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  L'ABUSIVO di ANTONIO FRANCHINI
L'abusivo - di Antonio FranchiniLa tradizione narrativa italiana non è evidentemente esausta. Ci siamo sbagliati: da due anni spariamo contro la fragilità di polso degli italiani, irretiti dalla supposta dittatura dello stile, e irrimediabilmente confinati in un limbo il cui connotato più evidente è la mancanza di coraggio, l'incapacità quasi genetica (o molto bene acquisita) di esporsi e di sbagliare, secondo la celebre profezia d'esordio dello Zibaldone di Leopardi. Un'ulteriore notazione: la pavidità, la masturbatoria esibizione di malinconia, la pervicace permanenza in una vaga atmosfera di fallimento in cui sembravano marmorizzati i cosiddetti quarantenni - beh, tutto ciò evidentemente è giustificato in parte dall'emergere di capolavori generazionali come questo Abusivo di Antonio Franchini.
Franchini le ha tutte: è napoletano e per di più borghese, il che dovrebbe togliergli una certa violenta rusticità - di cui il popolo sarebbe attore secondo stereotipo - mentre una certa autocommiserazione vesuviana dovrebbe pure rimanergli attaccata; Franchini è per l'appunto uno di quei cosiddetti quarantenni e per di più è scrittore; inoltre è anche editor, il mestiere più formidabile per perdere fiducia nella letteratura. Facendo perno su tutto ciò, Antonio Franchini è andato con gli anni consolidando una prosa autobiografica che, se in precedenza qualche lacrima di rabbia e di disagio la lasciava comunque colare, da Quando vi ucciderete maestro? a questo sorprendente L'abusivo lascia perdere ogni declinazione umbratile della debolezza e incomincia a fare della debolezza una forza: non soltanto stilistica, ma anche formale. L'abusivo è la storia della ricezione di un annuncio di morte, una morte importante nella storia civile dell'Italia recente: quella del giornalista del Mattino Giancarlo Siani. Un ulteriore mistero nazionale che, alla stregua dei più eclatanti Piazza Fontana e Ustica, rimane senza spiegazioni, affogando nella marea di soluzioni plausibili, di inchieste cialtrone o sbadate, di casualità e di oblio. Via via ucciso dalla camorra, dai politici, dalla propria impertinente inesperienza, il corpo di Giancarlo Siani affonda nel disguido della dimenticanza collettiva. Non accade così per Franchini, il quale aveva iniziato proprio con Siani l'apprendistato di giornalista: se n'era poi andato da Napoli, il buon Franchini, approdando ai lidi brumosi dei laghetti di Segrate. Siani non lo ha mai dimenticato, però. Franchini si è mosso, nel corso degli anni, intervistando direttori, colleghi di scrivania del giornalista ucciso, deputati, criminali. Ha spulciato gli atti dei processi, ha decrittato la bizzarria di un lessico da leguleio lontano dalla letteratura quanto lo è l'intento letterario stesso di Franchini. Roso dalla memoria - non tanto di Siani, quanto di sé, dei propri destini sovrapposti di uomo e di scrittore -, Antonio Franchini si è avvicinato con graduale suspence all'agnizione non di un morto, ma di due: quello di Siani e quello di un Franchini che, da ora, non c'è più.
Con questo straordinario memoriale che, credo, risulta involontariamente postmoderno (il libro è un montaggio continuo di ricordi esilaranti di vita famigliare, di interviste gelide o sorprendenti, di atti, di ricordi di traslazione), Antonio Franchini la smette finalmente di nascondersi dietro la generazione che ha fallito e si espone totalmente in prima persona, tirando con fatica le somme e le sottrazioni di due vite sradicate, indagando sulla persistenza non metafisica di ciò che resta dopo, quando si è andati via, quando si torna e tutto è cambiato o quando addirittura (è il caso di Siani, appunto) non si torna più. Libro che ha una potenza d'impatto civile che accosteremmo alle sfuriate pasoliniane e che ricorda, come in un negativo fotografico, l'astio di Malaparte nella sua effusione più dolce, L'abusivo è un atto non di denuncia, ma di constatazione: di che cos'è la nostra contemporaneità italiana, di che cosa significa essere imbevuti di un passato che è, immediatamente, il nostro presente, e che trascorre - proprio come nel romanzo-non romanzo di Franchini - dal calor bianco di prose che sembrano estratte da A sangue freddo (particolarmente l'intervista a Perez del Mattino) al calor rosso dell'intimità domestica (che già avevamo conosciuto con Giuseppe Montesano).
Dieci e lode. Gli italiani pensano, parlano e scrivono ancora.

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  di G. Genna
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   data: 15 giu 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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