Clarence - Cultura e Spettacolo
Clarence
SANDRONE DAZIERI
Homepage Free Internet Chat Forum Oroscopo Cartoline Clarendario Net to Be superEva superEva
SMS gratis Cerca Messenger Mail Games Links Meteo Free Blog B.I.G.
Sei qui:   Homepage > Cultura e Spettacolo > Società delle Menti > Speciali > Dazieri > Dal libro
  LA CURA DEL GORILLA: DAL LIBRO
Da La cura del gorillaOdio la puzza degli ospedali. Non quella della malattia e nemmeno l'odore alcolico dei medicinali. Quella del cibo, invece, che mi prende alla gola. Sa di purè, minestrina, tè Lipton con le fette biscottate, mela cotta e prugna cotta. Ristagna, aleggia, penetra le coperte e la pelle. Di notte, quando non riesco più a sopportarla, prendo l'ascensore di servizio sino all'ultimo piano, scassino il lucernario ed esco sul tetto piatto, tra le cacche d'uccello e le pozzanghere di acqua stagnante.
Non si vede molta Milano da lì, ma lo skyline nanerottolo è sufficiente a farmi stare meglio. Seguo i fari di una qualche auto lungo il vialone e immagino l'omino al volante che arriva a casa, parcheggia, sale le scale e si scalda un piatto di minestra sul fornello. Non va mai a una festa e nessuno lo aspetta sveglio. Vive solo, annusa i fiori quando li trova, fischietta musica classica. Qualche volta accende la televisione, oppure accarezza un gatto e si versa due dita di Amaretto di Saronno. Fa una vita pacifica e mi rilassa.
Di solito. Stanotte riesco solo a pensare che domani sarò io a viaggiare per tornare in mezzo al casino. Dopo tre mesi di pappine e antibiotici mi scarcereranno per buona condotta. Dovrei essere contento. Il mio Socio ha già cominciato a fare i bagagli e a distribuire regalini agli infermieri: si porta avanti per la prossima volta che saremo ricoverati.
Salto sul cornicione senza quasi barcollare e mi faccio i complimenti. Non è da tutti cavarsela così bene dopo un proiettile in un polmone. Il sangue tende a uscire e i microbi a entrare. Con la febbre vedevo i miei antenati che mi redarguivano per come ho sprecato la vita. Le anime ondeggiavano sul soffitto, faccine con le ali.
Guardo sotto, nel buio. Niente vertigini, crampi allo stomaco o gambe anchilosate. Devo abituarmi all'idea di non essere più un invalido.
Ricomincerà il tran-tran, troverò un cliente per recuperare il tempo perduto e i soldi finiti. Possibilmente qualcuno tranquillo, che conosca la differenza tra un buttafuori e uno sbirro. Che non mi mandi al massacro. Prima che riesca a scacciarlo, il pensiero si porta dietro un po' di immagini che non ho voglia di rivedere. I morti della cantina, la puzza che facevano.
Chiudo gli occhi e mi lascio ripulire dal vento teso. Sono leggero senza la pancia, le falde della vestaglia sbattono come ali. Se mi buttassi non toccherei terra, continuerei a navigare nell'aria come una foglia. Rimango lì a immaginare il mio volo sopra le umane miserie fino a che gli occhiali si ricoprono di brina, poi faccio a ritroso la strada dell'andata. Al piano terra scavalco la finestra e mi addentro nel reparto terapia intensiva.
Primo Moroni: la sua figura ispira Dazieri per il personaggio di AlfredoAlfredo è steso sul letto, con la sua bella flebo nel braccio sinistro e il sacchetto del catetere appeso alla fiancata destra del letto. Dalle lenzuola spunta solo la testa pelata dalla chemio.
Senza far rumore siedo a guardarlo nella luce che entra dal corridoio. Secco e gonfio allo stesso tempo, le guance scavate e la pelle tirata a paraffina.
Apre gli occhi e volta la testa verso di me. - Cominciavo a preoccuparmi, - dice. - Sarebbe stata la prima notte che saltavi.
- Sono andato a ballare.
- Con l'infermiera puzzolente?
- L'altra, quella con la gamba di legno. Come ti va?
- Ho dormito un po'.
- Vuoi bere?
- No -. Si tira un po' su. - Dammi una sizza, invece.
Estraggo il pacchetto che ho comprato per lui e gliene allungo una. Ha le labbra coperte di croste. Accendo con lo zippo. - Devo piantarla di soddisfare i tuoi vizi o mi diventerai un vecchio rompiballe.
- Sono già vecchio. E non diventerò un bel niente che non ci stia in una scatola.
- Perché una scatola?
- Mi faccio cremare, l'ho messo nel testamento. Continuo a farlo e disfarlo, ci passo le ore.
Respiro lentamente. - Merda -. Alfredo ha metastasi diffuse. Il fatto stesso che parli e scatarri è già un miracolo. Uno di quelli piccoli, da sfigati. - E merda.
- Proprio. La mia vecchia terrà l'urna sul comodino -. Aggrotta dove prima aveva un sopracciglio. - Però, chi lo sa? Potrei andare avanti ancora un pezzo. Anche se andare avanti così...
- Piantala.
- Non ti preoccupare, l'umore è ottimo e abbondante -. Chiude gli occhi e fa una pausa talmente lunga che credo abbia perso conoscenza. Meglio togliergli la sigaretta di bocca. - Allora domani te ne vai? - Chiede senza alzare le palpebre.
Blocco a metà il gesto. - Se non cambiano idea all'ultimo.
- E qual è il problema che ti affligge?
- Sono solo un po' stanco.
- Come no -. Sospira, buttando il mozzicone per terra. Si è sporcato tutto di cenere. - Hai paura?
Alzo le spalle, anche se non può vedermi. - Qualcosa del genere.
- Immagino che capiti quando ti sparano addosso.
- Non è stata la prima volta. Però non mi sono mai sentito così, dopo. Mi farei assumere come inserviente per non dover uscire -. Guardo oltre il vetro gli alberi che si scuotono nel vento. Sta arrivando un bell'acquazzone. - Fuori c'è la vita vera, ma non mi ha mai attirato così poco. Non so perché.
- Forse perché non ti avevano mai conciato così male.
La sua voce sì è abbassata di un'ottava. Tra un paio di minuti la risacca degli oppiacei nel sangue lo stenderà del tutto.
- Forse. O forse ho paura che mi ricapiti. Una volta mi è andata bene. La prossima...
- Potrebbe non esserci mai. O arrivare stanotte. Non siamo noi a decidere.
- Merda, piantiamola qui! - Ho i brividi nella schiena. - Non mi stai tranquillizzando per niente. Ridacchia ancora poi tossisce a mitraglia. - Scusa, - riesce a dire.
- No scusa tu -. Guarda se devo mettermi a urlare a un moribondo. - Vuoi bere, adesso?
- Sì.
Prendo la bottiglia di plastica e gliela accosto alle labbra. Un po' d'acqua finisce sul lenzuolo, si impasta con la cenere e crea del fango grigiastro. Pulisco delicatamente con un pezzo di carta igienica.
- Se facessi un altro mestiere saresti più tranquillo -. Dice quando mi sono riseduto. Oltre ad abbassarsi ancora, la sua voce si è anche rallentata. Le parole gli escono staccate e sognanti. - Perché non ti cerchi una professione meno rischiosa?
- So fare solo questo.
- Per via dell'amico nella tua testa? - Chiede.
Rimango per un attimo basito. Gli ho raccontato del Socio, e non dovrei stupirmi che lo nomini. Ma le vecchie abitudini sono dure a morire. - Già, - rispondo cauto.
- Oggi il tuo Socio è venuto a trovarmi. Mi ha parlato di Napoleone.
- Sai che palle. Gli piacciono solo le cose pallose.
- Sì, è stato un po'... noiosetto. Gentile, ma... noioso -. Una pausa più lunga. - Non sembrate neanche... la stessa persona.
- Non lo siamo. Ci dividiamo lo stesso corpo.
- é un bel... modo... di metterla.
Il suo respiro diventa quasi impercettibile. E' andato.
Gli aggiusto le lenzuola sotto il mento, poi mi siedo più comodo. - E' l'unico modo, Alfredo -. Dico all'aria.
In effetti è un modo che ho dovuto imparare. Ci sono voluti anni e non ho potuto contare sull'aiuto di nessuno psichiatra, anche se ne ho consultati almeno una ventina. Nessuno di loro ci ha mai capito un accidente e alla fine ho elaborato la mia diagnosi personale. Ci sono persone che nascono con due teste, altre senza le gambe. Il Socio è nato senza corpo e usa il mio. Quando mi addormento, il Socio salta fuori e prende il timone. Quando si addormenta lui, io faccio lo stesso.
Si è manifestato un po' alla volta. All'inizio era solo una voce che mi sussurrava dagli angoli bui, poi mia madre ha cominciato a trovarmi di notte che vagavo per casa ad aprire cassetti. Solo che non ero io, era lui che imparava a camminare. Alla fine si è preso il cinquanta per cento della mia vita e io ho dovuto farmelo piacere tenendo la bocca chiusa. Per quanto mi senta differente da quelli che sbavano nei film, sono pazzo e non ho voglia di finire in manicomio a farmi fare i clisteri di valium. Sto schiacciato, mi scopro solo con gli amici intimi, nemmeno con tutti, evito le attività troppo socializzanti, le folle, le compagnie, gli sport, le tombole della parrocchia. Ho avuto una parentesi giovanile di politica extraparlamentare, ma ho smesso quando ho cominciato a rischiare la galera, uno dei pochi posti dove si è sempre sotto osservazione. Faccio il buttafuori a noleggio e mi basta per tirare su soldi senza rivelarmi.
Poi arriva un vecchietto come Alfredo che riesce a farmi sentire in colpa e gli racconto tutto. Così. E' moribondo e non potrà raccontarlo in giro, questo mi dà fiducia e questa fiducia mi fa star male. Anche nel mezzo cervello che ho a disposizione riesco a essere abbastanza contorto.
Rimango a guardarlo fino all'alba. Poi torno nella mia camera ad aspettare la prima infermiera con il termometro.

Compralo su BOLS. Dazieri - La cura del gorilla - Einaudi Stile Libero - 12.800

  di G. Genna
gli stessi argomenti su: NESSUNO
   data: 22 giu 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

  COSTRUISCI CLARENCE...
Se vuoi segnalarci un sito, gestire una rubrica o inviarci un suggerimento clicca qui.


SPONSORED BY:
     
A WWWORLD APART
DadaWebmaster: sindaco@clarence.com - Clarence ® è un marchio registrato di Clarence s.r.l. - Ideato da Gianluca Neri e Roberto Grassilli, realizzato dalla Redazione - Pubblicità - Uff. Stampa - Lavora con noi.
© 1996-2002 Clarence s.r.l.