Clarence - Cultura e Spettacolo
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IL MONDO SENZA DI ME
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  DA "IL MONDO SENZA DI ME"
L'illustrazione sulla cover del libro di Mancassola(91)
Dentro luce fioca rossastra, pavimento e pareti ricoperti di piastrelle bianche. Basta un'occhiata ai ganci che pendono dal soffitto: è un ex-macello. Dalla stanza in cui ci troviamo, partono corridoi immersi nel buio. Qualcuno ci si avventura, chissà dove portano. Appoggiato a una delle pareti, c'è un ragazzo coi capelli rasati. Jerald si avvicina, gli stringe la mano. Parlano. Io, al centro della stanza, resto nell'indifferenza, nel vuoto di pensieri. Pausa. Quando Jerald ritorna, ha un'aria soddisfatta. Vieni, dice, e andiamo verso uno dei corridoi. Addentrandosi, non è poi così buio. Intorno è pieno di ombre. Gente ferma immobile per motivi misteriosi, altra impegnata nell'atto, inconfondibile, di sniffare da una bustina di plastica. Anche Jerald ha una bustina. E una cannuccia corta, come quella dei succhi di frutta. Me la infila in una narice e mi chiude col dito, delicatamente, l'altra. Quando tiro sento bruciore al naso, e un gusto amaro che scende, internamente, verso la gola. Poi tira lui. Come una piccola proboscide avida, muove la cannuccia dentro la bustina, perlustrando bene gli angoli. Ti piace?, chiede. Nella luce scarsa, la sua faccia così sfocata. Torniamo fuori, dice, andiamo a ballare.

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La musica. Sul prato, tra la gente, Jerald si ferma e inizia a ballare. Subito non vorrei: mi sento rigido, spossato. È la musica a convincermi. Così forte, trascinante, con quella meravigliosa assenza di parole. Non potrei emozionarmi, se ci fossero le parole. Il ritmo nudo, gli urli elettrici, disarticolati, le note ripetute fino all'ipnosi, i bassi profondi come l'oceano, i rimbombi metallici come da enormi cisterne vuote: questo mi emoziona. Tolgo il giubbino, lo lego in vita. Mi accorgo che la distanza tra me e la musica si assottiglia quando non devo più seguirla, i movimenti vengono immediati, perfettamente contemporanei alle note. Poi arrivo ad anticiparla, conosco la nota che sta venendo, so quando il ritmo sta per cambiare. Capisco la struttura della musica, la grammatica di cui è fatta. Capisco: il sorriso di Jerald, gli urli di gioia, i movimenti fluidi delle persone. Le loro facce sudate, sfigurate dalla sincerità. Senza difese, sono vero tra i veri. Tante volte ho sbagliato ma la musica mi assolve, nella musica rinasco. Sono nuovo, non ho rimorsi. La ketamina, questo anestetico prodigioso, mi toglie ogni peso grammo per grammo.

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Quando arrivano Daan e Peter e il resto del gruppo, io sono già in pieno sdoppiamento. Ti scoppia il cuore ti verrà un collasso. Lasciami godere questo momento. Se sniffi ancora morirai… Gli altri lo stanno facendo, da una bustina che ha tirato fuori Daan. Col procedere della festa, cade ogni discrezione. Le bustine appaiono, passano di mano. Quando arriva a me, faccio segno di no. Solo qualche secondo prima avrei accettato. Ora non ho più abbastanza euforia. L'Ettore lucido è qui, sospettoso, pedante, e mi instilla le sue paure. Potrei soffocarlo, annientarlo. Una cannuccia nel naso basterebbe. Jerald mi tocca il braccio, mi chiede se va tutto bene. Sì, tutto bene. Daan sta già tirando fuori una seconda bustina. Che senso ha stare qui?, partecipare o ritirarmi. Vado a bere, dico a Jerald, che forse non capisce neanche, ma fa segno di sì. Verso i bordi della pista, verso l'argine del canale. È difficile camminare, mi sembra di avere gli sci ai piedi, e vorrei le racchette per stare in equilibrio. Seduto sull'erba, non posso chiudere gli occhi. Continuamente devo guardarmi le gambe, le braccia, per essere sicuro di avercele ancora. L'amaro in gola è sempre più forte, ma non dà fastidio. Posso farcela. Solo, senza umore, fisso le fiamme del falò.

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Più tardi, quando il falò è quasi spento, e i flash dello strobo si perdono nella prima luce dell'alba… sento lo struggimento di tutte le albe. Io, colui che veglia, il guardiano del fuoco, ho superato la notte. Sono vivo, sopravvissuto. Intorno, gli altri sopravvissuti si aggirano per il prato, storditi come dopo un'esplosione. Molti continuano a ballare, come se un dio malvagio avesse bisogno di questo, di movimenti rituali, di continuo intrattenimento, per non scagliare la sua rovina. Un ragazzo di colore coi dreads, a petto nudo, mi passa davanti guardando oltre le mie spalle. Forse cerca qualcuno tra la gente stravaccata sull'argine. Quando i nostri sguardi si incrociano, lui sorride e si passa le mani sugli avambracci, nel gesto di chi ha freddo. Incantato, resto a guardare la pelle d'oca intorno ai suoi capezzoli. Poi lui prosegue e io resto con la vaga idea di alzarmi, offrirgli il mio giubbino. Ma lui si allontana, non si ferma… Anche la gentilezza, è ovvio, ha bisogno di decisione, di tempismo. Io manco di qualità. Non mi accontento di me. Perché sono un uomo e perciò ho dei limiti e di questi limiti soffro… Mi alzo. Dal prato, sta arrivando Jerald. Gli vado incontro e quando mi fermo davanti a lui sto ansimando, provo a sorridere. Finita, dice lui, abbiamo sniffato tutto. Noi vorremmo andare, cosa dici?

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In silenzio, lasciamo il prato. Io, Jerald, Eric e tutti gli altri. I ragazzi della moto spariti, chissà. Alle nostre spalle la musica continua a rimbombare, come quella di un luna park che vuole attrarre ancora clienti. Ma è giorno ormai, molta gente se ne va. La keta è una droga veloce, finisce in fretta. Stanchi, indifferenti, andiamo verso le nostre macchine. Mentre il rimbombo si fa indistinto, il consueto sibilo si impossessa delle orecchie. Per poco. Appena in macchina Eric accende lo stereo, mette gli Autechre. Ti prego, vorrei dirgli. Sembra di stare ancora al rave. Ho bisogno di chill out, di musica più calma. Penso ai miei cd dei New Order, dei Dead Can Dance, dei This Mortal Coil, tutti lasciati in Italia… mi scappa quasi da piangere. Guardo Jerald che sta a occhi chiusi, le mani in grembo, senza curarsi di me. Devo provare a toccarlo? Mentre la macchina sfreccia nella strada vuota, mi piacerebbe parlare. Questa voglia continua di comunicare qualcosa. Tutti dormono o sembrano farlo. La stanchezza ci rende così isolati. O forse è la droga che ha scavato un solco. Jerald, vorrei chiamare. Apri gli occhi, non restare lontano.

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Rientrando in casa di Daan e Peter, mi sembra ancora più piccola. Qualcuno beve un bicchiere d'acqua, qualcun altro si toglie le scarpe. Stretti nelle due stanzette, mi domando cosa accadrà adesso. Forse è ora di salutare, andarmene a dormire. È allora che Daan allunga un braccio, abbassa una botola dal soffitto dell'ingresso. Viene giù una scala pieghevole, di metallo. Daan mi fa segno di salire, con un sorriso che sembra dire: vedrai che sorpresa. Su, c'è una soffitta enorme. Probabilmente copre l'intero palazzo. È ingombra di brande, materassi, cumuli di coperte. In questo dormitorio inaspettato, pieno di disordine, gli altri si sparpagliano, scherzando, improvvisamente rianimati, con l'eccitazione di un gruppo di boy-scouts al campeggio. Jerald mi viene incontro, con uno zaino in spalla, recuperato chissà dove. Vieni, dice, e mi guida verso un materasso bianco, pulito. Dormiremo qui. Poi dallo zaino estrae un sacco a pelo, lo stende sul materasso. Cosa ti sembra?, chiede. Io confuso, incapace di pensare. Vado in bagno, dico, a lavarmi la faccia.

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In bagno, cerco del dentifricio. Mi lavo i denti con le dita, seguendo col polpastrello i bordi di ciascun dente. E se immagino che quel dito non sia un dito, ma la lingua di Jerald che esplora la mia bocca… A pensarci mi stupisco: che lui mi abbia scelto, che sia lassù, ora, aspettando di dormire con me. Perché io e non qualcun altro? Cosa ci ha portati fino a questo punto? È difficile convincermi: sono al centro di questa storia. Sciacquandomi la faccia, mi sento vuoto come in preda a un'amnesia. Sono compiaciuto, contento, ma vuoto. So che adesso è il momento di lasciarmi andare, di dormire fra le sue braccia. Finalmente, il riposo dopo tanta ricerca. Non era ciò che desideravo? Risalendo le scale, mi chiedo se lui sia già nel sacco a pelo. No: è seduto su un letto, circondato dal resto della tribù. Prepara una canna. In piedi, resto affascinato a contemplare le sue dita, agili, che sminuzzano la maria. Quelle dita sanno rollare, quelle dita sanno suonare, quelle dita possono toccarmi. Quanto dura ancora l'attesa? Per terra, sul pavimento di legno, c'è un vassoio con bicchieri di tè. Daan mi dice di prenderne uno, e di sedermi. Bevo il tè dolce, bollente, sentendo il calore piacevole scendere nella pancia. Dopo la canna è ancora meglio. Tutto in me si rilassa, ogni muscolo è disteso. Mi slaccio le scarpe. Allora la ragazza di Eric mi fa segno di allungare le gambe, prende i miei piedi in grembo. Li massaggia. Sospirando appoggio la schiena, chiudo gli occhi. Solo quando sento intorno gente in piedi, che si muove, mi rendo conto di aver dormito. Qualche minuto, credo. Jerald è accanto a me, mi tende la mano per farmi alzare. Eccomi. Sono in piedi, a un centimetro da lui. Non lascia la mia mano, mi conduce verso il nostro materasso. Confusamente, mi accorgo che tutti si stanno appartando a coppie: ogni ragazzo con la sua ragazza, Daan con Peter, e Jerald con me. Dalle finestrelle della soffitta viene una luce biancastra, un po' livida, che fa sembrare la scena come in un film in bianco e nero. In questa luce Jerald si toglie la maglietta, mostrando il petto chiaro, senza peli, una collanina d'argento con una medaglietta attaccata. Poi si toglie i jeans e resta con dei boxer a quadretti. Dal suo zaino toglie un'altra maglietta, bianca, con una stampa degli Antenati. La indossa. Infine mi guarda e dice Ettore, tu non ti spogli?

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Nel sacco a pelo, i nostri corpi incollati. Dapprima è il tepore a sconvolgermi, a lasciarmi inebetito come un cucciolo che ritrova il nido. Sfioro le braccia calde, tocco i piedi caldi, sento il respiro caldo tra i capelli quasi come il getto di un phon. Da tutta la vita non cerco che questo. Mi sto annullando, non sento nient'altro. Presenza. Contatto. Poi è l'odore, leggero, a farsi strada nelle mie narici. È odore di timo. Forse il suo shampoo o il suo docciaschiuma. Annuso quell'odore che sa di bosco, di prato, di fieno, sul suo collo e sulla sua nuca. Giochiamo. Ci facciamo il solletico, ridiamo sottovoce. Lui mi infila una mano sotto la maglietta e la lascia, aperta, sul mio addome teso. Io gli carezzo la schiena, sento le protuberanza delle scapole come piccole ali, poi scendo e trovo, uno a uno, i nodi duri della colonna vertebrale. Infine le dita scivolano sotto l'elastico dei boxer, toccano le piccole natiche fresche, meno calde del resto del corpo. Faccio scorrere la mano lungo il fianco, sfioro i testicoli e sento la pelle liscia, come appena lavata, quasi senza peli. Ritiro la mano. Ora siamo abbracciati e smettiamo di muoverci. Dormi con me e sogna i miei sogni. Se chiudo gli occhi, dissolvenza in bianco. Pelle, cuscini, luce, respiri. I tuoi denti candidi quando sorridi. Nella soffitta tutto è calmo e puro. Ogni cosa è bianca, ora.

  di Giuseppe Genna
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   data: 12 ott 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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