Da quanto lavoravi a L'abusivo? Il caso Siani risale all'85 e nel libro appaiono interviste dei primi anni Novanta...
In pratica ho iniziato a lavorare a questo libro proprio dall'85, quando Giancarlo è morto. Ai tempi io lavoravo come redattore al Reader's Digest: facevo lavoro di cucina, taglia e incolla di pezzi, correggevo (ho scritto di questa avvilente esperienza nell'ultimo racconto del mio primo libro, Camerati). Quella al Reader's era per me un'occupazione altamente ingloriosa, anche se pensavo che comunque aveva in qualche modo a che fare con la scrittura. Quando ho saputo della morte di Siani, quando sono emerse le prime ipotesi - e cioè che era morto per quello che aveva scritto -, sono restato colpito, stordito dalla pavidità delle mie scelte - dico rispetto a quelle di Giancarlo. Questo stordimento innescò il lavoro sulla vicenda Siani. Incominciai a raccogliere i materiali e, dall'85, anche in ragione dell'incredibile intreccio di indagini e processi, non ho praticamente mai smesso.
E perché terminare il libro proprio ora?
Il caso è apparso per anni inestricabile. Adesso la storia giudiziaria è chiusa. La versione ufficiale è che Siani fu ucciso per un articolo che scrisse sul Mattino, su Giotta, arrestato grazie a una soffiata dei Nuvoletta, apparentemente alleati. Giancarlo, quindi è stato ucciso per quello che si temeva e che nelle precedenti testimonianze era stato parzialmente anticipato. La scrittura di un articolo ne ha causato la morte. Come si è chiusa la vicenda giudiziaria, così anche questo libro si è chiuso.
Parli di rapporto tra la scrittura e un evento criminoso. E' questa una delle angolature fondamentale da cui leggere L'abusivo.
Infatti. Mi interessava anche una sorta di ermeneutica praticata dal criminale: come il giornalista deve scrivere di certi eventi pericolosi, come il criminale legge e recepisce quelle notizie che parlano di lui. Nel libro, all'interno delle interviste, vengono espressi pareri differenti: il giornalista deve tenere tutto per sé, per non rischiare; oppure deve scrivere, perché se si viene a sapere che il giornalista sa più di quanto ha scritto, il pericolo è reale. Ma questo rientra in un àmbito più ampio, su cui si costruisce quello che ho scritto finora: è centrale, per me, il tema della scrittura che porta alla morte o che fa del male.
E' un filo rosso che corre, a diversi gradi di intensità, da Camerati a Quando vi ucciderete, maestro? ad Acqua, sudore, ghiaccio, fino a quest'ultimo romanzo. Il rapporto tra letteratura e realtà riflette una bipolarità su cui tu lavori in continuazione: da un lato c'è il mondo, la vita, grottesca e tragica, ma comunque oggettiva; dall'altro, c'è una potente vena di autobiografismo.
In realtà io non cerco conciliazioni tra ciò che appare oggettivo e quello che è capitato a me, a come io integralmente ho vissuto o vivo il mondo. C'è questa consapevolezza: so che vita e autobiografia costituiscono i poli della mia narrativa, ma è anche vero che, pur consapevole, poi non posso intervenire sul mio lavoro a partire da questa consapevolezza. Il lavoro che risulta è in effetti il destino che tu crei della scrittura. Anche avendo un sostrato teorico forte, l'autore non è totalmente consapevole di ciò che fa.
Infatti, nonostante tu sia distante dalla poetica del Postmoderno, hai scritto un libro che è postmoderno: materiali vari entrano tra loro in collisione, stili diversi si sovrappongono...
C'è un'immagine, alla fine del libro, in cui io parlo della tecnica con cui si costruiscono i muri a secco: sono materiali accostati senza alcun collante, che si reggono con un saldo equilibrio soltanto se la tecnica è posseduta a fondo. E' un'immagine che parla della costruzione di questo stesso libro. Questo tipo di accostamento di memorie, interviste, atti giudiziari, in effetti, suscita perplessità in un lettore non preparato. Un giornalista potrebbe dirmi che io ho utilizzato brutalmente i pezzi di carattere giornalistico, come le interviste. Il fatto è che il mio non è stato un lavoro giornalistico. Può sembrare che io lasci il lettore in uno stato di solitudine, non offrendogli un disegno: ma è la vita stessa, è la stessa vicenda Siani che non ha un disegno. Di fronte a questa casualità della vita, la letteratura risponde mimeticamente: oppone disordine a disordine. Io non posseggo alcuna teoria. Non sono uno scrittore ideologico.
In questo senso, il libro non è un'indagine. Non è la scrittura e la dimostrazione di un teorema.
Infatti. Questo è in realtà il libro di un escluso: io sono lontano da Napoli e da quell'omicidio, me ne sono andato molto tempo fa, e me ne sono andato defininitivamente. No, non si tratta di un'inchiesta. Il fuoco è spostato altrove, proprio sugli inestricabili nodi con cui la scrittura si lega alla vita.
Progetti futuri?
Una serie di storie, due o tre, che abbiano nuovamente come filo conduttore la meditazione sulla scrittura. Poi, così come ho abbandonato lo sport come tematica letteraria, abbandonerò per qualcos'altro anche questo filo conduttore.
MORESCO
Esplode il caso "Canti del caos": il capolavoro di Antonio Moresco, snobbato dalla stampa, viene esaltato su Clarence da uno speciale a firma multipla.
FRANCHINI
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MOZZI
In "Fiction" vengono narrate storie vere che sembrano false e storie false che sono vere. Un appello lucido e appassionato alla letteratura assoluta.