Sfugge, a questa parabola, un'indicazione di eversione e riconoscimento della verità, una nuova specie di aggressione finale a quanto la poesia non può dire: cioè la dissoluzione dei nomi e delle forme. L'indicazione proviene da una folgorante sezione (l'iniziale) de L'ultimo viaggio di Glenn: si tratta dello straordinario poemetto Rutebeuf. E' qui che si passa decisamente all'allegorico, alla frammistione dei tempi storici, allo spicco della figura universale dalla poltiglia del contingente. L'accelerazione verso l'assoluto (un assoluto non trascendente: si intende che il poeta nomina una povertà assoluta, un sentire assoluto, un congedo assoluto) fa collassare l'oggi in un medioevo barbaro e primario, sorta di antestoria psichica dell'umano, vertiginosa collisione di civiltà e primarietà biologica, di nome e basalità animale ("Così mi chiamo / perché il mio nome / viene da rude, e bue"). Immagini essenziali, strappate una volta di più alla mente individuale e a quella collettiva ("Nell'asfalto viscido del film, /la mano del pugile schiacciata da un mattone"), introducono all'intercettazione di uno spazio di mezzo in cui ogni forma è racchiusa, ogni ricordo personale universalmente custodito. Uno spazio eterico, akashico, in cui si ha diritto di essere folgorati dall'immagine senza più colpa, poiché la pacificazione è raggiunta e il corpo non c'è più: "Noi eravamo una casa nel mare / e adesso in terra si sono mossi i vermi". Questo gnomicismo senza saccenza e senza volizione, questa assoluta e quasi orientale arrendevolezza all'emersione del frammento luminoso, concreto e apodittico - insomma, questa poesia per barlumi appartenenti all'umano e al sottile rappresenta, con tutta probabilità, il futuro della scrittura di Cucchi e anche uno degli esiti più alti della letteratura italiana al passaggio di millennio.
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