Nei suoi romanzi, Georges Simenon agisce come un segugio morale: che si tratti di provincia belga, americana o dell'intricato dedalo parigino in cui si muove Maigret, l'intento di Simenon è quello di mettere in scena labirinti e meccanismi con cui la questione morale non soltanto fa da quadro all'azione (quella turpe, quella renitente, quella devota all'idea di ordine), ma è attiva essa stessa come corrente elettrica che muovesse manichini letterari ed esistenziali. Se Georges Simenon non fosse un grandissimo scrittore, quest'esercizio rischierebbe di svilire un'opera letteraria che, oltre che sterminata, è unica nel Novecento per profondità psicologica. Nulla, infatti, nei romanzi di Simenon è automatico. I risvolti psicologici delle azioni rappresentate somigliano a certe consistenti pieghe di tendami pesanti e oscuri, dietro i quali non si riconosce il confine della forma che li gonfia: sarà il vento, sarà un uomo, sarà un'architettura o solamente la disposizione del tessuto a configurarli in quel modo? La calma e pacata indolenza di Maigret, che struttura del resto lo scheletro del suo metodo d'indagine, altro non è che una spia di quest'opera di escavamento psicologico e morale, continuamente avvicinato con calcolata imprecisione, proprio perché l'occhio non può vedere se stesso e non si riesce a mani nude ad afferrare il proprio cuore.
C'è una spiegazione a questo sfondo davanti al quale Simenon mette in scena tutta la sua letteratura. La spiegazione sta nel formidabile istinto autobiografico dell'autore di Tre camere a Manhattan. Sono porzioni di sé, delle sue impudiche libido, dei fantasticati tormenti morali e dei reali sensi di colpa dovuti a un bieco moralismo: questi, davvero, sono i personaggi che affollano la suprema e sterminata produzione letteraria di Simenon. In caso di disgrazia cade più che mai nel cerchio compatto di questa casistica. Anzi, è forse il romanzo che più si avvicina al centro oscuro di Simenon, che venne fatto coincidere con un'originale critica alla borghesia (finché fece comodo leggere Simenon in questa direzione a partire da sinistra: operazione sbagliata e che, nel corso di questi anni, abbiamo con gioia visto attenuarsi fino alla dissoluzione). La trama del romanzo di cui è protagonista l'avvocato Gobillot potete leggerla nella splendida recensione di Alberto Bevilacqua. Ci limitiamo a concordare con la tesi di Bevilacqua: questo Quasimodo, mai così prossimo (fisicamente) e distante (moralmente) dal mostro di Hugo, è esattamente quello che è: un mostro. Un mostro che, davvero, ha più a che vedere con la struttura psicologica di Simenon che con l'apnea borghese in cui si ritrova boccheggiante e, a suo modo, anormale. Amore, sesso, morte, gloria, menzogna: sono temi biblici, quelli che Simenon continua a muovere nelle semplici impalcature delle sue trame. Ma è questo rilievo - e la capacità di guidare quel moto con una perizia quasi sovrumana - a fare di Simenon, davvero, un Dostoevskij francese in pieno Novecento e di In caso di disgrazia una sorta di autoconfessionale laico, oscuro, mostruoso, secondo la lezione che un sussurro può causare la sparizione di un universo...
Georges Simenon, In caso di disgrazia, Adelphi, 26.000 lire
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