Il titolo dell'ultima raccolta di racconti è Fiction. C'è, continua come
l'onda di avvertimento di un sisma, un'attenzione al rapporto tra realtà e
finzione, tra mondo oggettivo e mondo spettacolare, che rende
indistinguibili i due poli: per cui non si sa fino a che punto le storie
narrate siano vere o meno. Anche Viktor Pelevin, in Babylon, da una
prospettiva vedantica, parla di oggetto primario (quello della realtà) e
oggetto secondario (quello irradiato dalla fiction) e si spinge a parlare di
mutamento addirittura metafisico del soggetto umano. Tu cosa ne pensi in
realtà? Non credo che si tratti della vecchia critica pasoliniana alla
televisione. C'è stato un salto di qualità ultimamente nel rapporto tra
verità e fiction?
Cercherò di essere banale. Temo che si tratti della vecchia critica
pasoliniana alla televisione. Allora: la fiction è credibile. Si dice
appunto: "Sospendiamo temporaneamente l'incredulità". La fiction è più
credibile del reale. Addirittura, sembra impossibile presentare il reale
senza farlo diventare fiction. Forse la fiction è un "a priori", come lo
spazio e il tempo? Mah. Non so se abbiamo bisogno di una prospettiva
vedantica: può bastare il vecchio Immanuel Kant. Non conosco il reale,
conosco la narrazione: la fiction. Il problema è che la fiction non è né
verificabile né falsificabile. Quando S.B. scrive nei manifesti: "Un buon
lavoro anche per te", fa chiaramente della fiction. Cioè, a rigore, ciò che
scrive nel manifesto non è né vero né falso, non è né una promessa né una menzogna: è fiction, come "O così o Pomì". S.B. non ha ingannato nessuno: ha solo offerto una fiction credibile, avvincente ecc. E allora, in somma,
perso in questi vari pensieri, ho immaginato di scrivere delle storie
composte da una parte più credibile e convincente - una fiction -, però
palesemente falsa, e una parte meno credibile e meno avvincente, però forse
vera. Così sono nati questi racconti con il loro corredo di documenti,
allegati, note del curatore, e cose varie.
L'apertura del primo racconto - La fede in Dio - è sconcertante e, in qualche modo,
ricorda certi movimenti di macchina di Stone quando, da una situazione di moralità
conchiusa, apre con uno spazio sequenza verso ciò che stravolge l'aspettativa etica. Questo tipo
di spostamento è tipico della tua narrativa (ricordo, per esempio, la
lettera del ladro in Questo è il giardino). A questo punto te la senti di
dire qualcosa a proposito dei rapporti tra fiction e morale? E, visto che
la prima vittima predestinata è un prete e spesso sei etichettato come
"autore cattolico", hai qualcosa da ribattere o precisare?
Eh, il problema è che la morale, intesa come sistema di regole, non
funziona. Ha falle. Genera perversioni. Basta pensare a quante santità e
quanti crimini hanno il marchio della "purezza"... Io non mi faccio problemi
morali quando racconto. Mi faccio dei problemi cosmologici. Mi domando: "Ma
questa cosa che sto scrivendo, in quale macronarrazione è inscritta?". Il
mio tentativo è: inscrivere le mie micronarrazioni nella macronarrazione
della cosiddetta "fede cristiana": una macronarrazione in corso, forse in
corsa, diretta verso un lieto fine: la fine del mondo e l'inizio - si dice -
d'un altro mondo, del quale non sappiamo niente, solo speriamo che sarà una
cosa molto bella e santa. Inscrivere le proprie micronarrazioni dentro una
macronarrazione significa approvarla, vivificarla, aggiornarla, tradurla,
realizzarla, e chi più ne ha più ne metta. Significa, detto nel modo più
banale, "tenere per" quella determinata macronarrazione. Ora: le
macronarrazioni, tra le altre cose, hanno un contenuto etico. Tuttavia:
perché si sceglie di iscrivere le proprie micronarrazioni dentro quella
determinata macronarrazione? Forse perché se ne approva il contenuto etico?
Magari sì, in parte, ma non come ragione principale. Una macronarrazione è
prima di tutto una cosmologia. Una rappresentazione di tutto il mondo. Una
categoria a priori che definisce il modo in cui ci rappresentiamo il mondo.
E ci sono macronarrazioni/cosmologie/rappresentazioni o storie del mondo -
che sono più belle di altre.
En passant: è vero che sono un narratore; è vero che sono cattolico. Sarò
quindi, inevitabilmente, un narratore cattolico? Nossignori. Sono un
cattolico narratore.
Le note alla fine di ogni racconto confondono sempre più realtà storica
e fiction. E' qualcosa di molto simile a quanto fa Foster Wallace nel suo
sterminato apparato di note al termine di Infinite Jest. Senti ancora
nelle tue corde il genere del reportage? Voglio intendere: ti senti tentato da
una ancor più compatta narrazione che sia fiction di realtà?
Il mio desiderio è: raccontare cose vere, punto. Ma introdurre fiction (=
narratività) in una cosa vera è cosa che mi ripugna. Peraltro non mi astengo
dal farlo. In somma, sì, accidenti, abbiamo bisogno di libri che parlino del
mondo, mica fuffa! E' che non possiamo più essere ingenuamente e felicemente
scientifici come Emile Zola... Bisogna inventare qualcosa, ci vuole
un'invenzione epistemologica, bisogna rifondare la narrazione scritta
partendo dal problema: come posso raccontare qualcosa che sia onestamente
vero (reale) e che venga accolto da chi legge come onestamente vero (reale)?
Come posso non fare dello spettacolo?
Fiction è frutto di un lavoro di gruppo, anche se la maggior parte dei racconti è scritta da te. Perché un gruppo? E' un tentativo alla Luther Blissett? Si arriverà a uno pseudo collettivo di cui Giulio Mozzi è il perno?
Due "pezzi" di Fiction sono stati scritti da Giovanna Melliconi, e altri due
da Franco Brizzo. Un "pezzo" è un'intervista a Carlo Dalcielo. E' di Franco
Brizzo l'installazione "Homo homini homo", un cui particolare è riprodotto
in copertina. Melliconi, Brizzo e Dalcielo sono sono giovani artisti
prodotti da me e da Bruno Lorini. Fanno parte di un gruppo di dodici.
Un'opera per ciascuno dei dodici si può vedere all'indirizzo:
http://www.simtech.it/andromedasociety/scm.htm.
Tre di questi dodici (Melliconi, Dalcielo e Boris Ruencic: quest'ultimo è
anche l'autore dell'opera in copertina del Culto dei morti nell'Italia
contemporanea) hanno appena conclusa una mostra, sulla quale si può leggere
all'indirizzo:
http://www.exibart.com/IDNotizia2538.htm. In questa mostra, Dalcielo ha presentato un'opera, il "Diario del cielo", un cui estratto si può vedere all'indirizzo: http://www.simtech.it/andromedasociety/diariodelcielo.htm.
Sono tutti personaggi che hanno una certa vitalità. Nessuna logica alla Luther
Blissett, nella loro opera. La loro intenzione - ovviamente condivisa da me
e da Lorini - è semplicemente quella di fare delle opere che risultino
belle. Abbastanza scontato che la vicinanza con un narratore come abbia
spinto alcuni di loro anche a tentare la via della narrazione. Non ci vedo
niente di male. C'è qualcosa di strano, nel fatto che un narratore produca
dei personaggi? Se qualcuno fosse interessato alle loro opere e operazioni, il contatto
diretto può avvenire tramite Bruno Lorini: brunolorini@yahoo.it.
MORESCO
Esplode il caso "Canti del caos": il capolavoro di Antonio Moresco, snobbato dalla stampa, viene esaltato su Clarence da uno speciale a firma multipla.
FRANCHINI
Con "L'abusivo", Antonio Franchini compone un libro che ha un impatto civile e poetico impressionante: dalla storia del caso Siani alla Letteratura.
MOZZI
In "Fiction" vengono narrate storie vere che sembrano false e storie false che sono vere. Un appello lucido e appassionato alla letteratura assoluta.