Con Fiction Mozzi ritorna, dopo la controversa parentesi poetica del Culto dei morti nell'Italia contemporanea, alla forma di cui non soltanto è maestro assoluto in Italia, ma che probabilmente lo proietterà nella storia della nostra letteratura, secondo la precoce profezia del critico Pier Vincenzo Mengaldo all'esordio del giovane Mozzi con Questo è il giardino. E' la forma breve, la narrazione non fulminea ma corta, che Mozzi esercita con un finto pudore e un abissale tentativo di entrare in profondità nel gorgo dell'umano. Quando Mozzi racconta, è un grandissimo scrittore: quindi Fiction è un gran libro e lo è a maggior ragione perché qui l'autore della Felicità terrena è impegnato su due fronti con cui, di solito, i grandi scrittori sono costretti prima o poi a misurarsi: da un lato il rapporto tra verità, falsificazione e mondo (un problema di residui, etici fisici e metafisici, che nel nostro tempo fa leva sul concetto di Spettacolo); dall'altro lato Mozzi, crediamo per la prima volta, si denuda completamente, agisce senza alcuna mediazione letteraria, discute della tradizione fottendosene della tradizione, e compie un atto che non sappiamo se sia o meno purificatorio, ma di sicuro è un'operazione di altissima letteratura, vibrante e sorprendente, una sorta di dichiarazione di guerra al Graal della scrittura e dell'aspirazione all'Assoluto (ci riferiamo al capitolo centrale del libro, Narratology, di cui accenniamo più sotto).
Che cos'è Fiction? E' la risposta a questa stessa domanda, attraverso la raccolta di storie verosimili, ognuna drammatica e circoscritta all'àmbito della nostra normalità, che Mozzi fa impazzire senza stravolgimenti o eccessi o effetti speciali. Un prete, immerso nel vortice del nichilismo, assassinato da un fedele che sfiora l'integralismo etico e metafisico; la fine drammatica e investigativamente ambigua di un matrimonio, con una donna suicida e un marito che forse è colpevole di omicidio; un uomo che scrive ai direttori di giornale e si dà fuoco mentre si prende la decisione di non pubblicare la sua lettera; un parricidio; una drammatica storia di amicizia. Sono alcuni dei racconti che Mozzi allinea, come la fila di candele di Kavafis, spegnendo a una a una le nostre speranze e le nostre disperazioni, per poi riaccenderle di colpo, grazie all'incredibile dedalo sotterraneo che costruisce in profondità: un autentico sistema etico e narrativo, la cui ambiguità partecipa del mondo in maniera piena e coinvolgente, contro la linearità semplicistica dello Spettacolo. La fiction dello Spettacolo sembra qui distanziarsi dalla fiction letteraria in maniera risolutiva: al termine dei racconti-confessione, appaiono approfondimenti o paratesti di natura giornalistica che chiariscono il racconto, ne danno versioni oggettive e storiche. E' un inanellamento di parole che si oppone alla letteratura anche se le assomiglia pericolosamente. Certo non assomiglia alla letteratura assoluta che Mozzi delinea col suo straordinario capitolo Narratology, un impressionante autointerrogatorio sulla vita, su Dio, su Libro dei Libri, sulla risposta della Chiesa (tornata a immergersi, autenticamente, nella temporalità, secondo un trattamento letterario che Mozzi inventa da vero genio), sulla letteratura stessa. E mentre le domande scansionano risposte pacate ma abissali, emerge che cosa per l'autore debba fare uno scrittore: tentare di inscrivere i libri che scrive o che legge in una catena che per Mozzi non è chiusa definitivamente e che è quella del Libro dei Libri. Tentativo che potrebbe apparire folle o saccente o guidato - che so? - dai ghigni di fondo di Bloom o di Frye, ma che invece mette davvero a nudo il sistema nervoso di Giulio Mozzi, mai così vero, mai così confessato, mai così puramente esposto con tutti i suoi dolori e le sue gioie, eppure mai così distante dalla recente tradizione dell'italiano che si guarda l'ombelico mentre scrive. E' un brano fondamentale della letteratura contemporanea, che fa pensare a un altro capolavoro della narrativa di oggi, il racconto Arancione brillante nei Racconti dell'arcobaleno di Vollmann, una variazione da Daniele (libro che Mozzi, peraltro, dichiara di adorare sopra qualunque altro della Bibbia).
Formidabile davvero. Complimenti a Mozzi: sembrano sottaciute, ma le ambizioni di letteratura assoluta governano segretamente (ma ora non più) tutta la sua narrativa.
MORESCO
Esplode il caso "Canti del caos": il capolavoro di Antonio Moresco, snobbato dalla stampa, viene esaltato su Clarence da uno speciale a firma multipla.
FRANCHINI
Con "L'abusivo", Antonio Franchini compone un libro che ha un impatto civile e poetico impressionante: dalla storia del caso Siani alla Letteratura.
MOZZI
In "Fiction" vengono narrate storie vere che sembrano false e storie false che sono vere. Un appello lucido e appassionato alla letteratura assoluta.