 Domenica 6 novembre
Appena due ore fa, dopo colazione, nel salotto in cui eravamo passati a prendere il caffè, stavo in piedi davanti alla finestra, abbastanza vicino da avvertire la fredda umidità dei vetri, quando ho sentito mia moglie dire, dietro di me:
"Pensi di uscire, nel pomeriggio?".
Queste parole, così semplici e banali, mi sono parse cariche di significato, come se celassero un sottinteso che né io né Viviane osavamo esprimere. Ho esitato un po' prima di rispondere, non perché non sapessi che cosa intendevo fare, ma perché per un attimo sono rimasto sospeso in quell'universo un po' inquietante, anche se in fondo più reale del mondo di tutti i giorni, che dà l'impressione di scoprire l'altra faccia della vita.
Poi devo aver balbettato:
"No, oggi no".
Lei sa che non ho alcun motivo di uscire: l'ha intuito come tutto il resto; forse si tiene anche informata su ogni cosa che faccio. Non ce l'ho con lei, come lei non ce l'ha con me per quello che mi sta succedendo.
Nel momento in cui ha posto la domanda stavo guardando attraverso la pioggia fredda e scura che cade da tre giorni, anzi, dal giorno dei Morti, un barbone che andava e veniva sotto il Pont-Marie battendosi le mani sui fianchi per riscaldarsi. Fissavo soprattutto un mucchio di stracci nerastri addossato al muro di pietra, chiedendomi se si muoveva davvero o se si trattava di un'illusione dovuta al fremito dell'aria e al cadere della pioggia.
In effetti si muoveva, e ne ho avuto la certezza quando dai cenci è uscito un braccio, e subito dopo una testa di donna, gonfia e tutta scarmigliata. L'uomo ha smesso di passeggiare, si è girato verso la sua compagna per dirle qualcosa, e poi, mentre lei si metteva a sedere, è andato a prendere fra due sassi una bottiglia mezza vuota: gliel'ha data, e lei ha bevuto a canna.
In questi dieci anni, da quando siamo venuti ad abitare in quai d'Anjou, sull'île Saint-Louis, mi è capitato spesso di osservare i barboni. Ne ho visti di tutti i tipi, anche donne, ma era la prima volta che ne vedevo due comportarsi come una vera coppia. Perché la cosa mi ha colpito, facendomi pensare a un animale maschio e alla sua femmina rifugiati nella loro tana nel fondo di un bosco?
Alcuni, quando parlano di Viviane e di me, ci paragonano a una coppia di belve, intendendo probabilmente alludere al fatto che, tra gli animali selvatici, la femmina è la più aggressiva.
Prima di girarmi per andare verso il vassoio su cui era stato servito il caffè, ho avuto il tempo di registrare un'altra immagine: un uomo alto e dal viso abbronzato che emergeva dal boccaporto di una chiatta attraccata di fronte a casa nostra. Si era tirato sopra la testa la cerata nera per avventurarsi sotto la pioggia e, con una bottiglia vuota in ciascuna mano, si è inoltrato sulla passerella scivolosa che collegava la barca alla banchina. In quel momento lui e i due barboni, insieme a un cane giallastro incollato a un albero nero, erano i soli esseri viventi che si vedessero nel circondario.
"Scendi in studio?" ha chiesto di nuovo mia moglie mentre, in piedi, finivo di bere il caffè.
Le ho detto di sì. Ho sempre aborrito le domeniche, soprattutto le domeniche a Parigi, che mi mettono un'angoscia molto simile al panico. La prospettiva di andare a fare la coda, sotto l'ombrello, davanti a qualche cinema mi dà il voltastomaco, e così pure quella di passeggiare sugli Champs-Élysées, per esempio, o alle Tuileries, o quella di ritrovarmi imbottigliato nel traffico sulla strada per Fontainebleau.
Siamo tornati tardi, ieri sera. Dopo avere assistito a una generale al Théâtre de la Michodière, abbiamo mangiato da Maxim's, e verso le tre del mattino siamo andati a chiudere la serata in una cantina vicino al Rond-Point in cui si ritrovano gli attori e la gente del cinema.
A differenza di qualche anno fa, non riesco più a fare le ore piccole senza poi risentirne. Viviane, invece, non sembra mai stanca.
Georges Simenon, In caso di disgrazia, Adelphi, 26.000 lire
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