Personalmente quando ho cominciato a leggere il libro ho pensato quasi a un'operazione calviniana, a un meta-romanzo di qualche tipo, mentre poi andando avanti nella lettura più che a strutture e a sezioni anatomiche ho pensato a una materia biologica, corporea. Vorrei che mi spiegassi il passaggio che c'è stato dagli Esordi a questo Canti del caos e all'interno stesso dei Canti...
Secondo me questo libro non è un rovesciamento di posizione rispetto ai libri precedenti, non l' ho vissuto come una resa assoluta, improvvisa e inesplicabile a ciò che fino al giorno prima avevo contrastato. Anzi è proprio uno snidamento di questi modelli e ideologie letterarie terminali, epigonali, del '900, un combattimento portato sullo stesso terreno... nel senso che, se tu devi fare una lotta, devi agganciare in qualche modo l'avversario (chiamiamolo così): due corpi si misurano e alla fine si avvinghiano. Se non avviene l'avvinghiamento non c'è conflitto, c'è tutta una serie di gesti, di minacce, di mosse. Invece nella lotta può succedere che i corpi siano così avvinghiati che non si riesce a distinguere chi è l'uno e chi è l'altro, per cui ecco giustificata la tua titubanza iniziale. Ma io anche nella fase iniziale l' ho vissuto diversamente. E' vero che nell'incipit mi richiamo al lettore ma ho anche detto "irredento". Altri scrittori nel passato, anche grandissimi, si sono richiamati al lettore, Cervantes per esempio ("desocupado lector"), oppure Baudelaire ("lecteur hypocrite"). Il richiamarsi al lettore non è una cosa caratteristica del calvinismo... questo tipo di letteratura ha anzi introdotto in questo tipo di approccio un elemento di complicità al ribasso che diventa un rapporto di bricolage reciproco. Io con "lettore irredento" opero innanzitutto una selezione violenta. A me non interessano tutti i lettori, ma un lettore che non è stato redento che non è stato redento neanche dalla letteratura, e quindi è già un colpo d'accetta. E poi il libro comincia con queste scene sotterranee, con queste visioni del formarsi di materia, non si sa se è un oceano o un feto prima di nascere, c'è proprio un'impressione di nascita, d'inizio e di fine che giocano tutte due insieme nelle immagini iniziali del libro. Mentre negli Esordi mi sembrava di combattere dentro una fortezza, è come se in questo libro avessi fatto una sortita fuori da questa fortezza, nel territorio stesso del mio tempo, con i suoi nichilismi diffusi, con le sue chiusure ideologiche, ma per riaprirlo, sfondarlo, non costruendoci attorno uno spazio separato, auratico che mi proteggesse...
Il taglio su certe realtà oscure magmatiche, come ad esempio quello della pornografia, qualcuno sicuramente potrebbe averlo frainteso, visti i lettori e la cultura che ci ritroviamo. A dire la verità, come ai tempi della Cipolla, io non ho visto il sesso in sé ma corpi, elementi che collidono... com'è nata comunque l'idea di immettere certi tipi di realtà?
Mi sembrava che dopo Gli esordi, per poter continuare questo tipo di tensione, dovevo fare una cosa che apparentemente era totalmente distruttiva persino nei confronti del mio lavoro precedente. Se la bolla si squarcia, entrano dentro dei materiali estranei e quindi esiste anche questo elemento di distruzione che però era già interno a quest'idea dell'esordio, tanto più in un momento in cui ti viene detto che è tutto chiuso, finito, letteratura compresa. Sembra che l'unica carta che tengano in mano, per cui lottino sia questa. Io mi sento in antagonismo con la mia epoca, e forse anche per questo vengo percepito come un corpo estraneo. Quando avevo cominciato a scrivere questo libro avevo sì una vaga idea che ci sarebbe stato dentro del materiale incandescente, ma non così. C'è stato anche per me un contraccolpo... questo libro viene continuamente investito da cose non calcolate, magari da cose che ho visto il giorno prima per strada e che una volta entrate nel libro spostano tutto quanto stavo facendo, prendono vita. E' un esercizio che passa sul tuo corpo in modo anche molto pesante, tant'è vero che quando ero a metà del libro sono stato male, sono finito addirittura al pronto soccorso per problemi cardiaci.
Perché comunque ha così tanto spazio l'elemento della pornografia e della pubblicità?
Probabilmente mi si è affacciata in modo perentorio l'idea che in questi anni la dimensione pornografico-pubblicitaria sia la dimensione dominante. Questo non vuol dire che la senta o la viva come totalizzanti o annichilenti, infatti ci vado dentro, l'affronto, la sfido, la tendo dall'interno, la faccio diventare un'altra cosa perché si liberano dentro delle voci, delle irriducibilità che non sono riconducibili a un universo chiuso.
La cosa curiosa è però che pur immettendo questi elementi pop che prima non erano presenti nei tuoi libri, alla fine è risultato un libro sostanzialmente anti-pop e si avvera, si realizza quello che avevi scritto nel Vulcano, cioè il ghepardo che va talmente veloce che sembra immobile... ma visto il tuo travaglio editoriale prima, per la tua storia, la tua vita, c'è stato mai un momento di forte dubbio in cui hai quasi deciso di smettere di scrivere, di mollare tutto?
Per me, da un certo punto in poi, tutta la mia vita era possibile solo su questo terreno. Avevo avuto delle esperienze precedenti difficili, dolorose, non garantite, e quando ne sono uscito l'unica mia possibilità di vivere era questa. Non avevo altre carte di ricambio, era l'unica strada. Ci sono delle persone che, per varie ragioni, hanno in mano una carta sola, mentre altri ne hanno tante, possono puntare su un solo numero, come al casinò, perdere tutto ma anche fare una grossa vincita... Quando fanno i test con i topolini, gli mettono davanti una barriera e il topolino intelligente ci gira intorno mentre il topolino scemo ci continua ad andare contro... Io ero il topolino scemo, insomma, che cercava di rompere il muro a costo di rompersi la testa. Dipende dalla storia personale di ognuno, dalla sua struttura psichica. Io ho avuto dei momenti di tracollo durissimi, terribili... tutti quegli anni in cui non si capiva più se la scrittura era la salvezza o la rovina. Erano indistinguibili le due cose. La mia mente non accettava l'idea di vivere in un altro modo che non fosse quello dell'espressione artistica, della tensione spirituale, per cui era una battaglia per la vita e la morte. Non è per dirlo in un modo enfatico: era proprio così. Per cui smettere di scrivere voleva dire perdere la vita.
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