Gli abusivi per antonomasia a Napoli erano, e credo siano ancora, legati tutti al mondo dei trasporti: tassisti e parcheggiatori senza licenza, e autisti di pullman scassati che nei giorni di sciopero circolavano sulle stesse tratte delle linee regolari. Abusivi erano i bigliettai col compito di spalancare a ogni fermata portiere malferme e, sporgendosi in un clangore di ferraglia, urlare: "Casoria-Afragola (o qualunque altra fosse la destinazione) 'o stesso biglietto!" Il vocabolo aveva, e credo abbia ancora, un valore assolutamente neutro, senza sfumature di disprezzo. Questo succedeva perché a Napoli allora - circa vent'anni fa - alcune attività dei cittadini, pur essendo irregolari, costituivano nell'illegalità generale un'infrazione assai lieve. Eppure, quella parola produceva un fenomeno curioso: se in un certo senso definiva un peccato veniale e in sostanza neppure un reato, dall'altro - benché fosse chiaro che la sottolineatura era dovuta a scarto ironico e a spirito di provocazione - il suo significato oggettivamente negativo, sbandierato con tracotanza, era come se ribadisse, di fronte al mondo della norma e della legalità, una certa fierezza nel trasgredire. L'ironia stava a sottolineare che anche il più normale, il meno appetibile dei mestieri a Napoli non si poteva fare senza raccomandazioni, patteggiamenti, accordi ulteriori e particolarità sue proprie. Oppure da abusivi. Allora era così, non so adesso. Quest'ultima precisazione ovviamente è sarcastica, ma non fino in fondo, perché chi da un luogo se ne è andato non ha diritto di parlare se non del luogo che lasciò. Laddove invece la tentazione di chi se ne è andato, per la natura invasiva della nostalgia, dei rimpianti, di sentimenti di amarezza e complessi di superiorità generati dal distacco e dal cambiamento, è esattamente contraria. E spinge verso spiegazioni e teorie fondate su vecchie impressioni che nel tempo, nella distanza, nella solitudine, nella mancanza di confronto con una realtà oggettiva, nell'arrugginirsi del giudizio e nel radicarsi del pregiudizio, si dilatano nell'animo dell'emigrato per fare di lui la figura patetica che conosciamo.
La cosa migliore che scrissi allora fu l'intervista a Walter Chiari. Non mi ricordo se il periodico per cui facevo la cronaca teatrale fosse così miserabile da non essere in grado neppure di procurarmi un biglietto omaggio per la commedia "Hai mai provato nell'acqua calda"? o se fossi io tanto timido da non osare chiederlo. Mi fecero passare dai camerini salendo e scendendo per scale strette, poi, siccome Walter Chiari doveva fare lo spettacolo prima che si potesse intervistarlo, per non tornare indietro a mani vuote decisi di aspettare, chiesi un permesso che mi venne accordato, e mi sistemai dietro le quinte. Lo spettacolo durò più di tre ore, perché Walter Chiari spesso improvvisava e aveva la tendenza a tirarla in lungo. Da dietro al sipario io lo sentivo monologare e mi arrivava il brusio del pubblico, che sentivo ridere, battere le mani, e dopo un poco mi sembrò di percepire anche lo spessore dei suoi silenzi. Le quinte sono un cantiere, il fondaco di un falegname, dove tralicci, scheletri di impalcature si arrampicano fino ai soffitti più alti che si possano immaginare, volte da cui pendono fili per calare sipari, angeli e dei ex machina. Tutto ciò che, visto dalla platea, è mirabile apparizione, considerato da qui dichiara la sua natura illusoria. Sulla scena era montata una grande vasca trasparente, piena d'acqua, nella quale si tuffavano giovani ballerine in costume da bagno. Di quella piscina il pubblico probabilmente percepiva uno scintillio, e il colore compatto dell'acqua tinta dai fari, e la scia luminosa che lo rompeva quando le ragazze si immergevano. Da dietro io invece notavo le zeppe, l'armatura che assicurava la vasca al tavolato, e la linea della superficie che sciabordava contro le pareti nell'oscillazione del liquidi quando freme, trabocca. Le ragazze poi le vedevo accennarero le prove per spiccare il volo della loro giovinezza. Pensavo di annoiarmi e invece scoprii che quel ruolo di spettatore rovesciato mi piaceva. Stavo assistendo a un altro spettacolo, l'ombra spontanea di quello provato e riprovato del quale sentivo l'eco ufficiale e applaudita. Forse allora scoprii che, rispetto alla scena del mondo, stavo meglio dietro che davanti. Poi incontrai Walter Chiari in camerino. Si stava rivestendo in fretta e un cameriere lo aiutava a infilarsi la giacca mentre lui con le dita ancora si attardava tra i bottoni della camicia. Il funzionario del teatro che mi aveva introdotto gli mormorò: "E' per un settimanale cittadino di spettacolo". Mi trattò come un giovane smanioso di non essere più considerato tale sogna di essere trattato da un adulto. Come se l'avessi sorpreso in un raro momento di triste sincerità. Non posso ricordare a che domanda rispondesse o quale monologo assecondasse, quando osservò: "A un certo punto della vita ci si abitua. Ci si abitua a perdere gli amici, gli addii delle donne..." Aveva l'espressione stanca, comunicativa e delusa, di uno che incontri al bar e ti racconta tutta la sua vita. Quella sera mi convinsi che aver vissuto significa più sgranare sconfitte col ricordo che inanellare vittorie con le gesta. Occorreva dunque che cominciassi a vivere sul serio, impegnandomi a cercare amici e donne da amare e da tradire e da cui essere tradito. Negli anni seguenti, ogni volta che ripensavo all'incontro con Walter Chiari, mi convincevo che nella sua maniera scettica e dolente c'era molto di posa e che un vecchio attore - e ne avevo conosciuti, nel frattempo, di attori e di vecchi attori dalla voce compiaciuta, pastosa, i quali non riuscivano a smettere di recitare - non poteva lasciarsi sfuggire l'opportunità di sedurre un giovane predisposto da una lunga attesa e da qualche latente esasperazione. Ma poi, quando morì e si seppe il modo della sua morte, da solo davanti al televisore acceso, mi ritornò in mente quella sera e pensai che forse mi aveva detto la verità, se una morte coerente basta a sottoscrivere qualche verità. Per ultima cosa mi domandò come avessi trovato lo spettacolo e quando gli rivelai che, più che visto, l'avevo sentito, o che comunque l'avevo sbirciato da una posizione assai strana, da dietro le quinte, ebbe un'espressione di viva meraviglia, uno stupore di cui mi compiacqui. Mi fece dare un biglietto per la sera successiva e mi congedò dicendo be', domani sera, però, lo spettacolo guardalo dalla poltrona... Accolsi il biglietto con gratitudine, ma la sera seguente non andai.
Tornai a casa alle due di notte. Trovai gli avanzi della cena che si raffreddavano nei piatti schierati sulla tavola tutti insieme, dai contorni alla frutta già fatta a spicchi, ossidata, e mia madre in vestaglia. "Hai conosciuto Walter Chiari?" "Sì." "E hai visto pure lo spettacolo?" "Sì, mi hanno fatto trovare il biglietto omaggio." "E comm'è?" "Simpatico" rispondevo masticando. Lei fece una pausa, poi disse: "Ma ti pagano?" "Come?" "Ti fanno fare le due di notte, ti fanno mangiare a quest'ora, qualche cosa di soldi te la danno o no?" "Qualche cosa, prima o poi, me la daranno..." "Giornalista, giornalista, p' 'a famm' perde 'a vista..." mugugnò avviandosi in camera da letto e chiudendosi le porte alle spalle. "Giornalista, giornalista, per la fame..." non credo fosse un modo di dire concepito apposta per i giornalisti, pensato com'era da un mondo e una cultura per cui i giornalisti non dovevano costituire presenze familiari. Sembrava piuttosto adattarsi a qualsiasi professione, con caratteristiche vagamente ideali o non proprio venali, avesse una terminazione in ista. Non farmacista o dentista, allora, ma, che so, artista, musicista... Che il giornalismo possa rientrare nel novero delle professioni umanitarie è un abbaglio imputabile forse all'ingenuità di quei popolani nient'affatto ingenui che solo per scarso interesse archiviano in un libro rispettoso le persone e le professioni con cui non hanno commercio. In napoletano, poi, 'o giornalista è anche, o è solo, colui che i giornali li vende, l'edicolante. Il giorno dopo sentii mia madre vantarsi con la signora del terzo piano che io conoscevo a Walter Chiari.
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Esplode il caso "Canti del caos": il capolavoro di Antonio Moresco, snobbato dalla stampa, viene esaltato su Clarence da uno speciale a firma multipla.
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Con "L'abusivo", Antonio Franchini compone un libro che ha un impatto civile e poetico impressionante: dalla storia del caso Siani alla Letteratura.
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In "Fiction" vengono narrate storie vere che sembrano false e storie false che sono vere. Un appello lucido e appassionato alla letteratura assoluta.