Tiziano Scarpa: sei uno scrittore che è capace di entrare nel genere del romanzo, del racconto, del saggio e del reportage. Come mai, insieme a Nove e Montanari, ti sei messo a scrivere un libro di poesia? Non lo sai che i poeti professionisti si arrabbieranno un sacco?
Se devo essere sincero, ho scritto per ispirazione e necessità. Se tu un anno fa mi avessi lanciato una profezia - come dandomi i numeri del lotto in anticipo - e mi avessi preannunciato che entro un anno avrei scritto un libro di poesia pubblicandolo nella Bianca di Einaudi, ti avrei risposto che era il caso che pensassi a barzellette migliori. Invece nel giro di un'estate abbiamo scritto il libro. E' stato un fiotto improvviso e imprevisto di ispirazione, di gioia dello scrivere. Pochissimo materiale è stato recuperato da pubblicazioni precedenti (qualche poesia di Aldo Nove uscita su Poesia): al 90% si tratta di materiale nuovo. E' un'operazione onesta.
D'accordo. Però la comunità dei poeti ci rimarrà malissimo. Arrivano questi tre narratori ed escono nella più prestigiosa collana di poesia.
La scrittura di Nelle galassie oggi come oggi è stato un evento sorgivo, che non ci aspettavamo. In più ci è stato proposto di uscire nella Bianca: il che, lo assicuro, è paralizzante di per sé, dato il prestigio di chi ha fatto la storia di questa collana. Comunque non è importante come reagirà la comunità dei poeti. Per noi si è trattato di attraversare ed essere attraversati da un vero flusso versificatorio, da un'autentica gioia compositiva. Va detto che siamo dei privilegiati, in quanto narratori. Oggi il narratore è scrittore tout court. The winner takes it all: siccome in termini di mercato vende solo la narrativa, fare il narratore è essere scrittore. Fare il poeta o l'autore di racconti è invece partecipare di comunità messe da parte dal mondo dell'editoria. A noi tre, in quanto narratori, hanno dato udienza, cosa che con un poeta non sarebbe successa in termini così rapidi. Poi c'è stata l'ulteriore proposta, avanzata dall'editor della Bianca, Mauro Bersani. Non si tratta di un'operazione commerciale (altrimenti saremmo usciti da Stile Libero): il libro ha la stessa tiratura degli altri titoli di poesia Einaudi.
Voglio strapparti un giudizio sui poeti italiani contemporanei. Me lo concedi?
Beh, posso dirti che i poeti si incazzano perché aspettano: attendono anni per la pubblicazione di un loro libro. Io sono alquanto disgustato dal mondo della cooptazione. In narrativa, ormai, c'è una fascia di trenta-quarantenni che si muove indipendentemente da padrini più o meno nobili. In poesia esiste questo tappo costituito da cinquanta-sessantenni che invitano alle letture dei loro protetti: ragazzini cresciuti che hanno quarant'anni. I poeti non si sono mossi, non hanno inventato nulla di fronte a questa situazione, come noi per esempio ci siamo inventati il cavallo di Troia della musica e delle covers. E c'è un altro fatto. Quando ascolto i poeti leggere, recitano con mortificazione. E' come se salvassero il testo senza formattazione di caratteri, font, spazi. Se tu leggendo poesia togli sangue, linfa, bile, resta solo la mummia della poesia. E' inevitabile l'isolamento.
I poeti si lamentano: il mondo della comunicazione uccide la poesia e invece bisognerebbe comunicare. E bisogna dire che la poesia migliore, oggi, sembra tentare un dialogo alto con la propria tradizione.
La comunicazione è uno dei tumori dell'arte contemporanea. Però nelle Galassie il 60/70% è metrica. Ci sono rime, sonetti, ottonari con rime ostinate. Anche i versi liberi di Montanari sono endecasillabi spezzati. Quando scrivi poesia, il rapporto con la tradizione è immediato. Con cosa dovrebbe avere rapporto la poesia? E' la narrativa ad avere la vocazione del rapporto col presente.
Parli di forme tradizionali. I poeti cercano un'oltranza di queste forme. Per questo diranno che la vostra è una poesia ingenua e, al limite, che non è poesia.
E' una critica facile. Posso rispondere che esistono gli ipersonetti di Zanzotto e le quartine della Valduga. Che cos'è dopotutto la tradizione? La tradizione è manipolabile, scomponibile: in fin dei conti è personale. Io ho iniziato scrivendo poesie e racconti, mai pubblicati. Ho letto e leggo moltissima poesia; certo, non sono un esperto di poesia, quand'anche si possa ammettere l'esistenza di una simile figura. Posso solo dire che, quanto a questo libro, ho avvertito la necessità di scrivere in versi. Alcune di queste poesie le so a memoria: e non perché le ha scritte il povero Tiziano Scarpa. E' che ritmo e rima hanno una ricaduta mnemotecnica. Sento la lingua: ci sono risultati linguistici in cui non esisti tu che li hai raggiunti: è solo bello ripeterseli, fa bene ricordarli, come un mantra. E' la lingua italiana che mi stupisce da quanto sia bella in certe sue movenze.
Perché fare delle cover di canzoni pop?
Ti dirò: il tutto è nato occasionalmente per risolvere un paio di serate in cui dovevamo fare performance e abbiamo adottato questa soluzione. Poi ci siamo accorti che questa operazione muoveva una felicità compositiva assoluta. Portiamo in giro queste performance da prima dell'uscita del libro e continueremo a farlo. Personalmente sono contrario all'inchiostramento a cui si è ridotta la poesia italiana. Se gli altri si mettono il cilicio, facciano pure: io mi metto a fare capriole.
Avete dedicato ai Kraftwerk ben due cover. Perché?
Da un lato i Kraftwerk costituiscono per noi uno struggimento memoriale, dall'altro credo che siano la via europea alla musica popolare: sono riusciti ad arrivare alla ricettività non colta, a fare penetrare Cage e Stokhausen laddove le persone non avevano acquisito gli elementi per cogliere quella musica. E poi i Kraftwerk sono il congedo dalla chitarra elettrica, la creazione di un suono sintetico che non c'è in natura, un'operazione transumana, l'invenzione di una musica mentale e spirituale. Senza dire che si oppongono e si sono opposti al colonialismo angloamericano. I critici angloamericani sfottevano i Kraftwerk: dicevano che facevano del kraut-rock. Ma dov'è l'OktoberFest nella musica dei Kraftwerk? Era solo snobismo dei critici...
E voi tre? Fate i Kraftwerk della poesia?
Va detto che esiste una misinterpretazione della poesia come enigma. Ma dov'è l'enigma della poesia? C'è una tradizione poetica non enigmatica. La nostra poesia non è enigmatica: penso che, in sé, l'enigmaticità non sia un valore. In questo senso, la nostra operazione è simile a quella musicale dei Kraftwerk. Abbiamo studiato di tutto, veniamo da incursioni in testi teorici e non complicati o addirittura inutili e, invece di compiere la torsione su quella materia, abbiamo evitato l'enigmaticità. Sì: è una poesia pop.