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SANDRONE DAZIERI
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  INTERVISTA CON SANDRONE DAZIERI
Sandrone DazieriSei al secondo Gorilla. Cosa è cambiato rispetto ad Attenti al gorilla, che uscì per i gialli mondadoriani? Intendo: cosa è cambiato nella scrittura, nella struttura, nei personaggi, ma anche cosa è cambiato nel tuo rapporto col noir in genere e con la narrativa che pratichi?

Tra i due romanzi ci sono due anni di lavoro proprio sulla scrittura. Il primo era un romanzo da dilettante, con tutti, ma proprio tutti, i difetti del caso. C'era anche un'urgenza di scrittura, una necessità di spiegare e spiegarmi. La cura del gorilla è un romanzo da semiprofessionista, da giocatore di serie b. Secondo i miei standard, naturalmente, che non necessariamente corrispondono a quelli del mercato o del pubblico. Evangelisti, Dazieri e Masali: fantascienza e noir italianiIn concreto, la Cura è molto più crepuscolare del primo, l'umorismo più amaro e la scrittura più diretta, anche grazie all'utilizzo del tempo presente. Ho anche cercato di rielaborare gli stilemi del giallo classico, oltre che quelli del noir, anche se la cifra noir rimane preponderante.

Dici che la cifra rimane quella del noir. Come sai, negli ultimi anni c'è stata un'esplosione editoriale di autori noir e il genere stesso è stato piegato alle più varie esigenze della teoria della letteratura (accade sempre quando l'intellighentsia decide di nobilitare qualcuno o qualcosa). Secondo te cos'è un noir e perché fondamentalmente La Cura del gorilla resta un noir?

Non so cos'è un romanzo noir, ma so cos'è l'attitudine noir. Quella che possiede uno scrittore che decide di raccontare partendo in egual misura da un crimine e dalle proprie inquietudini e scrivendolo attraverso il proprio doppio oscuro. Se manca uno di questi elementi la torta non riesce, oppure abbiamo degli ottimi gialli. La critica letteraria tende a fermarsi all'elemento criminale, anche perchè ragionare sulle inquietudini o sul presente è più disturbante che valutare la capacità di uno scrittore di costruire scenari e personaggi. Però poi non si riesce a capire la differenza semantica tra Ed McBain ed Ellroy, o tra Il silenzio degli innocenti, che è un thriller noir, e Hannibal, che è "semplicemente" un thriller.
Io credo di possedere l'attitudine e francamente in Italia ce l'abbiamo in pochi. Questo non significa che io scriva meglio, o cose più interessanti, di chi questa attitudine non la possiede. Solo che per apprezzare un buon giallo non ho la necessità di definirlo noir. Purtroppo, abbiamo una nuova generazione di scrittori, ma, a parte qualche eccezione, non una nuova generazione di critici con un bagaglio aggiornato di strumenti interpretativi.

Resta il fatto che tu racconti, attraverso il noir, il nostro disastrato presente, e lo fai a due livelli: coi personaggi e la trama, che trasudano esperienza vissuta; e con l'allegoria del Gorilla schizofrenico. Come riesci a tenere tutto insieme? Questo, credo, è uno dei punti più qualificanti dei tuoi romanzi...

Il gorilla è contemporaneamente il mio avatar e la mia presa di distanza dalla narrazione. Lui possiede come soggiacente il mio quadro morale di riferimento e la mia esperienza, ma io non sono lui, sono uno scrittore che inventa e che può entrare o uscire dal personaggio quando vuole (in realtà è più complicato di così, ma questa è l'idea). Per questo dovevo dotarlo di una caratteristica che lo allontanasse da me, proprio quando il rischio di confusione si faceva più forte, quando c'era la possibilità di sovrapposizione tra narratore e narrazione.
C'è un vecchio racconto di fantascienza su un robot teleguidato che esplora un pianeta lontano, e che alla fine viene distrutto dagli alieni senza rischio per il suo manovratore. Il gorilla è questo per me, è il mio cybernauta nel mondo. Posso calarlo in un vulcano rovente o in una rissa al coltello, e poi allontanarmi da lui quando comincia a sanguinare. Lui è il mio sguardo sul mondo, arriva dove io non posso arrivare.
Poi non dimenticarti che i miei romanzi sono soprattutto un gioco pop, dove continuamente si mescolano personaggi reali e inventati: tutta la realtà del mio romanzo è doppia.

Spesso il Sandrone Dazieri della Cura fa emergere un corrosivo disincanto: non soltanto sul mondo, ma anche su quello che fu il suo mondo. Perché? E cosa pensa dell'oggi uno scrittore di noir che, come te, è immerso nell'oggi fino al collo?

Bè, io sono disincantato, non c'è dubbio. Come dico sempre, sono convinto che un mondo dove ci sono i profumi per cani e mezza popolazione che muore di fame o di Aids non sia il migliore possibile. Però, a differenza di una volta, non ho idea di come si possa cambiare, e la mia storia di militante dei centri sociali è stata una costellazione di fallimenti. E' passato tutto quello contro cui ho combattuto, dalla fine dell'equo canone al governo con i fascisti, e niente di quello che volevamo, dall'amnistia alla legalizzazione delle droghe leggere. Io sono solidale con i centri sociali, fanno parte della mia vita, ma non si può non vedere che hanno smesso di un pezzo di essere una fonte di cambiamento e hanno invece introiettato i sistemi della politica formale, riproducendosi anche stancamente nella proposta spettacolare. Manu Chao in Piazza del Duomo, organizzato dal Comune, è oggi molto più radicale di qualsiasi illegal rave. Certo, il movimento anti G8 è importantissimo e radicale, ma gli manca un pezzo per trasformarsi nel nuovo sessantotto: quello culturale. Non bastano quattro intellettali rinsecchiti (sempre gli stessi), un cantante come il suddetto Manu Chao o operazioni di dubbio gusto come No Logo. Nessuno legge più un cazzo, non ci si interroga più sul privato, l'immaginario diffuso fa senso. Se il popolo di Seattle non fa rapidamente la rivoluzione nell'occidente industrializzato passerà tutto senza lasciare tracce, senza una radicale trasformazione del quotidiano. E la rivoluzione, francamente, mi sembra un pò difficile.

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  di G. Genna
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   data: 22 giu 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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