da Telèma
Macchina amabile e assassina
così un poeta vede il computer
di Valerio Magrelli
Da un lato la lieve digitazione immateriale, dall'altro lo sferragliare di una carcassa a rullo. In questa poesia inedita di Maurizio Cucchi (che apre una nuova rubrica di Telèma), il computer viene definito per contrasto, attraverso il confronto con la desueta macchina da scrivere: lo sfioramento contro l'attrito. Così, mentre le ultime due strofe evocano altri mezzi tecnologici per raccontare la devastazione del paesaggio geografico e mentale, le prime, come in sogno, descrivono la "magia" di una meccanica dolcissima...
Nato a Milano nel 1945, laureatosi all'Università Cattolica con una tesi su Risi e Zanzotto, Cucchi ha svolto per anni attività di consulente editoriale, critico letterario e traduttore (Stendhal, Flaubert, Mallarmé e Lamartine). Il suo esordio poetico avvenne con Il disperso, che lo impose all'attenzione dei lettori. A questa prima raccolta (uscita da Mondadori nel 1976 e ristampata da Guanda nel 1994), fece seguito, nel 1980, Le meraviglie dell'acqua (Mondadori). Due anni più tardi il poemetto Glenn, edito da San Marco dei Giustiniani, otteneva il Premio Viareggio, mentre il volume pubblicato da Sansoni nel 1985 con il titolo Il figurante proponeva una scelta di testi a partire dal 1971.
Con Donna del gioco e Poesia della fonte, editi da Mondadori nel 1987 e nel 1993, Cucchi ha ulteriormente sviluppato la sua ricerca, arricchendola ora con un misurato ricorso al dialetto, ora con la conquista di un inatteso nitore.
E' appunto in un simile, graduale ampliamento dello spettro tematico e stilistico che trova posto questa composizione. Non si pensi, però, a una semplice assunzione di materiali diversi. Al contrario, oggetti in apparenza assai lontani dal mondo dell'autore vengono qui assorbiti all'interno della sua poetica. Basti pensare all'immagine della macchina, «amabile e soffice, incruenta», iscritta nel segno della «mediazione». Direttamente opposto alla concretezza dei vecchi sistemi di scrittura, il suo frusciante silenzio dischiude nuove forme di esperienza. Tuttavia, nel confessare la sua personale predilezione, Cucchi non indulge a facili esaltazioni "futuriste", ma indica anzi con lucidità il dissimulato serpeggiare di una violenza radicata nella tecnica stessa: «Elegge, eleva a icona, / lei stessa, ciò che uccide».
Icone
Guardando le forbici e il cestino
e digitando inquieto mi svegliavo:
«Così amabile e soffice, incruenta,
è umana macchina
meccanica che non sferraglia.
Elegge, eleva a icona,
lei stessa, ciò che uccide,
odia, dolcissima, l'attrito».
La mediazione
è a un tasso formidabile.
Le mani sfiorano oggetti
vissuti in sola immagine,
senza freccia in profondo.
Ma per me è magia.
Un'altra rêverie nel dormiveglia
svogliato di un ritorno, dalla costa:
«La terra ormai è una crosta,
o una rossa crostata, spalmata e forata,
e i monti sono tubi cespugliosi,
incongrui, come le facce a pollici
che azzerano la mente...»
E qualche residuale astuto,
pedante elogia la sua carcassa a rullo,
o squittisce bambino
al trillo di un telefonino...
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