Con Le meraviglie dell'acqua (1980), Cucchi intraprende la transizione. Si perde ed evapora l'organismo mostruoso e ipertrofico del Disperso ("Era un gran bel ragazzo mongoloide"), composto di trama sbilenca e di parti acromegaliche o anoressiche. Si accede a un lirismo onirico che, a tutt'oggi, non è tanto sorprendente in sé, quanto per come verrà raffinato e reso polito e impressionante nei libri successivi. La sospensione, questa volta, appare più sintattica che organica a una tramatura. Lo stupore prende il posto del terrore, la sonnolenza rallenta il ritmo degli spostamenti di scena. C'è un marcato passaggio dall'elemento epico e collettivo a un discorso lirico, centrato ora non più su un dramma eschileo, ma quasi sulla personalissima aggressività della nevrosi individuale. Più trasognato che mai (sia rispetto al libro precedente che ai successivi), Cucchi distende ne Le meraviglie tutta la potenza del suo immaginario, completo di ogni elemento significativo per il futuro corso della sua scrittura. L'oscuro gorgo di timore e tremore che avviluppava mondo e psiche nel Disperso diviene qui un acqueo sentimento della vita e della corrente del divenire, percepita come immersione in amnio e osservata da dietro un oblò, al cui fondo resistono proprio quel timore e quel tremore che avevano sostanziato l'esordio di Cucchi: "L'ultima luce, alte, leggere / gocce sonore, tra le ciglia, volando sugli stagni. / [...] Sappiamo, / ed eccoci al più limpido oblio del sogno, / che un intreccio vigila dietro i fondali". Poiché "Qui tutto è pieno di miele, e di tagliole", bisogna accentuare quella virgola tra il miele e le tagliole, e assicurare che il primato del miele sia per ora preservato dall'invasività metastatica delle trappole, molteplici, aggregate in un disegno cupo e segreto. Se del Disperso si può dare una lettura in un certo senso ideologica, sarà proprio il caso di un'ideologia del segreto a guidare la poesia; nel nuovo libro è piuttosto un'ideologia del sogno, sottratto ai suoi parallelismi con il mondo di veglia, che consentivano letture bassamente psicanalitiche. Ogni maschera indossata da Cucchi altro effetto non ha che mostrare un'inermità vitalistica di fondo, inspiegabile cifra di una natura che può essere sì interpretata come nucleo universale, ma che è prima di tutto il fondo dell'occhio di chi scrive: proprio il poeta stesso, nella sua concretezza, nel suo cisposo strabuzzare gli occhi davanti all'abbaglio del primo mattino.
Da Donna del gioco (1987) a Poesia della fonte (1993) a L'ultimo viaggio di Glenn (1999), la svolta compiuta ne Le meraviglie dell'acqua addiviene stabile e certa, ripulita e precisa. L'imbarazzo tra convulsione e tremore, tra orrore e sogno, tra violenza e cedevolezza è sintetizzato da un andamento sicuro, da liriche strutturate in libri complessi proprio per il loro dispiegarsi in sezioni a incastro, ritmate tra loro, come se ogni libro fosse una poesia e, ponendo uno dietro l'altro i tre titoli, ognuno esprimesse un verso lungo e superiore, a comporre una terzina che, irenica e ininterrotta, scorresse senza pretese verso la propria fine. La sovrapposizione di tempi diversi ("Nel mio felice anno / l'esordio mi puliva il sentimento" accanto a "Depongo lo stemma dell'invalido, / la foto dell'atleta e un mazzo di santini") procede verso un unico tempo: un tempo al di là dei tempi, un'area fuori dallo spazio (nelle prose di Glenn si parla di "periferia assoluta") che coincide a pieno con la riconciliazione, con l'agnizione finale, con la pacificazione (da "Caro perduto Luigi" a "Ciao, dico adesso senza più tremare"), con il riconoscimento che "Sarò solo un bambino, / ma mio padre vive in eterno". E' una folgorazione agostiniana che confonde le stazioni di questa via sacra, di questo itinerarium mentis in se che ha nel frattempo costruito una nuova specie di autobiografismo poetico: un più-che-autobiografismo, laddove l'"io" è maschera e finzione e incompleta allegoria e realtà prossima e incarnazione. Chiunque volesse aprire un romanzo di Pynchon osserverebbe come i racconti dei protagonisti ineriscono sempre a questa ambiguità dell'"io": concretezza e straniamento appaiono in una veste larvale e non vagamente didattica, portatrice di un allegorismo indecifrabile, secondo la retorica della prosopopea, dell'oggetto che parla e che quindi è soggetto senziente e tremulo, emozionato e gnomico. E' qui che Maurizio Cucchi spende al massimo la sua "vocazione al futuro": l'ultimaa narrativa extraitaliana altro non ha fatto che confermare, stazione per stazione, i passi compiuti anzitutto da un poeta milanese che ha osservato fisso l'occhio della storia della sua letteratura.
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