo. Ma bastò a mettere i brividi ai due domenicani.
Eymerich risentì di colpo del freddo che regnava nell'ambiente. Padre Gallus rabbrividì vistosamente, e si strinse nella tonaca. "Cos'è stato?" articolò dopo un poco.
La domanda non poteva avere risposta. Eymerich si alzò di scatto e, reprimendo il panico che lo aveva invaso, andò alla finestrella, incassata in una nicchia. Ne aprì l'imposta. La folata di vento gelido che lo investì gli restituì un inquieto autocontrollo. Contemplò la tenebra compatta dell'esterno, poi si girò lentamente. "Ci avevano avvertiti" mormorò con falsa sicurezza. "La roccia subisce degli assestamenti."
"Ma quello era un grido! Il grido di una creatura!" La fronte pallida di padre Gallus si corrugò. "Voi lo sapete quanto me, perché lo avete udito. Chi cercate di ingannare, me o voi stesso?"
Eymerich, seccato, fece un gesto di diniego. "Non cerco di ingannare nessuno. Solo, finché è possibile, mi attengo alla soluzione più razionale." La logica di quelle parole lo riconfortò, facendo svanire gli strascichi del timore di poco prima. "Ha-Levi ci aveva preannunciato rumori strani. Bene, ne abbiamo udito uno."
Padre Gallus non sembrò molto convinto, però ora era meno agitato. "Vi dico che quello era un grido. Nessuna roccia farebbe…"
Il suono si ripeté. Questa volta Eymerich era preparato, e ne seguì con attenzione la modulazione, cercando di coglierne le sfumature. Quando l'eco si spense crollò le spalle. "Viene dai sotterranei. Ciò significa che, per giungere a noi, quella specie di urlo deve superare chissà quanti anfratti e corridoi, distorcendosi ogni volta. Sì, sembra un grido, ma può essere qualsiasi cosa."
Padre Gallus toccò in fretta, con la punta delle dita, fronte, petto e spalle. "Per me è la voce di Satana" sussurrò tetro. "Questo castello andrebbe bruciato dalle fondamenta."
"Satana non ha bisogno di urlare per affermare la sua presenza." Il viso severo di Eymerich fu attraversato da una fugace contrazione ironica. Marciò in direzione dell'uscio. "Venite. È tempo che scendiamo. A tavola scopriremo la verità, se c'è una verità da scoprire."