Gaywatch
Così è il mondo senza di me
Ventisette anni, mille mestieri alle spalle, omosessuale che non crede alla “cultura gay”. Incontro con l’autore di un libro che piace sempre di più. Ai gay, ma non solo
colloquio con Marco Mancassola - di Daniele Scalise (gaywatch@espressoedit.it)
Gli chiedi di descriversi e lui lo fa con candida precisione. «Sono nato a Vicenza nel novembre del ‘73. Sono il figlio di una famiglia tutt’altro che benestante (ebbene sì, ne esistono anche nel Nord-Est!) che è cresciuto tra i figli di famiglie tutt’altro che modeste, quando non apertamente miliardarie. A tredici anni ho usato le mance della Cresima per comprarmi un paio di Nike: posso dire di esser stato comunque paninaro».
Marco Mancassola ha dunque ventisette anni ed è autore di un romanzo che ha lasciato i lettori stupefatti per la precisione della scrittura, la dolorosità del senso, la forza della sceneggiatura. Diviso in due parti simmetriche, ‘Il mondo senza di me’ (Pequod editore) racconta di due ventenni che vagano nel territorio del disamore, del rifiuto, della lontananza. Al contrario di tante e inutili pagine giovanilistiche, quelle di Mancassola sortiscono un doppio effetto: raccontano un universo reale e sconosciuto e fanno scattare meccanismi di identificazione anche in chi ha il doppio degli anni dei suoi personaggi.
Come è stata la sua prima giovinezza, Mancassola?
«A diciassette anni, dopo le superiori, ho iniziato a lavorare. So che è banale: lo scrittore che per vivere ha fatto di tutto. Ma mi è successo proprio così. Ho iniziato come operaio, e poi commesso in una bancarella di libri, barista in un locale gay, operatore telefonico, insegnante elementare di sostegno (avevo fatto le Magistrali), collaboratore tecnico di un teatro, commesso ancora, addetto in un internet point, e vari altri lavori occasionali… Mi è capitato anche di fare lo spogliarellista un paio di volte, ma credo (spero) di averlo fatto con ironia».
E’ vero, fin qui la sua biografia sembra perfetta per un giovane scrittore di talento: operaio, barista, spogliarellista.
«Nel frattempo iniziavo a pubblicare qualche racconto, a collaborare con qualche giornale… Dopo aver pubblicato due racconti in “Coda” (Transeuropa 1996, a cura di Giulio Mozzi e Silvia Ballestra), per un paio d’anni ho collaborato assiduamente col settimanale “Avvenimenti”: scrivevo di libri, di culture giovanili. Intorno ai venticinque anni ho seguito un corso del Fondo Sociale Europeo sui linguaggi creativi e, di lì in poi, ho iniziato a lavorare nel campo della comunicazione: lavori di editing come free-lance, copywriter in lavori di comunicazione sociale. Durante quel corso avevo anche incontrato un regista televisivo, che mi ha spronato a prendere in mano la videocamera. E’ finita che ho partecipato alla realizzazione di una serie di videodocumentari per un ente pubblico locale. Ah, dimenticavo: a venticinque anni mi sono anche iscritto a Filosofia. Era l’età giusta per laurearsi, non certo per iniziare, ma mi rendevo conto di avere una formazione frammentaria. Attualmente la mia carriera universitaria annaspa, per problemi di tempo, ma il primo anno e mezzo è stato abbastanza entusiasmante».
Di cosa si occupa ora?
«Ora lavoro come redattore in una piccola casa editrice di Padova, la Meridiano Zero, e continuo a occuparmi di comunicazione esterna – e comunicazione web – per l’Assessorato alle Politiche Giovanili-Progetto Giovani del Comune di Padova. Continuo, anche, a collaborare a qualche giornale: non scrivo più di libri ma in compenso mi occupo di cinema, e ultimamente ho seguito da giornalista alcuni festival. Sto inoltre, fra i vari progetti, collaborando alla sceneggiatura e alla realizzazione di un cortometraggio di un giovane regista, nonché scrivendo il mio primo corto. Fra tutto questo, vorrei anzitutto scrivere, e non è facile. Da una parte temo l’idea della dispersione, del fare mille cose tranne quella più urgente, dall’altra sono convinto che “vivere”, conoscere il mondo anche attraverso filtri non letterari, sia una cosa sana. Mi fa un po' paura quella gente che vive solo di letteratura. Anche se poi in realtà non c'è una vera dicotomia tra vivere e scrivere: in effetti, io mi sento perfettamente vivo proprio quando trovo il tempo di scrivere. Una cosa forse divertente è che, nella mia vita, ho lavorato a parecchie delle fasi lavorative che stanno attorno ai libri: li ho materialmente fatti come operaio di un’industria cartotecnica, li ho venduti come libraio, li ho commentati scrivendo sui giornali, attualmente li “edito” (nel senso che mi occupo di editing) lavorando per una casa editrice, e finalmente ne scrivo – o meglio ne pubblico – uno. Lo considero un buon punto di arrivo».
'Il mondo senza di me' racconta due punti di vista: quello di un ragazzo eterosessuale e quello di un ragazzo gay. Che cos'è che lega le due storie?
«”Il mondo senza di me” è fatto di due storie tra loro legate, nel senso che l’io narrante della seconda compariva come personaggio marginale nella prima. Questo il pretesto narrativo. A livello più generale, le ho concepite come due storie complementari, ed è questa complementarietà a costituire il loro vero legame, il loro essere parti di uno stesso romanzo. Il fatto che il primo personaggio sia un ragazzo eterosessuale, e il secondo omosessuale, rientra forse in quest’ottica. Dico “forse” perché inizialmente non avevo pensato che Ettore, il ragazzo gay, sarebbe stato il protagonista della seconda parte. Dopo aver scritto la prima, ho passato più di un anno provando a dare voce a tutti i personaggi complementari che vi comparivano, in una serie di falsi inizi che ogni volta mi lasciavano poco convinto, e che puntualmente abbandonavo. Solo alla fine ho pensato a Ettore. Nella prima parte, l’omosessualità di Ettore è un elemento che serve a segnare un lieve senso di distacco, una lieve resistenza, da parte del primo protagonista. Era un elemento funzionale, insomma. Nella seconda parte, l’omosessualità non ha alcun ruolo: semplicemente è un personaggio che, gay o non gay, cerca la sua strada. La complementarietà delle due parti non è nel narrare gli stessi fatti attraverso due diversi punti di vista, ma nel narrare due storie che partono dalla stessa esperienza: quella dell’abbandono. Per entrambi i personaggi, l’abbandono da parte di persone amate, la perdita di sicurezza, mettono in moto una forma di ricerca. Il primo personaggio approda a una risposta che in qualche modo possiamo definire reazionaria, il secondo invece parte per una nuova città, una metropoli europea, dove condurrà una tormentata ricerca che è anzitutto di nuova identità, oltre che di nuovi affetti. Con questo, non volevo dire che i giovani etero sono reazionari e i giovani gay sanno mettersi in gioco. È vero comunque che nel nuovo immaginario metropolitano, il giovane single sturm und drang, notti frenetiche e albe intimiste, è sempre più identificato come gay».
Quando ha sentito (se mai è successo) la voce che le ha detto: "Sono uno scrittore, questo è il mio compito"?
Difficile dire quando ho iniziato a scrivere. Il primo tentativo di romanzo devo averlo fatto intorno ai sette anni, ovvero subito dopo aver iniziato a divorare i libri della biblioteca locale. Ma ricordo che buttai via il quaderno su cui scrivevo, disgustato dalla mia incapacità di trovare le “parole adatte” alla storia che avevo in mente. Solo molto più tardi, intorno ai ventun anni, ovvero quando incontrai Giulio Mozzi con cui lavorai all’editing dei racconti poi apparsi nell’antologia di giovani narratori “Coda” (Transeuropa, 1996), sarei riuscito a trovare una mia prima “voce”, capace di dire in modo abbastanza convincente quel che volevo dire. Diciamo dunque che da sempre mi sono sentito un narratore, qualcuno che voleva, in qualche modo, raccontare delle storie; ma solo dopo i vent’anni ho stabilito che sì, avrei potuto essere uno scrittore, ovvero qualcuno che sa usare efficacemente una lingua.
Poco dopo, leggendo un po’ di filosofia, un po’ di Agostino, un po’ di quelle cose che ti fanno riflettere sul classico “chi sono, dove vado”, mi sono detto in modo naturale che scrivere era, decisamente, il mio obiettivo più vitale. Non è stata una scoperta, semplicemente una definitiva ammissione. Di lì in poi non è stato facile perché, si sa, chi identifica il proprio presunto ruolo si trova, ogni momento, esposto al dubbio che quel ruolo non sia, di fatto, granché necessario al mondo. Oggi in Italia si fa a gara a dire che la letteratura non serve più a niente, e credo che la crisi della letteratura come prodotto derivi in gran parte da questo clima, alimentato in primis da chi di letteratura si occupa. Io sarò senz’altro un illuso, ma credo che l’unica spinta a dedicarmi a qualcosa sia la convinzione che questo qualcosa sia non contingente, ma necessario. Non vagamente utile: ne-ces-sa-rio.
Ovviamente, ripeto, è un’impostazione che espone a continui dubbi, a crisi eterne. È anche per questo che sono lentissimo a scrivere: lo faccio solo quando sono convinto di non sprecare tempo… L’autore esordiente è colui che tenta, per la prima volta, di cambiare il mondo. Non sto scherzando. Naturalmente ci sono mille modi di cambiare il mondo, alcuni all’apparenza minimi. Ho chiare le proporzioni: sono un autore sconosciuto che pubblica per un editore piccolissimo. L’esordiente è ben consapevole che nessuno ha l’obbligo di accorgersi di lui, che il mondo è perfettamente autosufficiente senza di lui, appunto un “mondo senza di me”. Eppure, scrivere e pubblicare sono fatiche titaniche. Non si può pensare di averle affrontate per niente, senza motivazioni alte, senza l’aspettativa che servano ad aumentare, in modo determinante, il proprio grado di relazione col mondo».
Come ha reagito internamente quando è stato pubblicato il suo primo romanzo? Che rapporto ha con l'oggetto libro?
«“Il mondo senza di me” è stato scritto tra il 1995 e il 1999. Dopo varie peripezie editoriali, è uscito all’inizio dell’estate 2001. Poteva andarmi peggio, suppongo. Per me, il risultato di tempi così lunghi è stato che quando ho avuto tra le mani il “libro”, l’unico pensiero è stato: beh, era ora. Non è stato un momento così emozionante, dunque, anche perché il libro è per me un oggetto senza mistero, di cui per motivi professionali ho conosciuto in pratica ogni fase di lavorazione, mentre quel tipico effetto estraniante di quando si vede il proprio nome stampato prima o dopo un testo l’avevo superato tempo fa, scrivendo per i giornali. Piuttosto, di emozionante c’è stato vedere il libro in mano agli altri: è stato l’aspetto fisico, materiale, di quello scambio comunicativo che è la pubblicazione. Come chiudere il mio immaginario in una scatola e consegnarla fisicamente a qualcuno. Poi di bello c’è che il libro, la sua apparizione come oggetto, rende possibili una serie di eventi impossibili prima della pubblicazione, per quanto magari il libro sia già scritto da anni. Come esordiente, il primo vero momento di trionfo l’ho provato non a ricevere le copie del libro, ma la sera in cui a Padova, la mia città, ho fatto un reading musicale accompagnato da un mio amico dj. Davanti a tutta quella gente, ho sentito finalmente che qualcosa era successo.
Il mio editore è piuttosto piccolo, e non mi dispiace. Certo, è frustrante sapere che molti non trovano il libro per le carenze della distribuzione. È anche buffo che più di un giornale si stia occupando di me, a fronte di una bassa visibilità in libreria. Ma nel complesso preferisco così e non perché mi piaccia crogiolarmi in un ruolo da autore underground, ma perché l’ingresso in un mercato, in un sistema industriale in cui non si è altro che un prodotto, può essere sconcertante e provocare qualche shock. Non ho fretta di sentirmi carne da macello, e sono contento di entrare da una “porta secondaria”. Peraltro, il lavoro della piccola editoria in Italia continua a essere, forse, l’unica vera fonte di innovazione nel mercato delle lettere. Più in là, per una eventuale ripubblicazione, o per la collocazione delle mie prossime cose, diciamo che si vedrà: se son rose…»
Domanda che si sentirà ripetere per tutta la vita: si considera un autore gay?
«Se mi sento un autore gay? Certo. Perché non dovrei? Sono un autore e sono gay: è come fare uno più uno. Diverso è se mi chiedi se io voglia scrivere solo di personaggi gay, o se voglia rivolgermi solo a un pubblico gay. In questi casi la risposta è no. Sarebbe come se un musicista rap cantasse solo per il pubblico di colore. E nel caso di opere a tematica gay la divisione sarebbe ancora più insensata, perché l’autore gay non è l’esponente di una cultura separata, socialmente o etnicamente coesa. Voglio dire che non vedo perché un autore gay, diciamo, italiano, non dovrebbe essere in grado di parlare a tutti gli italiani. Non usa la stessa lingua? Non è cresciuto nella stessa cultura? In realtà io non esito a definirmi un autore gay ma spero, al tempo stesso, di essere individuato sulla base di distinzioni che, nella mia vita, considero ben più significative, perché sono quelle che per davvero mi separano o avvicinano a una parte di mondo: l’essere di sinistra, ad esempio.
Avrai capito che io non credo alla “cultura gay”… Penso che l’unico vero esempio di cultura gay, anzi sottocultura, intesa come campo di codici e riferimenti che presuppongono una qualche forma di appartenenza per essere pienamente interpretati, sia il camp. Ma il camp è una cultura condivisa solo da una parte dei gay… Poi ci sono quelle che definirei “estetiche”, in genere rigidamente separate, da quella leather a quella gayskin alle muscle maries delle discoteche trendy… che forse sono sottoculture allo stato embrionale, ma non sono diverse da sottoculture analoghe, spesso esattamente speculari, presenti in ambito eterosessuale.
Più in generale, non credo possa esistere un’autentica cultura gay perché l’omosessualità è una condizione trasversale, riguarda persone diversissime tra loro socialmente e culturalmente, ognuna già immersa in una propria cultura, in un proprio ambito… Ovvio che le diversità, che possono essere anche politiche, non dovrebbero impedire la convergenza comune su certi obiettivi, sulle battaglie per il riconoscimento di certi diritti. Questo sarebbe un fatto di pura intelligenza. In particolare i gay italiani dovrebbero, ora più che mai, trovare una comune strategia: non ideologica, semplicemente di azione politica. In questo senso, l’esempio del movimento antiglobal, con le sue mille anime e i suoi obiettivi comuni, potrebbe servire da ispirazione.
Purtroppo, in Italia non c’è neppure consapevolezza dei possibili obiettivi, perché ci sono ancora esempi di gay talmente miopi – storditi, suppongo, dalla cultura provinciale e spesso omofoba che hanno introiettato – da non percepirsi, loro per primi, come portatori di necessarie istanze sociali. Che bisogno c’è delle unioni civili?, ti senti dire da certi, in genere da quel tipo di gay che ha passato la vita dietro i cespugli. A queste persone, io non so parlare. Ci vorrebbe lo spirito dell’attivista: è l’attivista quello che risveglia le coscienze. Io non ne sono capace. Ma la politica entra in altri modi in quel che scrivo… Ad esempio non potrei mai sviluppare un personaggio, senza prima chiedermi per chi voterebbe».
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