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NOBEL 2001: V.S. NAIPAUL
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  VALERIO MAGRELLI: SU NAIPAUL
Valerio Magrelli Un indiano in inglese
di Valerio Magrelli
da Telèma n°23

Qual è la vera patria di uno scrittore? Una risposta assai diffusa suggerisce che essa vada indicata nella lingua in cui prendono corpo le sue opere, e basterebbe ricordare al riguardo la strepitosa fioritura della narrativa in inglese prodotta da autori di origine asiatica o africana. La soluzione, però, non sempre appare così immediata e netta. Nato a Trinidad da una famiglia indiana, ma poi trasferitosi a Londra, Vidiadhar S. Naipaul, ad esempio, ha fatto di tale interrogativo il centro stesso della sua poetica. Infatti, se l'inglese è il filo rosso di tutti i suoi trapianti culturali (o per meglio dire, il filo di sutura del suo universo interiore), i mondi che esso unisce continuano a restare drammaticamente separati, malgrado l'apparente comunione linguistica.
Di questo tema raccontano molti suoi libri, e in particolare l'ultimo tradotto in italiano. Diviso in tre parti introdotte da un "piccolo preludio burocratico", Un'area di tenebre ricostruisce un ritorno alle origini. La vicenda del protagonista culmina a Bombay, dove, per la prima volta in vita sua, egli cessa di sentirsi un estraneo. Fino ad allora differente dagli altri, tanto a Trinidad quanto nella capitale inglese, ora egli riesce a vedersi indiano fra gli indiani, sciogliendosi nell'indistinto della folla. La gioia, tuttavia, dura un istante, e il bisogno di diversità torna a imporsi alla stregua di una seconda natura: «Era come se una parte della mia realtà mi fosse negata».
Pur di affermare un qualsiasi tratto distintivo, l'io narrante acquista un paio di costosi occhiali da sole. Alla loro rottura sarà affidato il compito di riassumere figurativamente l'esperienza del viaggio. La scena con cui si chiude il primo capitolo ce lo mostra così, stanco, irreale, dietro le lenti dalla montatura spezzata e traballante, «con la via che a ogni passo si frantumava in barbagli». Fermiamoci davanti a questa scena. Naipaul tratteggia qui l'immagine vivente di un'identità condannata a trovare conforto solo nella scissura. Anche di questo parla la nozione di globalizzazione letteraria: del desiderio di sottrarsi alle lusinghe di un'omologazione troppo invasiva, e insieme della necessità di rivendicare un "disagio" che sia dono e ferita, distanza critica e patrimonio culturale.

  di Giuseppe Genna
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   data: 11 ott 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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