Sei al secondo Gorilla. Cosa è cambiato rispetto ad Attenti al gorilla,
che uscì per i gialli mondadoriani? Intendo: cosa è cambiato nella
scrittura, nella struttura, nei personaggi, ma anche cosa è cambiato nel tuo
rapporto col noir in genere e con la narrativa che pratichi?
Tra i due romanzi ci sono due anni di lavoro proprio sulla scrittura. Il
primo era un romanzo da dilettante, con tutti, ma proprio tutti, i difetti
del caso. C'era anche un'urgenza di scrittura, una necessità di spiegare e
spiegarmi. La cura del gorilla è un romanzo da semiprofessionista, da
giocatore di serie b. Secondo i miei standard, naturalmente, che non
necessariamente corrispondono a quelli del mercato o del pubblico.
In concreto, la Cura è molto più crepuscolare del primo, l'umorismo più
amaro e la scrittura più diretta, anche grazie all'utilizzo del tempo
presente. Ho anche cercato di rielaborare gli stilemi del giallo classico,
oltre che quelli del noir, anche se la cifra noir rimane preponderante.
Dici che la cifra rimane quella del noir. Come sai, negli ultimi anni c'è
stata un'esplosione editoriale di autori noir e il genere stesso è stato
piegato alle più varie esigenze della teoria della letteratura (accade
sempre quando l'intellighentsia decide di nobilitare qualcuno o qualcosa).
Secondo te cos'è un noir e perché fondamentalmente La Cura del gorilla resta
un noir?
Non so cos'è un romanzo noir, ma so cos'è l'attitudine noir. Quella che
possiede uno scrittore che decide di raccontare partendo in egual misura da
un crimine e dalle proprie inquietudini e scrivendolo attraverso il proprio
doppio oscuro. Se manca uno di questi elementi la torta non riesce, oppure
abbiamo degli ottimi gialli. La critica letteraria tende a fermarsi
all'elemento criminale, anche perchè ragionare sulle inquietudini o sul
presente è più disturbante che valutare la capacità di uno scrittore di
costruire scenari e personaggi. Però poi non si riesce a capire la
differenza semantica tra Ed McBain ed Ellroy, o tra Il silenzio degli innocenti, che è un thriller noir, e Hannibal, che è "semplicemente" un
thriller.
Io credo di possedere l'attitudine e francamente in Italia ce l'abbiamo in
pochi. Questo non significa che io scriva meglio, o cose più interessanti,
di chi questa attitudine non la possiede. Solo che per apprezzare un buon
giallo non ho la necessità di definirlo noir. Purtroppo, abbiamo una nuova
generazione di scrittori, ma, a parte qualche eccezione, non una nuova
generazione di critici con un bagaglio aggiornato di strumenti
interpretativi.
Resta il fatto che tu racconti, attraverso il noir, il nostro disastrato
presente, e lo fai a due livelli: coi personaggi e la trama, che trasudano
esperienza vissuta; e con l'allegoria del Gorilla schizofrenico. Come riesci
a tenere tutto insieme? Questo, credo, è uno dei punti più qualificanti dei
tuoi romanzi...
Il gorilla è contemporaneamente il mio avatar e la mia presa di distanza
dalla narrazione. Lui possiede come soggiacente il mio quadro morale di
riferimento e la mia esperienza, ma io non sono lui, sono uno scrittore che
inventa e che può entrare o uscire dal personaggio quando vuole (in realtà
è più complicato di così, ma questa è l'idea). Per questo dovevo dotarlo
di una caratteristica che lo allontanasse da me, proprio quando il rischio
di confusione si faceva più forte, quando c'era la possibilità di
sovrapposizione tra narratore e narrazione.
C'è un vecchio racconto di fantascienza su un robot teleguidato che esplora
un pianeta lontano, e che alla fine viene distrutto dagli alieni senza
rischio per il suo manovratore. Il gorilla è questo per me, è il mio
cybernauta nel mondo. Posso calarlo in un vulcano rovente o in una rissa al
coltello, e poi allontanarmi da lui quando comincia a sanguinare. Lui è il
mio sguardo sul mondo, arriva dove io non posso arrivare.
Poi non dimenticarti che i miei romanzi sono soprattutto un gioco pop, dove
continuamente si mescolano personaggi reali e inventati: tutta la realtà
del mio romanzo è doppia.
Spesso il Sandrone Dazieri della Cura fa emergere un corrosivo disincanto:
non soltanto sul mondo, ma anche su quello che fu il suo mondo. Perché? E
cosa pensa dell'oggi uno scrittore di noir che, come te, è immerso nell'oggi
fino al collo?
Bè, io sono disincantato, non c'è dubbio. Come dico sempre, sono convinto
che un mondo dove ci sono i profumi per cani e mezza popolazione che muore
di fame o di Aids non sia il migliore possibile. Però, a differenza di una
volta, non ho idea di come si possa cambiare, e la mia storia di militante
dei centri sociali è stata una costellazione di fallimenti. E' passato
tutto quello contro cui ho combattuto, dalla fine dell'equo canone al
governo con i fascisti, e niente di quello che volevamo, dall'amnistia alla
legalizzazione delle droghe leggere. Io sono solidale con i centri sociali,
fanno parte della mia vita, ma non si può non vedere che hanno smesso di un
pezzo di essere una fonte di cambiamento e hanno invece introiettato i
sistemi della politica formale, riproducendosi anche stancamente nella
proposta spettacolare. Manu Chao in Piazza del Duomo, organizzato dal
Comune, è oggi molto più radicale di qualsiasi illegal rave.
Certo, il movimento anti G8 è importantissimo e radicale, ma gli manca un
pezzo per trasformarsi nel nuovo sessantotto: quello culturale. Non bastano
quattro intellettali rinsecchiti (sempre gli stessi), un cantante come il
suddetto Manu Chao o operazioni di dubbio gusto come No Logo. Nessuno legge
più un cazzo, non ci si interroga più sul privato, l'immaginario diffuso
fa senso. Se il popolo di Seattle non fa rapidamente la rivoluzione
nell'occidente industrializzato passerà tutto senza lasciare tracce, senza
una radicale trasformazione del quotidiano. E la rivoluzione, francamente,
mi sembra un pò difficile.