Clarence - Cultura e Spettacolo
Clarence
WILLIAM VOLLMANN
Homepage Free Internet Chat Forum Oroscopo Cartoline Clarendario Net to Be superEva superEva
SMS gratis Cerca Messenger Mail Games Links Meteo Free Blog B.I.G.
Sei qui:   Homepage > Cultura e Spettacolo > Società delle Menti > Speciali > L'arcobaleno Vollmann > Intervista
  INTERVISTA A VOLLMANN
William VollmannAlcune delle tue storie riguardano la morte di tua sorella. Invochi la memoria di un'infanzia stravolta, ma della tua infanzia non scrivi mai. Che infanzia ha avuto William Vollmann?

Sono nato a Los Angeles. Mio padre era uno studente appena laureato. Vivevamo in un ghetto, in una baracca metallica costruita per veterani di guerra. Faceva un caldo soffocante, d'estate. I miei coetanei erano gente violenta. Ne ho prese parecchie da loro. Mi sono fatto alcuni amici. A volte ero completamente terrorizzato e me ne stavo chiuso in casa. Siamo rimasti lì fino a che non ho compiuto i sei anni. Allora ci siamo trasferiti nel New Hampshire, dove mio padre aveva ottenuto un posto come insegnante. Adesso quella zona di baracche per veterani non esiste più: ci hanno costruito un'autostrada.

Quando hai iniziato a capire che avresti scritto?

Molto presto. A sei anni già sapevo scrivere e sapevo anche di cosa mi piaceva scrivere.

Vollmann sul GuardianTi sei diplomato. E poi?

Ho iniziato a lavorare. Segretario in una piccola compagnia di assicurazioni, a san Francisco. Otto mesi, è durata. Tutto quello che dovevo fare era accogliere i clienti, farli accomodare, piazzare i loro soprabiti sull'attaccapanni, chiedere loro quanto zucchero desideravano nel caffè. Paga: ottocento dollari al mese. Ho messo via un po' di soldi e sono partito per l'Afghanistan. Ho seguito per un po' la resistenza, poi sono tornato. Per sopravvivere ho fatto il venditore porta a porta. Andava benissimo, all'inizio: era estate. Poi, d'inverno, ha cominciato a piovere, e, siccome tutti mi respingevano, ero sempre fradicio. Davvero, ti lasciavano tutti fuori dalla porta. A parte i papponi, i drogati, o consimili.

Quindi il libro sull'Afghanistan è il primo che hai scritto, ma non il primo che hai pubblicato.

Infatti. Il primo a uscire è stato You Bright and Risen Angels. L'ho scritto in maniera che chiunque definirebbe folle, e non a torto. Ero diventato programmatore per una software house. Mi è anche venuta la sindrome del tunnel carpale e a tutt'oggi non posso più scrivere al computer. Non so perché mi avessero scelto come programmatore: di computer non ne sapevo nulla. Comunque, all'orario di chiusura, quando tutti se ne andavano, io mi barricavo e mi piazzavo davanti al file del libro. Mangiavo dolciumi distribuiti dalla macchinetta dell'ufficio. Erano il mio pranzo, la mia cena, la mia colazione. Scrivevo e scrivevo, e poi crollavo.

Con Rainbow Stories sei passato, dalla scrittura psichedelica, a una fiction che sfiora il reportage. Tra l'altro, per documentarti, sei andadto da solo al Polo...

Un'esperienza traumatica e straordinaria... Devi portarti dietro parecchi abiti, moltissimo cibo, combustibile per riscaldarti. Scrivere è quasi impossibile. Il gelo è insopportabile e soporifero. Comunque il viaggio al Polo mi ha dato un metodo. Parte di quello che guadagno viene impiegato in viaggi di documentazione, per i prossimi libri.

Documentazione dal vivo, come nel caso delle prostitute malate di AIDS in Butterfly Story?

Esatto. Sono andato sul campo. Ho frequentato prostitute per una cifra. La storia era semplice. Un giornalista americano va in Cambogia, si innamora di una prostituta, torna negli USA, scopre di avere contratto l'AIDS dalla tipa. Allora torna in Cambogia, non riesce a trovarla, suppone sia morta, viene catturato dagli Khmer rossi, dai quali si fa uccidere per ricongiungersi nell'aldilà con la donna che ama. Io sono sieronegativo, però, e non sono stato catturato dagli Khmer rossi.

Sei alle prese con la saga di Seven Dreams.

Il progetto a cui tengo di più. Ho già fatto viaggi in Alaska e Groenlandia per documentarmi. Questa specie di epica, che investiga la macrostoria di un popolo intero, mi ossessiona quasi come la figura della prostituta, un nodo tematico affascinante, il nucleo irriducibile in cui collassano il sesso, l'amore, i soldi, la malattia; da Whores for Gloria in poi, non mi sono più liberato da quest'ossessione.

  di Giuseppe Genna
gli stessi argomenti su:  Corriere della SeraItalia OnlineJumpyLycos.itSuperEvaVirgilioYahoo! Italia
   data: 16 mag 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

  COSTRUISCI CLARENCE...
Se vuoi segnalarci un sito, gestire una rubrica o inviarci un suggerimento clicca qui.


SPONSORED BY:
     
A WWWORLD APART
DadaWebmaster: sindaco@clarence.com - Clarence ® è un marchio registrato di Clarence s.r.l. - Ideato da Gianluca Neri e Roberto Grassilli, realizzato dalla Redazione - Pubblicità - Uff. Stampa - Lavora con noi.
© 1996-2002 Clarence s.r.l.